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Art. 13, comma 1 quater, d.p.r. n. 115 del 2002 — Sezione Lavoro Civile

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Rinuncia al Ricorso: Azienda si Ritira, Lavoratori Vincono
Un'azienda di trasporti aveva impugnato in Cassazione la sentenza che riconosceva a un gruppo di lavoratori il diritto di includere il periodo di apprendistato nel calcolo dell'anzianità di servizio. Tuttavia, prima della decisione finale, l'azienda ha presentato una rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dai lavoratori. La Corte ha quindi dichiarato estinto il processo, stabilendo un importante principio: la sanzione del raddoppio del contributo unificato non si applica in caso di rinuncia. Tale sanzione è prevista solo per rigetto, inammissibilità o improcedibilità del ricorso. La decisione rende definitiva la vittoria dei lavoratori.
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Anzianità di servizio apprendistato: l’azienda rinuncia, i lavoratori vincono
Un gruppo di lavoratori del settore ferroviario si è visto negare il riconoscimento del periodo di apprendistato nel calcolo degli scatti di anzianità, a causa di una clausola del contratto collettivo. I giudici di merito hanno dichiarato nulla tale clausola, dando ragione ai dipendenti. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, ma ha poi deciso di ritirarlo. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, rendendo definitiva la vittoria dei lavoratori. La sentenza conferma indirettamente il principio per cui l'intera **anzianità di servizio apprendistato** deve essere riconosciuta ai fini retributivi.
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Anzianità di servizio: l’azienda rinuncia e i lavoratori vincono
Un'azienda di trasporti negava il calcolo del periodo di apprendistato ai fini degli scatti di stipendio, basandosi su una clausola del contratto collettivo. I lavoratori hanno fatto causa, ottenendo ragione in tribunale: la clausola è stata dichiarata nulla. L'azienda ha impugnato la decisione in Cassazione, ma ha poi rinunciato al ricorso. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'estinzione del processo. La sentenza favorevole ai lavoratori è diventata definitiva, confermando il loro diritto al pieno riconoscimento dell'anzianità di servizio fin dalla data di assunzione, apprendistato incluso.
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Riconoscimento anzianità apprendistato: l’azienda rinuncia e perde
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione di un processo avviato da un'azienda di trasporti contro i suoi dipendenti. Il caso riguardava il mancato riconoscimento del periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità, come previsto da una clausola del contratto collettivo. I giudici di merito avevano già dato ragione ai lavoratori, dichiarando nulla la clausola. L'azienda, dopo aver presentato ricorso in Cassazione, ha rinunciato, rendendo definitiva la vittoria dei dipendenti e il loro diritto al pieno **riconoscimento anzianità apprendistato**. Di conseguenza, quel periodo deve essere conteggiato integralmente per calcolare gli aumenti di stipendio.
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Vittoria in Appello annullata: la cessazione della materia del contendere
Un lavoratore ottiene il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e un risarcimento. L'Azienda ricorre in Cassazione, ma durante il giudizio le parti raggiungono un accordo transattivo in sede sindacale. La Suprema Corte, prendendo atto della conciliazione, non decide più nel merito della questione. Dichiara invece la cessazione della materia del contendere. Questa decisione ha un effetto dirompente: annulla la sentenza di condanna precedente, sostituendola con i nuovi patti stabiliti dalle parti. La lite si conclude non con un vincitore e un vinto, ma con un accordo che pone fine a ogni pretesa.
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Cessazione della materia del contendere: guida pratica
Una primaria società di servizi e un lavoratore hanno raggiunto un accordo transattivo in sede sindacale durante la pendenza del ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, rilevando che l'accordo negoziale ha sostituito integralmente la regolamentazione data dalla sentenza impugnata. Poiché la lite si è conclusa per volontà delle parti e non per rigetto del ricorso, non è stato applicato il raddoppio del contributo unificato.
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Rinuncia al ricorso: estinzione del processo civile
Un dipendente pubblico ha impugnato la revoca delle funzioni di Comandante della Polizia Municipale, lamentando un demansionamento. Dopo diverse fasi di giudizio e una sentenza di rinvio della Cassazione, la Corte d'Appello ha rigettato le pretese del lavoratore. Quest'ultimo ha proposto un nuovo ricorso per cassazione, ma ha successivamente depositato un atto di rinuncia al ricorso. La Suprema Corte, preso atto dell'accettazione della controparte e dell'accordo sulla compensazione delle spese, ha dichiarato l'estinzione del processo senza applicare il raddoppio del contributo unificato.
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Ricorso in Cassazione: quando tentare di cambiare i fatti costa caro
Una parte ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione tentando di ottenere una nuova valutazione dei fatti già decisi nei gradi precedenti. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: il giudizio di Cassazione non è un terzo grado di merito. La sentenza sottolinea l'importanza dell'**inammissibilità del ricorso per cassazione** quando questo si trasforma in un tentativo mascherato di rimettere in discussione l'accertamento dei fatti. Di conseguenza, la parte ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese legali della controparte e un'ulteriore sanzione economica.
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Inammissibilità ricorso: i rischi in Cassazione
La Corte di Cassazione ha sancito l'inammissibilità ricorso presentato da una parte privata contro l'INPS e un'azienda sanitaria locale. La decisione deriva dalla mancata indicazione di fatti decisivi con carattere storico-naturalistico che avrebbero potuto alterare l'esito del giudizio. Oltre alla perdita della causa, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento del raddoppio del contributo unificato, come previsto dalla normativa vigente per le impugnazioni respinte.
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Inquadramento previdenziale: i criteri di scelta
La Corte di Cassazione ha confermato che l'inquadramento previdenziale di una società deve basarsi sull'attività effettivamente esercitata, ovvero la trasformazione di materie prime (settore industria), anziché sulle dichiarazioni formali o sul codice ATECO (settore commercio). Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a riesaminare fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio.
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Revocazione ordinanza Cassazione: i limiti del ricorso
Un dirigente pubblico ha impugnato una decisione della Suprema Corte tramite il rimedio della revocazione ordinanza Cassazione, lamentando un presunto errore di percezione dei fatti riguardo alla propria esclusione da incarichi dirigenziali. La Corte ha rigettato il ricorso chiarendo che la revocazione non può essere utilizzata per contestare valutazioni giuridiche o fatti che sono stati oggetto di dibattito tra le parti, ma solo per errori materiali macroscopici.
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Giudicato e ripetibilità: il limite invalicabile
Un agente commerciale, dopo un primo processo in cui una clausola del suo contratto era stata dichiarata nulla ma le somme versate ritenute non recuperabili, ha avviato una seconda causa per ottenere la restituzione di tali importi. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda, stabilendo che il principio del giudicato copre non solo la decisione esplicita ma anche i suoi presupposti logici necessari, come la non ripetibilità delle somme, impedendo così di riaprire la questione in un nuovo giudizio.
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Errore di fatto revocatorio: no a nuova valutazione
Una dirigente licenziata chiede la revocazione di una sentenza della Cassazione, lamentando un errore di fatto. Sostiene che i giudici non abbiano percepito la sua impossibilità di modificare i sistemi aziendali e la tempestività della conoscenza dei fatti da parte dell'azienda. La Corte dichiara il ricorso inammissibile, spiegando che l'errore di fatto revocatorio è una svista percettiva, non un errore di valutazione. Non può essere utilizzato per ottenere un riesame del merito della causa.
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Sospensione retribuzione: rischio d’impresa del datore
La Corte di Cassazione ha stabilito che un datore di lavoro non può procedere a una unilaterale sospensione della retribuzione a causa del mancato rinnovo di un appalto. Questa circostanza rientra nel normale rischio d'impresa e non costituisce un'impossibilità sopravvenuta della prestazione. L'ordinanza dichiara inammissibile il ricorso di una società che, opponendosi a decreti ingiuntivi, non aveva fornito prove adeguate di un accordo di sospensione con i lavoratori né contestato specificamente gli importi dovuti.
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Rinuncia tacita del lavoratore: il ritardo non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33730/2023, ha stabilito che il semplice ritardo di un lavoratore nel rivendicare un proprio diritto retributivo non costituisce una rinuncia tacita. Nel caso esaminato, un dipendente chiedeva il pagamento di maggiorazioni per la pausa mensa, considerata orario di lavoro. L'azienda si opponeva, sostenendo che l'inerzia prolungata del lavoratore avesse generato un legittimo affidamento sulla sua rinuncia. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, affermando che la rinuncia tacita richiede comportamenti inequivocabili che dimostrino la volontà di abbandonare il diritto, non essendo sufficiente la sola inerzia.
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Riduzione contributiva: inammissibile riesame in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una farmacista contro l'ente previdenziale di categoria. La professionista si era vista revocare la riduzione contributiva per aver percepito utili da un'impresa familiare. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso miravano a un riesame dei fatti, attività non consentita in sede di legittimità, confermando così la decisione della Corte d'Appello che riteneva la partecipazione agli utili incompatibile con il beneficio.
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Rinuncia al ricorso: chi paga le spese processuali?
Una società informatica, dopo aver impugnato in Cassazione una sentenza sfavorevole in materia di trasferimento di ramo d'azienda, ha presentato una rinuncia al ricorso. La Corte ha dichiarato estinto il processo e, in assenza di accettazione della rinuncia da parte del lavoratore, ha condannato la società a pagare le spese legali in base al principio di causalità.
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Cessazione materia del contendere: il caso esaminato
In un caso di licenziamento illegittimo giunto fino in Cassazione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. La Suprema Corte ha quindi dichiarato la cessazione materia del contendere, compensando le spese legali e stabilendo che l'appellante non è tenuto al versamento dell'ulteriore contributo unificato, data la sopravvenuta inefficacia della sentenza impugnata.
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Condotta discriminatoria: onere della prova del lavoratore
Alcuni ex dipendenti hanno citato in giudizio il loro datore di lavoro pubblico per danni, sostenendo una condotta discriminatoria perché un premio di servizio era stato pagato ai colleghi ma non a loro. L'ente pubblico aveva emesso una delibera a loro favore ma non l'aveva mai approvata per mancanza di fondi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che per dimostrare una condotta discriminatoria, i lavoratori devono prima provare di avere un diritto valido e non prescritto al beneficio, prova che non sono riusciti a fornire.
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Risarcimento danno pubblico impiego: quando non è dovuto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32904/2023, chiarisce che il risarcimento danno nel pubblico impiego per l'illegittima successione di contratti a termine non è dovuto se il lavoratore viene successivamente 'stabilizzato'. Tuttavia, tale assunzione a tempo indeterminato deve essere in un rapporto di causa-effetto diretto con il precedente abuso, e non una mera conseguenza agevolata. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva concesso il risarcimento senza verificare questo nesso causale, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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