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Art. 13, comma 1 quater, d.p.r. n. 115 del 2002 — Anno 2025

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Altri anni per Art. 13, comma 1 quater, d.p.r. n. 115 del 2002

Cessione di azienda bancaria e debiti da liti pendenti
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il tema della cessione di azienda bancaria. Il caso riguarda una risparmiatrice che aveva intentato causa contro una banca per un investimento in titoli di Stato esteri. Durante il processo, la banca è stata posta in liquidazione e la sua azienda ceduta a un altro istituto di credito. La Corte Suprema ha stabilito che la banca acquirente non è responsabile per i debiti derivanti da contenziosi su rapporti contrattuali già conclusi al momento della cessione. La responsabilità, quindi, non si trasferisce e rimane in capo all'istituto originario in liquidazione.
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Cessione bancaria e debiti da rapporti estinti
Una società ha citato in giudizio una banca per la restituzione di somme indebitamente trattenute. A seguito della liquidazione della banca e della cessione di parte delle sue attività a un altro istituto di credito, è sorto un contenzioso sulla titolarità passiva del debito. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione bancaria: le passività derivanti da rapporti contrattuali già estinti al momento della cessione non vengono trasferite alla banca acquirente, anche se oggetto di cause pendenti. Di conseguenza, la banca acquirente non è la parte corretta da citare in giudizio per tali debiti.
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Cessione banche venete: chi paga i debiti pregressi?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22707/2025, ha stabilito un principio fondamentale riguardo la cessione banche venete. In un caso riguardante un contenzioso tra un'azienda e un istituto di credito poi posto in liquidazione e ceduto a una grande banca, la Corte ha chiarito che l'acquirente non è responsabile per le passività derivanti da rapporti bancari già estinti al momento della cessione. La responsabilità per tali debiti, anche se oggetto di cause pendenti, rimane in capo alla procedura di liquidazione della banca originaria, in quanto non funzionali all'attività della banca cessionaria.
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Rinuncia al ricorso: evitato il raddoppio del contributo
Un'impresa agricola ha presentato ricorso in Cassazione contro un ente regionale. Successivamente, l'impresa ha formalizzato la rinuncia al ricorso, atto a cui l'ente ha aderito. La Corte di Cassazione, di conseguenza, ha dichiarato l'estinzione del giudizio. La decisione chiarisce un punto fondamentale: in caso di rinuncia, non si applica la sanzione del raddoppio del contributo unificato, prevista per i ricorsi respinti o inammissibili.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: estinzione
Una società agricola presenta ricorso in Cassazione contro una sentenza della Corte d'Appello. La controparte, un ente regionale, risponde con un controricorso. Successivamente, la società ricorrente effettua una rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dall'ente. La Corte di Cassazione, di conseguenza, dichiara l'estinzione del giudizio e l'assorbimento del ricorso incidentale, specificando che in caso di rinuncia non si applica il raddoppio del contributo unificato.
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Lodo non definitivo: quando è impugnabile in appello?
Una società cooperativa ha impugnato un lodo non definitivo che rigettava le sue eccezioni preliminari in una causa contro ex soci. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che un lodo non definitivo è immediatamente impugnabile solo se decide parzialmente nel merito, e non se si limita a risolvere questioni procedurali, rinviando la causa per l'istruttoria.
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Giudicato esterno: TARSU e convenzioni nulle
Una società commerciale si oppone a un avviso di accertamento per la TARSU, basandosi su una convenzione che la esentava dal pagamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, applicando il principio del giudicato esterno. Una precedente sentenza definitiva tra le stesse parti aveva già dichiarato la nullità di tale convenzione, rendendo inefficace la pretesa di esenzione anche per le annualità successive.
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Domanda di rivendica: la prova rigorosa dei beni
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società fornitrice che aveva presentato una domanda di rivendica per beni non pagati da un'azienda poi fallita. La Corte ha confermato la decisione del Tribunale, sottolineando che la prova per la rivendica deve essere rigorosa e specifica: non basta dimostrare la presenza generica di imballaggi del fornitore nei magazzini dell'azienda fallita. È necessario identificare puntualmente e in modo inequivocabile i singoli beni oggetto della richiesta. L'ammissione di un credito IVA privilegiato su tali beni non costituisce prova sufficiente per l'accoglimento della domanda di rivendica.
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Prova cessione crediti: la Gazzetta Ufficiale non basta
Una società veicolo non è riuscita a fornire la prova della cessione di crediti in una procedura fallimentare. La Corte di Cassazione ha confermato che la sola pubblicazione dell'avviso in Gazzetta Ufficiale ha valore indiziario e non è sufficiente quando viene contestata l'esistenza stessa del contratto di cessione, dichiarando inammissibile il ricorso.
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Falsus procurator: contratto nullo o inefficace?
Una società creditrice si è vista annullare un accordo transattivo con un'azienda sanitaria pubblica perché firmato da un dirigente senza poteri di rappresentanza (falsus procurator). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, chiarendo che, in assenza di ratifica, la distinzione tra nullità e inefficacia del contratto è irrilevante ai fini della decisione, poiché l'accordo resta privo di effetti giuridici.
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Opposizione tardiva CTU: nullità e inammissibilità
Un mutuatario ha contestato il compenso liquidato a un Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) in una causa per usura bancaria. Il giudice dell'opposizione ha ridotto il compenso, ma il CTU ha presentato ricorso incidentale in Cassazione, eccependo che l'opposizione originaria era una opposizione tardiva, in quanto presentata oltre il termine di 30 giorni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso incidentale, dichiarando nulla l'ordinanza di opposizione e, di conseguenza, inammissibile il ricorso principale del mutuatario, stabilendo la prevalenza delle norme procedurali sul merito della questione.
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Retribuzione società partecipate: No al blocco stipendi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26341/2025, ha stabilito che ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica non si applica il blocco stipendiale previsto per il pubblico impiego. Un lavoratore aveva richiesto le differenze retributive maturate a seguito del rinnovo del CCNL del settore terziario. La società, interamente partecipata da un ente pubblico, si era opposta invocando le norme sul contenimento della spesa pubblica. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, affermando che la disciplina sulla retribuzione società partecipate segue le regole del diritto privato. Qualsiasi intervento di contenimento dei costi del personale deve passare attraverso la contrattazione di secondo livello e non può essere imposto unilateralmente, disapplicando gli aumenti previsti dal contratto collettivo nazionale.
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Liquidazione giudiziale: quando è legittima la richiesta?
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di una richiesta di liquidazione giudiziale anche in assenza di un previo tentativo di esecuzione forzata. Con l'ordinanza in esame, viene ribadito che per avviare la procedura è sufficiente un accertamento incidentale del credito da parte del giudice, senza necessità di un titolo esecutivo. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società, confermando la decisione dei giudici di merito che ne avevano dichiarato l'insolvenza sulla base di una pesante esposizione debitoria.
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Retribuzione dipendenti pubblici: limiti e onnicomprensività
Una dipendente pubblica si è vista negare un compenso extra per un progetto svolto fuori orario. La Corte d'Appello ha applicato il principio di onnicomprensività della retribuzione dipendenti pubblici. La Cassazione, confermando la decisione, ha dichiarato il ricorso della lavoratrice inammissibile per vizi procedurali, ribadendo indirettamente la rigidità delle norme sui compensi aggiuntivi nel pubblico impiego.
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Incentivo RUP: quando spetta anche con esterni?
Una dipendente pubblica, in qualità di R.U.P., si è vista negare dal proprio Comune l'incentivo per un progetto di lavori pubblici. Le motivazioni del diniego erano che l'attività non era stata svolta fuori dall'orario di lavoro e che erano stati coinvolti professionisti esterni. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, favorevole alla dipendente, stabilendo che a prevalere è il regolamento interno dell'ente. Tale regolamento, infatti, consentiva l'erogazione dell'incentivo RUP anche se l'attività si svolgeva durante l'orario di servizio e non escludeva il compenso in caso di collaborazione con figure professionali esterne, rendendo irrilevanti le diverse indicazioni contenute in una nota regionale.
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Onere della prova: la Cassazione su detrazione IVA
Un contribuente ha impugnato un avviso di accertamento IVA relativo a operazioni parzialmente inesistenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che il contribuente non aveva adempiuto al proprio onere della prova riguardo l'effettiva esistenza delle operazioni fatturate. Il ricorso è stato giudicato inammissibile perché non ha contestato la ragione fondamentale della decisione del giudice di merito, concentrandosi su un aspetto irrilevante ai fini della decisione.
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Giurisdizione concessioni: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione interviene su una controversia tra un'azienda sanitaria e una società fornitrice di distributori automatici, stabilendo un principio chiave sulla giurisdizione concessioni. La Corte ha chiarito che tutte le dispute relative alla revoca di una concessione di servizio pubblico, incluse le richieste di risarcimento danni, rientrano nella competenza esclusiva del Giudice Amministrativo. La sentenza annulla la decisione della Corte d'Appello, che aveva erroneamente affermato la giurisdizione del giudice ordinario, e riafferma la netta separazione delle competenze in materia di rapporti con la Pubblica Amministrazione.
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Accettazione senza riserve: quando non basta?
Una società informatica, dopo aver ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento di un appalto di servizi, si è vista opporre la richiesta di risoluzione del contratto per inadempimento da parte del Comune committente. Soccombente in primo e secondo grado, la società ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il Comune avesse proceduto all'accettazione senza riserve dell'opera, firmando un verbale di ultimazione lavori. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che la valutazione della natura di tale verbale (semplice ricevuta o formale accettazione) costituisce un giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità. Inoltre, ha ritenuto inammissibile il motivo relativo alla clausola penale, in quanto questione nuova sollevata per la prima volta in Cassazione.
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Rinuncia al ricorso: niente doppio contributo unificato
Una cittadina, dopo aver impugnato una decisione della Corte d'Appello, ha presentato una rinuncia al ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Il Comune convenuto ha accettato la rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il giudizio, chiarendo un punto fondamentale: in caso di rinuncia al ricorso, il ricorrente non è tenuto a versare l'ulteriore importo a titolo di contributo unificato (il cosiddetto 'raddoppio del contributo'). Questa sanzione, infatti, si applica solo nei casi tassativi di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione, e non può essere estesa per analogia alla rinuncia.
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Ricorso per cassazione: i requisiti di ammissibilità
L'appello di un agente contro una compagnia assicurativa per indennità di fine rapporto è stato respinto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile a causa di motivi generici e mal formulati, sottolineando l'importanza cruciale della specificità e del corretto inquadramento giuridico dei vizi denunciati.
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