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Socio lavoratore subordinato: l’azienda perde e paga gli arretrati

La Corte di Cassazione ha stabilito che la qualità di socio di una società non esclude automaticamente l’esistenza di un rapporto di lavoro dipendente. In questo caso, un lavoratore, che era anche socio, ha ottenuto il riconoscimento del suo status di dipendente e la condanna dell’azienda al pagamento di oltre 38.000 euro di retribuzioni arretrate. La Corte ha chiarito che, per definire un rapporto come ‘Socio lavoratore subordinato’, è decisiva la prova della subordinazione effettiva, ovvero l’assoggettamento al potere direttivo e di controllo del datore di lavoro, a prescindere dal ruolo societario formale. L’azienda ha perso la causa perché non è riuscita a dimostrare che il rapporto di lavoro fosse fittizio.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. L Num. 10610 Anno 2023
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Riferimento Sentenza di Cassazione Civile Sez. Lavoro Num. 10610 Anno 2023 (Cass. civ. sez. lavoro n. 10610/2023)

Socio e dipendente: è possibile? La Cassazione chiarisce

La doppia veste di socio e lavoratore dipendente all’interno della stessa azienda è una questione complessa che spesso genera contenziosi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha offerto un importante chiarimento, stabilendo che la qualifica di Socio lavoratore subordinato è pienamente legittima se, nei fatti, esiste un reale vincolo di subordinazione. Questo significa che essere proprietari di una quota della società non impedisce di essere considerati dipendenti, con tutti i diritti che ne conseguono, se si è soggetti al potere direttivo di altri.

Il caso: un licenziamento e la doppia veste di socio-lavoratore

La vicenda nasce dall’azione legale di un lavoratore contro la sua azienda. L’uomo sosteneva di aver lavorato come dipendente per circa due anni, svolgendo mansioni operative nel settore della creazione di gioielli, con tanto di trasferte all’estero per l’acquisto di materie prime. Al momento della cessazione del rapporto, avvenuta tramite licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il lavoratore ha chiesto al Tribunale il pagamento di circa 38.000 euro per retribuzioni non corrisposte, straordinari, ferie non godute e altre indennità.

La difesa dell’azienda: il rapporto societario esclude la subordinazione

L’Azienda si è difesa sostenendo che tra le parti non esisteva un vero rapporto di lavoro subordinato. La tesi difensiva si basava su un punto cruciale: il lavoratore era anche socio della società. Secondo l’Azienda, questo ruolo era incompatibile con la posizione di dipendente, suggerendo che il contratto di assunzione fosse solo una finzione. L’Azienda ha cercato di dimostrare che il lavoratore godeva di ampia autonomia e partecipava attivamente alla gestione finanziaria, elementi che, a suo dire, escludevano la presenza di un vincolo di subordinazione.

Il principio del Socio lavoratore subordinato

La Corte di Cassazione, confermando la decisione della Corte d’Appello, ha respinto la tesi dell’Azienda. I giudici hanno ribadito un principio fondamentale: la qualità di socio (o anche di amministratore) di una società di capitali non è di per sé incompatibile con lo status di lavoratore subordinato. Per stabilire la natura del rapporto, non basta guardare alle cariche formali, ma occorre analizzare la realtà concreta delle mansioni svolte. La vera domanda è: il socio-lavoratore era effettivamente sottoposto al potere direttivo, di controllo e disciplinare di qualcun altro all’interno dell’organizzazione aziendale?

Le motivazioni: la prevalenza della realtà dei fatti sul ruolo formale

La decisione della Corte si è basata su un’attenta analisi delle prove. Era emerso che il lavoratore, nonostante fosse socio, svolgeva compiti prettamente operativi e commerciali. Esisteva una lettera di assunzione che definiva le sue mansioni, riceveva buste paga mensili e il rapporto si era concluso con una formale lettera di licenziamento. Questi elementi dimostravano che la volontà dell’azienda era proprio quella di instaurare un rapporto di lavoro subordinato. La Corte ha specificato che la subordinazione può manifestarsi anche in forma ‘attenuata’, con direttive di carattere generale e ampi margini di autonomia, ma sempre all’interno di un coordinamento funzionale deciso dal datore di lavoro. L’Azienda non è riuscita a provare che il contratto fosse simulato, quindi la sua natura subordinata è stata confermata.

Le conclusioni: la condanna dell’azienda e la tutela del Socio lavoratore subordinato

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Azienda, rendendo definitiva la sua condanna. L’Azienda dovrà quindi pagare al lavoratore la somma di 38.084,98 euro, oltre a interessi, rivalutazione e spese legali. Questa sentenza rafforza la tutela del Socio lavoratore subordinato, sottolineando che i diritti dei dipendenti devono essere riconosciuti quando, al di là delle apparenze e delle cariche sociali, esiste un’effettiva sottomissione al potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro. La realtà dei fatti prevale sempre sulla forma.

Posso essere socio di una S.r.l. e contemporaneamente suo dipendente?
Sì, la giurisprudenza ammette la compatibilità tra la qualità di socio e quella di lavoratore subordinato, a condizione che il socio svolga mansioni concrete sotto la direzione e il controllo di un altro organo sociale, distinguendo le sue attività da quelle derivanti dalla carica sociale.

Cosa dimostra che un socio è anche un lavoratore subordinato?
Gli elementi chiave sono l’assoggettamento al potere direttivo altrui (ricevere ordini e direttive), il controllo sulla prestazione, l’inserimento stabile nell’organizzazione aziendale, il rispetto di un orario di lavoro e una retribuzione fissa. La presenza di buste paga e una lettera di assunzione sono prove importanti.

Se l’azienda non paga, un accordo di transazione mi impedisce di fare causa?
Dipende dai termini dell’accordo. Come evidenziato nel caso, se la transazione prevede che le rinunce del lavoratore diventino efficaci solo dopo l’adempimento degli obblighi da parte dell’azienda (es. un pagamento), il mancato adempimento rende l’accordo inefficace e il lavoratore può agire in giudizio per tutelare i suoi diritti.

Termini giuridici

Subordinazione
È il vincolo che lega un lavoratore al datore di lavoro, caratterizzato dal potere di quest'ultimo di dare ordini, controllare l'esecuzione e applicare sanzioni disciplinari.
Giustificato motivo oggettivo
Causa di licenziamento legata a ragioni economiche, produttive o organizzative dell'azienda, come una crisi o la soppressione di una mansione.
Transazione
Un contratto con cui le parti si fanno reciproche concessioni per porre fine a una lite già iniziata o per prevenirne una futura.
Omesso esame di un fatto decisivo
Motivo di ricorso in Cassazione che si verifica quando il giudice di merito ha ignorato un fatto storico cruciale che, se considerato, avrebbe potuto cambiare l'esito della causa.
Quantum
Termine latino che significa 'quantità'. Nel linguaggio legale indica l'ammontare esatto di una somma di denaro richiesta o riconosciuta, come un risarcimento o delle retribuzioni.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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