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Motivazione per relationem: condanna annullata per copia-incolla

La Corte di Cassazione annulla una condanna per spaccio di stupefacenti a causa di una ‘motivazione per relationem’ illegittima. La Corte d’Appello aveva confermato la condanna semplicemente richiamando la sentenza di primo grado, senza però rispondere alle specifiche critiche sollevate dalla difesa sull’interpretazione delle intercettazioni. Secondo i giudici supremi, questo modo di motivare è un ‘copia-incolla’ inammissibile quando l’appello contiene censure dettagliate. Poiché il ricorso dell’imputato era fondato, la Cassazione ha potuto rilevare l’intervenuta prescrizione del reato, annullando la sentenza di condanna definitivamente e senza la necessità di un nuovo processo. L’altro coimputato, il cui reato era già stato dichiarato prescritto in appello, ha visto il suo ricorso dichiarato inammissibile.

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Pubblicato il 30 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 11555 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 3 n. 11555/2023)

Motivazione per relationem: quando il ‘copia-incolla’ del giudice non basta

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale del giusto processo: il giudice d’appello non può limitarsi a un ‘copia-incolla’ della sentenza di primo grado, ma deve rispondere punto per punto alle critiche della difesa. Il caso in esame riguarda una condanna per spaccio di droga, annullata proprio a causa di una motivazione per relationem ritenuta troppo superficiale e sbrigativa. Questo principio garantisce che il diritto di difesa sia effettivo in ogni fase del giudizio.

I fatti: una condanna basata su intercettazioni

La vicenda giudiziaria ha origine da un’indagine per spaccio di sostanze stupefacenti. Un uomo veniva condannato in primo grado sulla base di prove raccolte tramite intercettazioni telefoniche e servizi di appostamento. Secondo l’accusa, le conversazioni registrate dimostravano in modo inequivocabile l’attività illecita. La difesa dell’imputato, tuttavia, aveva una visione completamente diversa. Sosteneva che le conversazioni fossero di carattere ‘neutro’ e tutt’altro che criptiche, e che le conclusioni degli inquirenti fossero delle forzature interpretative non supportate da riscontri oggettivi, come sequestri di droga o denaro.

L’appello e la critica alla prima sentenza

L’imputato presentava appello contro la sentenza di condanna. Nei motivi di impugnazione, il suo avvocato smontava analiticamente le argomentazioni del primo giudice. Evidenziava le presunte incongruenze e la debolezza del quadro probatorio, insistendo sul fatto che le sole conversazioni, interpretate in quel modo, non potessero fondare una condanna penale ‘oltre ogni ragionevole dubbio’. L’atto di appello, quindi, non era una generica lamentela, ma una critica precisa e dettagliata alla logica seguita dal Tribunale.

Il problema: una superficiale motivazione per relationem

La Corte d’Appello, chiamata a decidere sul caso, rigettava l’impugnazione e confermava la condanna. Tuttavia, nel motivare la sua decisione, non entrava nel merito delle specifiche censure difensive. I giudici di secondo grado si limitavano a richiamare la sentenza del Tribunale, condividendone l’impostazione generale. In pratica, utilizzavano la tecnica della motivazione per relationem, ovvero una motivazione che si basa sulle ragioni già esposte in un altro provvedimento. Sebbene questa tecnica sia lecita, la Cassazione ha chiarito che non può tradursi in un pretesto per eludere il dovere di rispondere all’appellante.

Le motivazioni: il dovere del giudice di rispondere puntualmente

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’imputato, annullando la sentenza di condanna. Il motivo è chiaro: la motivazione per relationem è permessa solo quando la sentenza di primo grado ha già esaminato in modo esauriente le questioni e l’appello si limita a riproporle senza nuovi argomenti. Nel caso specifico, invece, la motivazione del primo giudice era stata molto sintetica e l’appello aveva sollevato critiche precise e analitiche. La Corte d’Appello aveva quindi l’obbligo di fornire una risposta specifica a ciascuna doglianza, spiegando perché le argomentazioni difensive non erano fondate. Non facendolo, ha violato il diritto di difesa e il principio del giusto processo, che impone a ogni giudice di motivare adeguatamente le proprie decisioni.

Le conclusioni: condanna annullata e reato prescritto

L’esito finale è stato favorevole all’imputato. La Cassazione, una volta accertato che il suo ricorso era fondato, ha annullato la sentenza di condanna. I giudici, però, non hanno ordinato un nuovo processo d’appello. Hanno invece rilevato che, nel tempo trascorso, era maturata la prescrizione del reato. Di conseguenza, hanno annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando il reato estinto. Per l’imputato, questo ha significato la fine definitiva del procedimento penale, con la cancellazione della condanna. Vince, dunque, la difesa, che ottiene un risultato pieno.

Un giudice può motivare una sentenza semplicemente richiamando quella precedente?
Sì, ma solo se la sentenza precedente è completa e l’appello non solleva critiche nuove e specifiche. Altrimenti, il giudice d’appello deve fornire una propria autonoma motivazione.

Cosa succede se il mio reato si prescrive mentre il processo è in Cassazione?
Se il tuo ricorso non è palesemente infondato, la Corte di Cassazione può annullare la condanna e dichiarare direttamente l’estinzione del reato per prescrizione.

Se vengo condannato sulla base di intercettazioni, posso contestarle?
Certo. La difesa può contestare l’interpretazione delle conversazioni intercettate, sostenendo ad esempio che siano ambigue o non provino il reato. Il giudice ha il dovere di valutare e rispondere a queste contestazioni.

Termini giuridici

Motivazione per relationem
Tecnica con cui un giudice, per motivare la propria decisione, fa riferimento al contenuto di un altro atto del processo (come la sentenza di primo grado), senza riscriverne le argomentazioni.
Prescrizione
Causa di estinzione del reato che si verifica quando è trascorso un determinato periodo di tempo dalla sua commissione senza che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna.
Ictu oculi
Espressione latina che significa 'a colpo d'occhio'. In diritto, indica una situazione di palese evidenza che non richiede alcuna indagine o approfondimento per essere compresa.
Ricorso inammissibile
Impugnazione che non può essere esaminata dal giudice perché manca di uno dei requisiti previsti dalla legge, ad esempio perché presentata senza un reale interesse ad agire.
Annullamento senza rinvio
Decisione della Corte di Cassazione che annulla la sentenza precedente senza ordinare un nuovo processo, perché può decidere direttamente la questione (ad esempio, dichiarando il reato estinto).

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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