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D.P.R. 309/1990 — Anno 2026

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Spaccio di lieve entità: uso personale escluso dalla Cassazione
L'Imputato veniva condannato per il reato di spaccio di lieve entità a causa del rinvenimento di sostanze stupefacenti suddivise in 39 involucri, pari a 63 dosi medie giornaliere, all'interno di una nota piazza di spaccio. Il difensore sosteneva la destinazione all'uso personale e contestava l'aumento della pena previsto per la recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'attività illecita rilevando l'aspecificità dei motivi difensivi a fronte di una doppia decisione conforme di merito. Inoltre, la Corte ha ritenuto legittimo l'aumento per la recidiva, evidenziando la presenza di due recenti precedenti specifici che dimostrano una marcata pericolosità sociale e una continuità delinquenziale dell'Imputato.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione conferma i limiti
L'Imputato ha presentato un ricorso contro patteggiamento dopo aver concordato la pena per reati legati allo spaccio di stupefacenti. La difesa contestava la motivazione della sentenza e la qualificazione del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita rigorosamente la possibilità di contestare un patteggiamento a casi tassativi, tra cui non rientrano le generiche doglianze sulla motivazione. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per la detenzione e la cessione di un quantitativo rilevante di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento della fattispecie di spaccio di lieve entità per ridurre la sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché le doglianze riproponevano argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, richiedendo una non consentita valutazione delle prove. I giudici di legittimità hanno confermato che lo spaccio di lieve entità non può essere riconosciuto quando lo stupefacente è destinato a un numero elevato di consumatori. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche e droga: negata la riduzione della pena
Un uomo è stato condannato per il trasporto di un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti dal valore superiore a 80.000 euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. Egli ha lamentato il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e il rifiuto di applicare il minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la grave offensività concreta della condotta, la presenza di un elevato principio attivo e la scarsa credibilità della collaborazione offerta dall'imputato sui mandanti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena sotto la media: ricorso inammissibile
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la condanna per spaccio di lieve entità. Il motivo di impugnazione riguardava unicamente la determinazione della pena. La difesa sosteneva che il giudice avesse motivato in modo insufficiente la misura della sanzione inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione viene stabilita al di sotto della media edittale, non occorre una motivazione dettagliata. In questi casi è sufficiente un generico richiamo alla congruità della pena. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese del processo, oltre a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato resta detenuto
Un indagato accusato di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti ha proposto ricorso contro la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di attualità delle esigenze cautelari in ragione del tempo trascorso dai fatti e dello stato di incensurato dell'uomo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la misura restrittiva. I giudici hanno evidenziato che l'indagato manteneva legami stabili con un complice capace di gestire le attività illecite anche dallo stato di detenzione. La pluralità delle condotte e l'inserimento nel circuito criminale dimostrano la concreta e attuale pericolosità sociale. L'indagato resta dunque in carcere e deve pagare le spese del processo.
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Concordato in appello: inammissibile il ricorso personale
L'Imputato ha presentato un ricorso personale in Cassazione contro la sentenza emessa con concordato in appello, contestando la pena e la mancata assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato l'atto inammissibile. Innanzitutto, l'imputato non può più sottoscrivere personalmente il ricorso, essendo necessaria la firma di un avvocato cassazionista. Inoltre, l'accordo stretto tramite concordato in appello comporta la rinuncia a far valere successive contestazioni o cause di non punibilità. L'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
Due imputati sono stati condannati in appello per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare per la cessione di cocaina da cui erano ricavabili circa 280 dosi. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, chiedendo di derubricare il fatto a ipotesi di lieve entità e contestando la misura della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere alla Cassazione un nuovo esame delle prove e delle intercettazioni. Inoltre, la presenza di circa 280 dosi destinate a un numero elevato di consumatori esclude la lieve entità del fatto. La condanna è diventata definitiva con obbligo di pagare le spese e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione: condanna e sanzione
L'Imputato propone impugnazione personale contro la condanna per reati legati agli stupefacenti. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso in Cassazione per due ragioni fondamentali. In primo luogo, la legge vieta all'imputato di sottoscrivere personalmente il ricorso, richiedendo la firma di un difensore iscritto all'albo speciale. In secondo luogo, le contestazioni formulate risultano generiche e prive di elementi concreti di critica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato e spaccio: no allo sconto di pena
Un uomo condannato con due distinte sentenze irrevocabili per spaccio di sostanze stupefacenti ha chiesto il riconoscimento del reato continuato in sede di esecuzione. Il Giudice dell'Esecuzione ha respinto la richiesta a causa del lasso temporale di diciassette mesi tra i reati e della diversa natura delle sostanze, da marijuana a eroina e cocaina. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice omogeneità dei reati non basta per concedere il reato continuato. Occorre dimostrare che l'autore avesse programmato tutti gli illeciti fin dal primo episodio. La continuità non sussiste in presenza di una mera abitualità delittuosa o di scelte estemporanee. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attualità delle esigenze cautelari: il tempo blocca l’arresto
Il Pubblico Ministero ha impugnato in Cassazione la decisione del Tribunale del Riesame che aveva annullato gli arresti domiciliari per L'Indagato, accusato di associazione per traffico di stupefacenti con il ruolo di vedetta. I fatti contestati risalivano all'inizio del 2022, mentre la misura era stata applicata a fine 2025. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. La Suprema Corte ha chiarito che l'attualità delle esigenze cautelari non può essere presunta se trascorre un lasso di tempo significativo senza elementi che provino la persistenza della condotta illecita dell'indagato. Di conseguenza, L'Indagato vince la causa e rimane libero, poiché il semplice scorrere del tempo in assenza di nuovi indizi recenti supera la presunzione di pericolosità sociale.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e sanzione fissa
L'imputato è stato condannato in appello per reati legati alla detenzione di sostanze stupefacenti ai sensi del Testo Unico sulla droga. Il condannato ha presentato impugnazione davanti alla Corte di Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha tuttavia riscontrato la totale genericità dei motivi presentati, i quali non muovevano alcuna contestazione specifica contro le argomentazioni della sentenza impugnata. Questo difetto formale ha determinato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno confermato la condanna e sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: l’accesso esclusivo condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato contro la condanna per la detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano trovato all'interno di un ufficio diverse dosi di droga già pronte per lo spaccio. L'imputato era l'unico ad avere la disponibilità del locale e le relative chiavi al momento del controllo. I giudici supremi hanno evidenziato che l'imputato si è limitato a riproporre i motivi già respinti in appello, chiedendo una nuova valutazione dei fatti non consentita nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Confisca allargata: il giudicato prevale sui ricorsi tardivi
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di revoca di una confisca allargata avente ad oggetto un immobile acquistato in comunione dei beni da un uomo condannato per reati di mafia e dalla moglie. Il condannato contestava la misura in fase di esecuzione lamentando il difetto di ragionevolezza temporale tra l'acquisto del bene e i reati. La moglie, come terza interessata, contestava a sua volta i presupposti del provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che la confisca allargata disposta con sentenza definitiva non può essere messa in discussione in sede esecutiva in assenza di fatti o prove nuove. Inoltre, il terzo interessato può solo difendere la titolarità del bene, ma non può contestare i presupposti legali della misura applicata al condannato. I ricorsi sono stati entrambi rigettati.
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Spaccio di lieve entità: no ai sconti per i pusher organizzati
Le forze dell'ordine arrestano un giovane sorpreso a vendere cocaina in una nota piazza di spaccio. L'indagato ammette il fatto, precisando di operare con turni fissi per necessità economiche. Il giudice applica la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'indagato propone ricorso per ottenere la qualificazione di spaccio di lieve entità, evidenziando la giovane età e l'incensuratezza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'inserimento in una struttura organizzata esclude lo spaccio di lieve entità. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare le prove valutate dai giudici di merito. Il ricorrente deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Ospite o spacciatore: no allo spaccio di lieve entità
L'Imputato è stato condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice ospite dell'appartamento in cui le forze dell'ordine hanno trovato un ingente quantitativo di cocaina e materiale da confezionamento. Inoltre, la difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che l'imputato è stato fotografato mentre cedeva dosi e preparava la sostanza. Inoltre, l'elevato quantitativo di droga e l'alto principio attivo escludono la tenuità del fatto. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato e pene: il ricorso fallisce e scatta la multa
L'Imputato è stato condannato per plurimi episodi di spaccio di lieve entità. Avverso la sentenza della Corte di Appello, il medesimo ha proposto ricorso in Cassazione contestando sia la responsabilita per i singoli episodi, sia il calcolo degli aumenti sanzionatori applicati a titolo di reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi riproponevano argomenti già adeguatamente respinti nel secondo grado di giudizio. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che la motivazione sul calcolo della pena nel reato continuato può essere sintetica se gli aumenti applicati per i reati satellite sono di esigua entità. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese del processo oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Droga parlata: annullata la condanna senza prove certe
L'Imputato veniva condannato in appello per l'acquisto di sostanze stupefacenti sulla base di intercettazioni, incontri rapidi e atteggiamenti ritenuti sospetti dagli inquirenti, rientrando nell'ipotesi di droga parlata. La difesa proponeva ricorso in Cassazione contestando la mancanza di prove certe, in quanto nessun agente aveva assistito alla reale consegna della sostanza né si era proceduto al sequestro della droga. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato la condanna con rinvio ad altra sezione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il nervosismo, l'urgenza degli incontri o i pedinamenti infruttuosi non dimostrano lo scambio di stupefacenti al di là di ogni ragionevole dubbio.
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Detenzione ai fini di spaccio e strumenti di confezionamento
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata a un uso personale, vista la ridotta quantità e l'uso lecito degli strumenti trovati, tra cui bilancini, coltello, taglierino e mannite. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'Imputato valorizzando l'insieme del materiale da confezionamento ritrovato, combaciante con le dosi già pronte. La Cassazione ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto, evidenziando che il reato è avvenuto in un ambiente domestico condiviso con figli minori. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca di denaro e reati di droga: limiti al sequestro
L'imputato ha patteggiato una pena per spaccio e detenzione illecita di stupefacenti. La polizia ha sequestrato tutti i contanti trovati in casa, compresi quelli di una coimputata assolta. L'imputato ha ricorso in Cassazione. La Corte ha stabilito che la confisca di denaro e reati di droga non può colpire tutti i contanti indistintamente. Il giudice può confiscare direttamente solo il prezzo della vendita di droga, pari a settanta euro. Il denaro legato alla sola detenzione non può essere confiscato senza valutare i presupposti della confisca per sproporzione. La Cassazione ha quindi annullato la confisca della somma eccedente i settanta euro, rinviando la decisione al Tribunale.
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