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D.P.R. 309/1990 — Anno 2022

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Detenzione con finalità di spaccio: uso personale escluso
Un uomo è stato fermato con dodici dosi di cocaina nascoste nel giubbotto. La difesa ha sostenuto che la sostanza fosse destinata al semplice consumo personale non punibile penalmente. I giudici di merito hanno invece accertato la detenzione con finalità di spaccio, condannando l'imputato a due anni, due mesi e venti giorni di reclusione oltre a duemila euro di multa, con applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità del quadro probatorio: la suddivisione in dosi pronte alla cessione, l'assenza di redditi leciti e un precedente arresto analogo dimostrano l'attività illecita. Il condannato deve inoltre versare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: contanti e dosi la negano
Un soggetto subisce una condanna per violazione della legge sugli stupefacenti e presenta ricorso per ottenere la qualificazione dell'illecito come fatto minore. La difesa invoca la lieve entità nel reato di spaccio contestando la mancata concessione della fattispecie attenuata da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile poiché il ricorrente si è limitato a ripetere le argomentazioni già respinte in secondo grado. I giudici evidenziano che la qualità e quantità della sostanza sequestrata, l'elevato numero di dosi ricavabili, le modalità operative e la somma in contanti rinvenuta escludono la lieve entità nel reato di spaccio. Il condannato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per spaccio: confermata la condanna
Un uomo, già sottoposto agli arresti domiciliari e con precedenti penali specifici, è stato condannato per cessione continuata di sostanze stupefacenti. L'imputato ha proposto impugnazione chiedendo una revisione della pena, il riconoscimento delle attenuanti generiche e contestando l'efficacia drogante della sostanza. La Corte di Cassazione ha stabilito l'Inammissibilità del ricorso per spaccio poiché le doglianze richiedevano una nuova valutazione dei fatti, preclusa nei giudizi di legittimità. I giudici hanno confermato la congruità della pena e il diniego delle attenuanti, evidenziando i precedenti specifici e la recidiva commessa durante la misura cautelare. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: verdetto confermato
L'imputato ha proposto impugnazione davanti alla Corte di Cassazione contestando la condanna a otto mesi di reclusione e 1.200 euro di multa per violazione delle norme sugli stupefacenti. La difesa denunciava una presunta carenza di motivazione riguardo alla qualificazione del fatto e al calcolo della pena. I giudici di legittimità hanno riscontrato la presenza di una motivazione esauriente e completa nel provvedimento d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha stabilito l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando la condanna dell'imputato e aggiungendo il pagamento delle spese processuali unitamente alla somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento tra accordo e rigetto
L'Imputato ha concordato l'applicazione della pena mediante rito alternativo per violazione della normativa sugli stupefacenti. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso per cassazione contro patteggiamento contestando la mancata verifica immediata di cause di non punibilità. La Suprema Corte ha respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile: la legge consente l'accesso al giudizio di legittimità per gli accordi negoziali solo per vizi tassativamente previsti dal codice di rito. Chi sceglie la definizione anticipata della pena non può successivamente richiedere una rivalutazione dei presupposti di innocenza. L'interessato subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e a un'ammenda pecuniaria.
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Diniego delle attenuanti generiche per maxi spaccio
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una persona condannata per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. I giudici di merito hanno accertato il possesso di ben 11.625 dosi di eroina. L'imputato ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento della riduzione di pena, nonostante avesse confessato i fatti. La Suprema Corte ha confermato il legittimo diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno stabilito che l'estrema gravità del reato e l'ingente quantitativo di droga prevalgono sulla confessione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile per la genericità e la ripetitività dei motivi presentati. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti reati stupefacenti: rigetto e sanzione
L'Imputato, condannato per violazione della normativa sulle sostanze illecite, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della speciale collaborazione e la limitata applicazione delle circostanze generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il tema delle attenuanti reati stupefacenti era già stato esaminato in appello con motivazione logica e coerente. Il ricorrente si è limitato a sollecitare una nuova valutazione di merito senza confrontarsi con le argomentazioni della sentenza precedente. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese legali e di una sanzione di tremila euro.
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Detenzione di stupefacenti tra peso e spaccio: no alla lieve entità
L'Imputato deteneva circa 159 grammi di sostanza stupefacente insieme a materiale per la pesatura e il confezionamento in dosi. I giudici di merito hanno condannato il soggetto escludendo l'uso personale e negando l'ipotesi della lieve entità, ravvisando una piena destinazione alla vendita. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la derubricazione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: la detenzione di stupefacenti con bilancini e dosi pronte dimostra una chiara capacità di diffusione sul mercato illegale. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: carcere per le basi
I giudici hanno confermato la misura della custodia in carcere per un indagato accusato di far parte di una associazione finalizzata al narcotraffico e di detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'indagato sosteneva di aver solo messo a disposizione un appartamento e un garage per ragioni familiari, senza alcuna adesione al gruppo. Le indagini hanno invece dimostrato la sua piena consapevolezza del deposito della droga negli stabili e i contatti stabili con i vertici dell'organizzazione criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, stabilendo che la fornitura consapevole di basi logistiche al sodalizio integra la partecipazione al gruppo e giustifica la custodia cautelare in carcere per l'alto pericolo di reiterazione.
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Cessione di Stupefacenti: Ricorso Inammissibile, Condanna Confermata
Un Lavoratore, già in regime di libertà vigilata, è stato condannato per un episodio di cessione di stupefacenti (circa 200 grammi di cocaina) avvenuto nel 2002. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a sette anni di reclusione e 30.000 euro di multa. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'illogicità della motivazione sul suo ruolo e un travisamento delle prove. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e le spese processuali, poiché il ricorrente non ha fornito la documentazione necessaria a supportare le sue contestazioni.
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Pena già scontata: esclusa la rideterminazione della pena
Un condannato ha presentato istanza al giudice dell'esecuzione per ottenere la rideterminazione della pena inflitta per reati di droga. Il richiedente invocava la sentenza n. 40/2019 della Corte Costituzionale, che aveva abbassato i minimi edittali per tali reati. Il Tribunale ha dichiarato l'istanza inammissibile poiché la sanzione detentiva risultava già interamente scontata negli anni precedenti. Il condannato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo la mancata esecuzione della pena pecuniaria e la presenza di un cumulo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso: l'integrale espiazione della reclusione esaurisce il rapporto esecutivo e impedisce ogni nuovo ricalcolo.
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Stupefacenti: connivenza passiva non è concorso nel reato
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari per una donna accusata di concorso nel reato di detenzione di stupefacenti con il marito. Il Tribunale aveva ritenuto sufficiente il ritrovamento di droga, denaro e un bilancino in casa per dimostrare la sua colpevolezza. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice consapevolezza (connivenza non punibile) non basta. Per configurare il concorso nel reato è necessario un contributo attivo e consapevole. Il Tribunale dovrà riesaminare il caso, valutando se la donna abbia fornito un effettivo apporto all'attività illecita.
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Reato continuato e particolare tenuità del fatto: la svolta
Due soggetti affrontano la condanna penale in appello per reati diversi. Il Primo Imputato riceve una condanna per plurimi illeciti legati ad armi, danneggiamento e cessione di sostanze, ma il suo ricorso risulta inammissibile per carenza di specificità. Il Secondo Imputato contesta la condanna per la cessione di modiche quantità di stupefacente (circa due grammi per venti euro) a un conoscente, lamentando il diniego della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione accoglie le doglianze del Secondo Imputato: l'esistenza di un reato continuato non impedisce automaticamente il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, richiedendo una valutazione globale e concreta della condotta.
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Sospensione condizionale della pena: no ad automatismi
L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che confermava la sua condanna per reati in materia di stupefacenti. La difesa ha lamentato la mancata concessione delle attenuanti generiche, la quantificazione eccessiva della sanzione e il mancato riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimita hanno chiarito che l'atto difensivo non conteneva una reale critica alle motivazioni della sentenza impugnata, limitandosi a contestazioni generiche sul trattamento sanzionatorio. Il giudice di merito non e tenuto a valutare ogni singolo elemento favorevole quando evidenzia elementi negativi prevalenti e decisivi. Il ricorrente e stato quindi condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità ricorso penale: l’accordo che blocca l’appello
Un Lavoratore, condannato per reati legati agli stupefacenti (Art. 73 d.P.R. 309/1990), ha presentato ricorso contro un'ordinanza della Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Questo è avvenuto perché il Lavoratore aveva precedentemente raggiunto un "concordato in appello" (un accordo sulla pena). Tale accordo preclude la possibilità di impugnare la sentenza per questioni a cui si è rinunciato. La Cassazione ha quindi confermato che il ricorso era improponibile, condannando il Lavoratore al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e circostanze attenuanti generiche: no sconti
L'Imputato gestiva una piazza di spaccio stabile al centro di un piccolo paese. Dopo la condanna per spaccio di lieve entità, la difesa ha presentato ricorso per contestare la severità della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'Imputato aveva già confessato la destinazione della droga alla vendita a terzi. I giudici hanno confermato che il magistrato non deve esaminare ogni singolo elemento favorevole quando la gravità della condotta giustifica ampiamente il diniego delle attenuanti. L'Imputato perde definitivamente il giudizio e deve pagare le spese legali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Custodia cautelare in carcere: tempo trascorso non basta per arresti domiciliari
L'Imputato, in custodia cautelare in carcere per reati di droga, ha chiesto di sostituire la misura con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, ritenendo il quadro indiziario solido e le esigenze cautelari persistenti, anche a fronte del tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che il mero decorso del tempo non attenua automaticamente le esigenze cautelari. Solo fatti nuovi, capaci di modificare il quadro indiziario, possono giustificare una misura meno afflittiva. La presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per specifici reati rimane valida.
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Obbligo di dimora: il giudice può imporre limiti notturni
Il Pubblico Ministero richiedeva l'applicazione della misura cautelare dell'obbligo di dimora nei confronti di un indagato. Il Giudice per le indagini preliminari disponeva la misura aggiungendo d'ufficio il divieto di uscire di casa dalle 20:00 alle 06:00. Il Tribunale del Riesame annullava tale prescrizione notturna. Il Tribunale riteneva infatti che il giudice avesse violato il principio della domanda cautelare imponendo un vincolo non richiesto dall'accusa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che il divieto di allontanamento notturno costituisce una prescrizione accessoria facoltativa. Il giudice può applicarla autonomamente d'ufficio senza trasformare l'obbligo di dimora in arresti domiciliari. La prescrizione notturna riprende quindi piena efficacia verso l'indagato.
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Guida senza patente e revoca affidamento in prova: il ricalcolo
Un condannato ammesso alla misura dell'affidamento in prova per casi particolari è stato sorpreso alla guida di un'autovettura senza patente e in possesso di una modica quantità di sostanza stupefacente. Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca della misura alternativa e ha fissato l'inizio della pena da espiare in modo retroattivo. La Corte di Cassazione ha confermato che la guida senza patente giustifica la revoca affidamento in prova, poiché costituisce una grave violazione delle prescrizioni. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso riguardo al calcolo dei tempi della pena residua. La detenzione domiciliare sofferta prima della sottoscrizione del verbale non può essere cancellata. I giudici hanno annullato l'ordinanza con rinvio limitatamente alla decorrenza degli effetti del provvedimento.
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Custodia Cautelare: Confermata per Traffico di Droga, Ricorso Respinto
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato, confermando la **custodia cautelare** in carcere per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e traffico di droga. L'Indagato aveva contestato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e la logicità della motivazione. I giudici hanno ritenuto che le prove raccolte, incluse intercettazioni e osservazioni, dimostrassero il suo coinvolgimento nell'organizzazione criminale. Hanno anche confermato la validità delle esigenze cautelari, data la sua pericolosità e il rischio di reiterazione del reato, respingendo ogni obiezione difensiva.
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