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Art. 666 Codice di Procedura Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 666 Codice di Procedura Penale

Espulsione dal territorio dello Stato: confermata la misura
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'eseguibilità della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato a carico di un cittadino straniero condannato. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la mancata valutazione delle proprie memorie difensive e l'accertamento della propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omessa valutazione di memorie difensive non produce nullità quando la motivazione del provvedimento finale risulta congrua e completa. L'accertamento della pericolosità poggiava su elementi solidi: i precedenti penali del condannato, l'assenza di un valido permesso di soggiorno e la totale mancanza di stabili riferimenti socio-lavorativi sul territorio italiano. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pena definitiva e giudicato esecutivo: ricorso respinto
Un condannato ha presentato istanza al giudice dell'esecuzione per ottenere la riduzione della pena inflitta per reati in materia di stupefacenti. Il richiedente invocava le sentenze della Corte Costituzionale favorevoli al reo. Il giudice ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il principio del giudicato esecutivo cede solo davanti a novità di fatto o di diritto cronologicamente successive alla sentenza definitiva. Nel caso esaminato, i principi favorevoli della giurisprudenza erano già ampiamente noti e consolidati prima della condanna. Il condannato doveva contestare la misura della sanzione con i normali mezzi di impugnazione ordinari. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca della sospensione condizionale per risarcimento non pagato
Un condannato ha subito la revoca della sospensione condizionale della pena per non aver risarcito il danno alla vittima entro il termine prestabilito. L'interessato ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo di non aver potuto partecipare all'udienza davanti al giudice dell'esecuzione a causa di un impedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'uomo non aveva mai sollevato tale impedimento davanti al giudice di merito durante la fase opportuna. La mancata contestazione tempestiva rende la doglianza del tutto infondata in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la revoca del beneficio e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Istanza di continuazione dei reati: rigetto per ricorso generico
Un condannato ha presentato un ricorso per contestare il mancato accoglimento della richiesta di unificazione delle pene. L'uomo lamentava generici errori materiali nell'ordine di esecuzione delle pene e l'assenza di motivazione sul rigetto della sua richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché privo di riferimenti puntuali. Il ricorrente non ha specificato le norme violate né ha indicato quali reati specifici appartenessero al medesimo disegno criminoso. L'istanza di continuazione dei reati richiede una rigorosa precisione fattuale e giuridica per poter essere valutata. La Suprema Corte ha condannato il soggetto alle spese di giudizio e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reiterazione dell’istanza esecutiva: ricorso respinto
Un detenuto condannato alla pena dell'ergastolo ha presentato una richiesta per ottenere il ricalcolo della sanzione, il riconoscimento del vincolo della continuazione tra i reati e la declaratoria di illegittimità della pena perpetua. I giudici territoriali hanno respinto l'atto considerandolo una mera riproduzione di precedenti domande già rigettate. L'interessato ha quindi proposto ricorso per Cassazione, senza tuttavia contestare le effettive motivazioni che avevano determinato il rigetto per duplicazione della richiesta. La Suprema Corte ha confermato che la reiterazione dell'istanza esecutiva senza elementi di novità rende il ricorso inammissibile. Il ricorrente è stato perciò condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ordine di demolizione: il ricorso al TAR non ferma la ruspa
Il Condannato ha richiesto la sospensione dell'ordine di demolizione conseguente a una condanna patteggiata per reato edilizio, sostenendo l'acquisizione dell'immobile al patrimonio comunale e la pendenza di un ricorso amministrativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'acquisizione del manufatto abusivo da parte del Comune non impedisce l'ordine di demolizione penale, salvo specifica delibera comunale che attesti un prevalente interesse pubblico alla conservazione del bene. Inoltre, la sospensione dell'ordine di demolizione richiede l'accertamento di una reale causa di incompatibilità o sanabilità, qui assente.
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Ordine di demolizione: la prima casa abusiva si abbatte
La proprietaria di un fabbricato abusivo ha contestato l'ordine di demolizione emesso dalla Procura della Repubblica, sostenendo che l'abbattimento della prima casa violasse l'art. 8 della CEDU a tutela della vita familiare e del domicilio. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. I giudici hanno chiarito che il diritto all'abitazione non è assoluto e non impedisce l'abbattimento di manufatti illeciti, poiché prevale l'interesse pubblico a sanare la violazione del territorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando l'ordine di demolizione e condannando la ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinvio dell’esecuzione per grave infermità: carcere confermato
Il Detenuto ha richiesto il rinvio dell'esecuzione per grave infermità e la detenzione domiciliare surrogatoria per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendo le condizioni cliniche compatibili con il regime carcerario e adeguatamente trattabili all'interno della struttura penitenziaria. Il condannato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la valutazione dei giudici e lamentando violazioni di legge e vizi logici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le censure sollevate miravano a una rivalutazione nel merito delle evidenze probatorie, attività preclusa in sede di legittimità. I giudici hanno confermato la decisione precedente e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Divieto di bis in idem: ricorso rigettato e sanzione
Un condannato ha richiesto ai giudici di rideterminare la propria pena complessiva, invocando la violazione del divieto di bis in idem per alcune condanne registrate nel proprio casellario giudiziale. La Corte di Appello ha respinto l'istanza ritenendo insussistente la duplicazione dei giudizi. L'interessato ha quindi presentato ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità delle censure, le quali si limitavano a riproporre argomenti già ampiamente superati nel precedente grado di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Controllo della corrispondenza dei detenuti tra ritardi e legge
Un detenuto ha presentato reclamo contro i ritardi nella consegna delle lettere a lui indirizzate. L'amministrazione penitenziaria ha trattenuto le missive per eseguire il controllo della corrispondenza dei detenuti tramite visto di censura. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta del recluso. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione. I giudici supremi hanno chiarito che i tempi tecnici necessari per le verifiche di sicurezza non ledono direttamente un diritto soggettivo tutelabile in giudizio. La gestione della corrispondenza rientra nel generale potere di controllo dell'amministrazione.
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Revoca della sospensione condizionale e notifica al convivente
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito che avevano disposto la revoca della sospensione condizionale nei confronti di un condannato. L'uomo aveva commesso un nuovo delitto punibile con pena detentiva entro cinque anni dal precedente giudicato e la pena complessiva superava i limiti di legge. Il condannato ha presentato ricorso eccependo la nullità della notifica dell'atto, eseguita presso l'abitazione familiare mentre si trovava agli arresti domiciliari in comunità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività, evidenziando che l'interessato non aveva comunicato il proprio stato detentivo sopravvenuto negli atti esecutivi, rendendo pienamente valida la notifica ai familiari.
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Detenzione domiciliare respinta: vietata la domanda fotocopia
Un condannato ha presentato una nuova richiesta per ottenere la detenzione domiciliare davanti al Tribunale di Sorveglianza. Il Tribunale ha dichiarato il non luogo a provvedere, richiamando una precedente ordinanza che aveva già respinto la medesima domanda. Il condannato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando un presunto difetto di motivazione nel provvedimento dei giudici di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il Tribunale non poteva esprimersi nuovamente su una richiesta identica già esaminata in precedenza, in assenza di fatti nuovi. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: stop per chi lavora all’estero
Un condannato ha presentato istanza per accedere alle misure alternative alla detenzione mentre si trovava all'estero per motivi lavorativi. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della sua irreperibilità sul territorio nazionale, che ha impedito lo svolgimento delle indagini socio-familiari necessarie. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo un vizio di motivazione relativo alla propria assenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile: il trasferimento all'estero impedisce la concreta verifica della condotta e l'accertamento dei requisiti utili per concedere il beneficio. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione tra reati: reati autonomi o piano unico?
Un condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione tra reati per ridurre la pena complessiva derivante da diverse condanne. Il magistrato ha respinto l'istanza evidenziando l'assenza di un unico disegno criminoso originario, ravvisando invece condotte autonome ed estemporanee per modalità e beni giuridici lesi. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente alle spese.
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Unicità del disegno criminoso: rigetto ed esecuzione della pena
Un condannato ha presentato ricorso per ottenere il riconoscimento del reato continuato davanti al giudice dell'esecuzione, sostenendo l'unicità del disegno criminoso tra diversi reati commessi. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando l'assenza di un progetto unitario originario. L'uomo ha impugnato la decisione in Cassazione, lamentando anche una presunta lesione del diritto di difesa durante l'udienza camerale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. Il giudice territoriale ha operato una valutazione logica e conforme alla legge, mentre la doglianza processuale è risultata del tutto generica. Il ricorrente ha subito la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dell’indulto: ricorso respinto senza richiesta in udienza
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale che disponeva la revoca dell'indulto. L'uomo sosteneva di non essere stato sentito dal giudice nonostante una presunta richiesta. La Corte Suprema ha rigettato la richiesta e dichiarato inammissibile il ricorso. Gli atti dimostrano infatti che il destinatario aveva ricevuto regolarmente l'avviso dell'udienza con l'esplicita indicazione della facoltà di chiedere di essere ascoltato. Il Condannato non ha avanzato alcuna richiesta espressa e il difensore presente non ha sollevato obiezioni in udienza. La Cassazione lo ha quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sanzione disciplinare detenuti e restrizioni al regime 41-bis
Il Detenuto sottoposto al regime speciale dell'articolo 41-bis ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza. L'origine della vicenda riguarda una sanzione disciplinare detenuti inflitta per aver intrattenuto comunicazioni con reclusi di altri gruppi di socialità al fine di organizzare una protesta collettiva. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura, evidenziando che l'interessato si era rifiutato immotivatamente di comparire per la contestazione degli addebiti e che le comunicazioni superavano il semplice saluto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi riproponevano censure già confutate senza contestare criticamente la decisione precedente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale e impugnazioni errate
Un condannato ha presentato ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che ha dichiarato non estinta la pena all'esito del periodo di affidamento in prova al servizio sociale. Il ricorrente ha lamentato la mancata notifica dell'avviso di udienza e il difetto di motivazione. La Suprema Corte ha chiarito che le decisioni sull'esito della misura alternativa sono adottate senza formalità e non sono direttamente impugnabili in Cassazione. Il rimedio previsto dalla legge è l'opposizione davanti al medesimo Tribunale di Sorveglianza. In applicazione del principio del favor impugnationis, la Cassazione ha riqualificato il ricorso in opposizione e ha disposto la trasmissione degli atti al giudice competente per il corretto riesame della posizione del condannato.
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Revoca sospensione esecuzione pena: quando il ricorso fallisce
Il Condannato ha impugnato direttamente in Cassazione il provvedimento della Procura della Repubblica che stabiliva la revoca sospensione esecuzione pena. La difesa lamentava l'errata valutazione dello stato di irreperibilità dell'interessato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per un errore di procedura. Il provvedimento del pubblico ministero non può essere impugnato subito davanti alla Cassazione, ma deve essere prima contestato davanti al Giudice dell'Esecuzione presso il Tribunale. A causa dello sbaglio procedurale, Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sovraffollamento carcerario e preclusione: stop ai ricorsi doppi
Un detenuto ha presentato reclamo per ottenere uno sconto di pena risarcitorio a causa delle cattive condizioni di detenzione patite. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile l'istanza poiché sulla medesima questione si era già formato il giudicato. Il condannato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando la mancata applicazione di un presunto orientamento giurisprudenziale favorevole. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, ribadendo i principi su sovraffollamento carcerario e preclusione processuale. I giudici hanno chiarito che, senza nuovi elementi di fatto o questioni di diritto inedite, una richiesta già respinta non può essere riproposta. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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