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Art. 665 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 665 Codice di Procedura Penale

Spese di custodia dei beni sequestrati: chi paga l’ausiliario
Un custode giudiziario presenta una nota di calcolo per le spese di custodia dei beni sequestrati riguardante una barca confiscata. Sia il Tribunale sia la Corte di appello rifiutano la competenza per liquidare il compenso all'ausiliario. Il contrasto tra i due uffici giudiziari genera una paralisi processuale che richiede l'intervento della Corte di Cassazione. I giudici supremi risolvono il conflitto negativo individuando nella Corte di appello l'autorità competente a decidere sul pagamento. Tale corte d'appello, infatti, ha riformato nel merito la sentenza di primo grado e agisce come giudice dell'esecuzione.
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Maltrattamenti in famiglia: la legge nuova punisce le vecchie liti
Un uomo condannato in via definitiva per il reato di maltrattamenti in famiglia ha chiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione del trattamento sanzionatorio previgente alla riforma del Codice Rosso del 2019. La difesa sosteneva che i comportamenti successivi all'entrata in vigore della nuova legge fossero insignificanti e non dimostrassero la continuità dell'illecito. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno rigettato l'istanza. La Suprema Corte ha confermato che il reato di maltrattamenti ha natura abituale e si perfeziona con l'ultimo episodio accertato. Poiché le condotte sono proseguite anche dopo l'entrata in vigore della riforma più severa, si applica interamente il nuovo e più rigido regime normativo, che inserisce il reato tra quelli ostativi ai benefici penitenziari. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Ordine di demolizione: l’acquisto in buona fede non salva l’abuso
Un acquirente ha impugnato l'ingiunzione a distruggere un manufatto di 40 metri quadri e un appartamento di 180 metri quadri. L'interessato sosteneva che l'ordine di demolizione derivasse da una seconda sentenza che aveva prescritto le opere sul secondo immobile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'immobile abusivo principale era già stato condannato alla demolizione definitiva con una prima sentenza. Il successivo provvedimento aveva unificato i reati in continuazione senza cancellare la sanzione ripristinatoria originaria. I giudici hanno chiarito che il provvedimento incide direttamente sulla cosa a prescindere dai passaggi di proprietà e dalla presunta buona fede del terzo compratore.
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Ordine di demolizione: vana la difesa del parente senza procura
Una donna ha contestato l'ingiunzione di abbattimento disposta per un fabbricato abusivo realizzato dalla madre, invocando un sopravvenuto condono edilizio. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta di revoca del provvedimento. La figlia ha quindi promosso ricorso per cassazione quale terza interessata. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per due ragioni fondamentali: la mancanza di una procura speciale conferita al legale e l'omessa dimostrazione di un legame giuridico concreto con l'immobile. L'ordine di demolizione possiede infatti natura reale e colpisce il bene a prescindere dall'identità dell'autore dell'abuso. Chiunque intenda opporsi alla sua esecuzione deve comprovare un interesse diretto e conferire idoneo mandato difensivo. La ricorrente deve versare le spese di causa e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lite tra giudici e riduzione della pena per mancata impugnazione
Un condannato riceveva una prima condanna con rito abbreviato e, avendo rinunciato all'appello, maturava il diritto all'ulteriore sconto di un sesto. Successivamente, lo stesso soggetto riportava una seconda condanna definitiva presso un diverso tribunale per nuovi reati commessi nel quinquennio. Davanti all'ufficio esecuzioni, il pubblico ministero chiedeva di revocare la sospensione condizionale della prima condanna e di concedere la riduzione della pena per mancata impugnazione. Il giudice dell'ultima condanna revocava il beneficio sospensivo, ma dichiarava la propria incompetenza sulla riduzione di pena, trasmettendo gli atti al primo tribunale. Il primo giudice sollevava conflitto negativo di competenza. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'intera posizione esecutiva appartiene inderogabilmente al giudice dell'ultimo provvedimento irrevocabile, il quale deve applicare lo sconto d'ufficio.
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Estinzione della pena revocata per redditi non comunicati
Il Tribunale di Sorveglianza revoca l'estinzione della pena precedentemente accordata a una persona che aveva concluso con successo un percorso terapeutico contro la tossicodipendenza. La Procura ha infatti scoperto una condanna penale irrevocabile, non registrata in precedenza nel certificato dei carichi pendenti. Il condannato aveva omesso di comunicare l'aumento dei propri redditi percepiti durante il godimento del gratuito patrocinio. La difesa sosteneva che il reato coincidesse con la domanda iniziale di assistenza legale, presentata prima del periodo di prova. La Corte di Cassazione respinge la tesi difensiva: la mancata dichiarazione del reddito costituisce un reato autonomo commesso in pieno quinquennio di prova. La decisione di cancellare l'estinzione della pena è quindi corretta e definitiva.
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Sopravvenuta carenza di interesse: stop a spese e ammende
Una cittadina chiedeva la revoca dell'ordine di demolizione di un fabbricato. Il tribunale respingeva l'istanza e la donna proponeva ricorso per cassazione per tutelare l'incolumità dei residenti e la stabilità dell'edificio. Nelle more del procedimento, la Corte di Appello revocava l'ordine di demolizione, poiché il Comune acquisiva l'immobile al patrimonio pubblico per destinarlo all'alloggio del nucleo familiare. La difesa presentava una rinuncia al ricorso, ritenuta però invalida per difetto di procura speciale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, i giudici hanno escluso qualsiasi condanna alle spese o alla Cassa delle ammende: la perdita di interesse scaturisce da una causa esterna non imputabile alla ricorrente, escludendo così la soccombenza.
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Sospensione in appello: chi è il giudice dell’esecuzione?
Un condannato richiede la dichiarazione di estinzione del reato dopo aver ottenuto in appello il beneficio della sospensione condizionale della pena. Il Tribunale ordinario dichiara la propria incompetenza e rimette gli atti alla Corte di appello. Quest'ultima solleva conflitto di competenza dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, sostenendo che la concessione del beneficio non modifica in modo sostanziale la decisione di primo grado. La Corte di Cassazione accoglie la tesi della Corte d'appello e stabilisce che il giudice dell'esecuzione competente è il Tribunale di primo grado. Il beneficio concesso in appello rappresenta una valutazione del futuro comportamento del condannato e non altera gli elementi essenziali del verdetto originario.
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Cessazione della condotta associativa: stop a sconti retroattivi
Un condannato per associazione mafiosa ha chiesto al Giudice dell'esecuzione di anticipare la data di conclusione del crimine al momento del suo ingresso in carcere nel 2007. La Corte di appello ha invece individuato la cessazione della condotta associativa al primo dicembre 2010, valorizzando un'intercettazione telefonica dell'ottobre 2010 già presente nel processo originario. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione invocando provvedimenti successivi, tra cui la liberazione anticipata e una successiva sentenza assolutoria per fatti posteriori. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: il Giudice dell'esecuzione deve ricostruire il momento del reato basandosi solo sul fascicolo della condanna definitiva, senza farsi condizionare da atti sopravvenuti o rivalutare elementi già decisi.
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Istanza tempestiva ma nuovo verdetto: il giudice dell’esecuzione
Un condannato richiede al Tribunale competente il riconoscimento del vincolo della continuazione tra più reati. Il magistrato investito si dichiara incompetente a favore di un altro ufficio, indicando una recente condanna definitiva pronunciata da quest'ultimo. Il secondo tribunale rifiuta il fascicolo e solleva un conflitto formale: la nuova sentenza irrevocabile non esisteva ancora quando la difesa ha depositato la domanda originaria. La Corte di Cassazione risolve il contrasto e assegna la competenza al primo ufficio. La Corte applica il principio della stabilità della giurisdizione: il giudice dell'esecuzione si individua con precisione guardando alla data di presentazione dell'istanza. Le successive condanne definitive non possono spostare la competenza processuale già incardinata.
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Giudice dell’esecuzione: scontro tra Tribunale e Appello
Un cittadino condannato per due distinti furti aggravati chiede il beneficio della continuazione tra i reati. Il Tribunale accoglie la richiesta e ricalcola la sanzione al ribasso. La Procura Generale impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'autorità dell'organo giudicante. La seconda condanna, infatti, era passata in giudicato per ultima dopo una pronuncia della Corte di Appello. I giudici di secondo grado avevano riformato la sentenza eliminando un'aggravante. La Suprema Corte accoglie il ricorso della Procura. L'eliminazione dell'aggravante rappresenta una valutazione sostanziale del fatto. Di conseguenza, il giudice dell'esecuzione legittimato a decidere non è il Tribunale ma la Corte di Appello.
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Revoca del sequestro conservativo negata all’erede
Un uomo condannato in via definitiva per truffa aveva acquistato un immobile con proventi societari illeciti, intestandolo formalmente al figlio. L'immobile era stato sottoposto a sequestro a garanzia dei risarcimenti dovuti alla parte civile. Il figlio ha chiesto al giudice dell'esecuzione la revoca del sequestro conservativo, sostenendo di essere l'effettivo proprietario e asserendo la prescrizione del debito risarcitorio a seguito del fallimento del padre. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio. I giudici hanno chiarito che l'intestazione formale non cancella la reale disponibilità del bene in capo al condannato. Inoltre, il fallimento del debitore non estingue la pretesa risarcitoria della vittima. Chi richiede la revoca del sequestro conservativo deve documentare con precisione la cessazione definitiva del credito garantito, onere non soddisfatto nel caso di specie.
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Cumulo di pene concorrenti: calcolo indulto e condanna
Il Condannato ha presentato un'istanza al Giudice dell'esecuzione per ridefinire il cumulo di pene concorrenti. Il soggetto sosteneva che una precedente condanna a oltre nove anni di reclusione dovesse considerarsi assorbita da una successiva per via della continuazione tra i reati. La difesa lamentava un doppio conteggio della sanzione e contestava le modalità di scomputo dell'indulto. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile l'istanza poiché riproponeva questioni già decise e respinte in passato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: nel cumulo di pene concorrenti occorre prima sottrarre l'indulto dalla somma complessiva e solo dopo applicare il criterio moderatore della pena massima. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Giudice dell’esecuzione: scontro tra tribunali sulla pena
Un condannato richiede l'applicazione della continuazione tra reati accertati con sei diverse sentenze. Due distinti uffici giudiziari rifiutano entrambi di decidere la richiesta. Il primo tribunale trasmette gli atti al secondo, sostenendo che l'ultima condanna definitiva appartenga a quest'ultimo. Il secondo giudice respinge a sua volta il fascicolo e solleva un conflitto davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando che l'ultima sentenza passata in giudicato cronologicamente è proprio quella del primo tribunale. La Suprema Corte dichiara ammissibile il conflitto e risolve la questione applicando il criterio cronologico previsto dalla legge: per individuare il corretto giudice dell'esecuzione, rileva esclusivamente la data in cui il provvedimento è divenuto irrevocabile per ultimo. La Cassazione attribuisce quindi la competenza al primo tribunale, disponendo la trasmissione immediata degli atti per la decisione sul merito della pena.
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Provvedimento di cumulo: chi vince tra Procura e Giudice
Un condannato chiede alla Procura l'aggiornamento del fine pena per includere i giorni di liberazione anticipata già riconosciuti. Il Pubblico Ministero ricalcola a sorpresa l'intero provvedimento di cumulo, individua un fatto risalente nel tempo e posticipa la scarcerazione di diversi anni. Il detenuto contesta la decisione davanti al Giudice dell'esecuzione, evidenziando che i calcoli precedenti erano già stati convalidati da decisioni definitive dell'autorità giudiziaria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del detenuto e annulla l'ordinanza impugnata. I Supremi Giudici stabiliscono che l'ordine di esecuzione delle pene concorrenti ha natura amministrativa e perde la sua modificabilità nel momento in cui interviene una pronuncia giurisdizionale. Senza elementi nuovi, l'accusa non può peggiorare la posizione del condannato.
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Reato continuato in sede esecutiva: ricorso inammissibile
Il Giudice dell'Esecuzione ha accolto l'istanza del Condannato per il riconoscimento della disciplina del reato continuato in sede esecutiva, rideterminando la pena complessiva. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo l'incompetenza del giudice che si era pronunciato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per due ragioni. In primo luogo, il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello non ha la legittimazione ad impugnare le ordinanze del Giudice dell'Esecuzione, potere che spetta solo al Pubblico Ministero che ha partecipato al procedimento di esecuzione. In secondo luogo, essendosi il giudice pronunciato in seguito a un precedente annullamento con rinvio ad opera della Cassazione, la sua competenza era diventata vincolante e non più contestabile.
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Confisca allargata valida per la casa comprata prima dei reati
Un cittadino condannato per usura ed estorsione commessi dal 2013 al 2020 impugna la misura che colpisce un immobile acquistato alla fine del 2011. La difesa sostiene l'illegittimità del provvedimento, evidenziando che l'acquisto precede i delitti e contesta l'incompatibilità dei giudici. La Corte di Cassazione conferma la piena legittimità della confisca allargata. I giudici spiegano che il bene, sebbene comprato prima, è stato saldato in prevalenza mediante un mutuo rimborsato proprio durante gli anni di commissione dei reati. I redditi lecite dichiarati non bastavano a coprire le rate del finanziamento. Di conseguenza, la misura colpisce l'acquisto pagato con risorse illecite, rispettando il legame temporale richiesto dalla legge.
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Competenza del giudice dell’esecuzione tra casellario e realtà
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione tra diverse condanne per truffa. Il Tribunale locale ha accolto l'istanza e ha rideterminato la pena complessiva. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la competenza del giudice dell'esecuzione appartenesse a un altro Tribunale, poiché l'ultima condanna era diventata definitiva presso quest'ultimo proprio il giorno di presentazione della domanda. La difesa ha sostenuto l'affidamento sul casellario giudiziale, non ancora aggiornato a quella data. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero. La Suprema Corte ha stabilito che la competenza del giudice dell'esecuzione si determina sulla base della situazione reale esistente al momento della domanda, a prescindere dal ritardo nell'aggiornamento del casellario giudiziale. L'ordinanza è stata annullata e gli atti trasmessi al giudice competente.
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Confisca dei beni e terzi creditori: niente risarcimento dallo Stato
Un cittadino acquista un immobile rivelatosi abusivo da una società immobiliare. Successivamente, l'intero patrimonio aziendale subisce un sequestro e la relativa confisca dei beni e terzi creditori cercano tutela. L'acquirente ottiene una sentenza civile di risarcimento contro la società e chiede l'ammissione del credito al passivo dei beni confiscati gestiti dall'Agenzia Nazionale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: il credito risarcitorio riguarda un immobile estraneo al provvedimento di sequestro e si configura come mero credito chirografario. Pertanto, la confisca dei beni e terzi creditori non consente il soddisfacimento di crediti sorti al di fuori della procedura su beni non confiscati.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: il momento del deposito
Il Condannato presenta dal carcere un'istanza per ottenere la disciplina del reato continuato e la riduzione della pena. Al momento del deposito della richiesta, l'ultima condanna definitiva risulta emessa da un primo Tribunale. Successivamente, altre sentenze emesse da giudici diversi diventano irrevocabili. Il primo Tribunale rifiuta la decisione e sostiene che la competenza del giudice dell'esecuzione spetti al magistrato dell'ultimo verdetto definitivo in ordine di tempo. Si genera un conflitto di competenza tra i due Tribunali. La Corte di Cassazione risolve la questione stabilendo che la competenza del giudice dell'esecuzione si determina in modo definitivo al momento della presentazione della domanda. La decisione non subisce mutamenti per il successivo passaggio in giudicato di altre condanne. Vince il primo Tribunale che deve trattare l'istanza.
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