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Art. 635 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 635 Codice Penale

Particolare tenuità del fatto: no al ricorso per danneggiamento
L'Imputato è stato condannato per il reato di danneggiamento ed ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato la regolarità delle notifiche, la revoca di una testimone e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi presentati erano generici e riproducevano le stesse doglianze già respinte nei precedenti gradi. Inoltre, l'esclusione della particolare tenuità del fatto risulta corretta poiché la gravità dell'offesa è stata valutata adeguatamente secondo i parametri di legge. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e la somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Danneggiamento auto parcheggiata: basta la parola della vittima
L'Imputato è stato condannato per il reato di danneggiamento auto parcheggiata lungo la pubblica via. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando l'assenza di fotografie del danno, la mancata individuazione dello strumento impiegato e l'asserita inattendibilità della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la testimonianza della vittima può da sola fondare una condanna penale, purché valutata con rigore. Inoltre, l'assenza di fotografie non annulla la prova se la polizia giudiziaria ha constatato direttamente il danno. Infine, la mancanza di elementi positivi o di condotte collaborative giustifica il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rivalutazione delle prove in Cassazione: condanna confermata
L'Imputato subisce una condanna in appello per i reati di violenza privata e danneggiamento, dopo una prima assoluzione in Tribunale. L'Imputato propone ricorso per Cassazione contestando la validità dell'impugnazione del Procuratore Generale e lamentando una ricostruzione errata dei fatti. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la rivalutazione delle prove in Cassazione è vietata dalla legge, poiché il giudizio di legittimità non consente di sovrapporre un nuovo esame dei fatti a quello dei giudici di merito. L'appello del Pubblico Ministero risulta inoltre sufficientemente specifico. Di conseguenza, la condanna dell'Imputato diventa definitiva e la Corte impone il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato: condanna confermata se il ricorso contesta i fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da due soggetti condannati per furto aggravato con violenza sulle cose e danneggiamento aggravato. I giudici di merito avevano confermato la responsabilità degli imputati per la sottrazione del bene e il danneggiamento collegato. Il primo ricorrente chiedeva di qualificare il fatto come semplice tentativo, sollecitando un nuovo esame delle prove. Il secondo lamentava l'assenza di querela e la mancanza delle aggravanti con argomenti del tutto generici. La Suprema Corte ha chiarito che in sede di legittimità non si possono riesaminare le prove già valutate nei gradi precedenti. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso penale: confermata la condanna
L'Imputato è stato condannato per i reati di deterioramento di beni culturali, danneggiamento, furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Contro la sentenza di condanna, l'Imputato ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, lamentando errori di valutazione e il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale perché i motivi presentati erano generici e ripetitivi, senza una reale contestazione delle argomentazioni usate dai giudici di merito. La decisione ha comportato la conferma della condanna originaria e il pagamento delle spese processuali, unitamente al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Applicazione della recidiva: conferma pena e ricorso respinto
Due individui vengono condannati a otto mesi di reclusione per il reato di danneggiamento aggravato. I giudici di merito stabiliscono la pena applicando un aumento legato ai precedenti penali e rigettando la tesi difensiva sulla presunta occasionalita della condotta. Gli imputati propongono ricorso alla Suprema Corte contestando l'applicazione della recidiva e chiedendo l'annullamento della condanna. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi presentati. I motivi di impugnazione costituiscono una mera riproduzione delle difese gia disattese nei precedenti gradi di giudizio, senza offrire elementi di critica specifica. La decisione rende definitiva la sanzione detentiva e impone ai ricorrenti il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Danneggiamento aggravato nel bar: la Cassazione conferma la pena
L'Imputato ha infranto la vetrina di un bar, aggredito gli avventori, colpito il barista con un pugno e opposto resistenza con lesioni agli agenti di polizia intervenuti. La difesa sosteneva la mancanza del reato di danneggiamento aggravato per l'esposizione della vetrina alla pubblica fede, poiche la saracinesca era parzialmente abbassata e il titolare era presente nel locale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la vetrina e comunque esposta alla pubblica fede quando il proprietario non puo esercitare una sorveglianza continua e diretta sul bene. E stata inoltre confermata la piena legittimazione del titolare a sporgere querela. L'Imputato e stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: quando le offese non bastano
Un detenuto ha minacciato un agente penitenziario per uscire dalla cella e ha percosso il cancello con un pezzo di branda. La Corte d'Appello lo aveva condannato per minaccia, danneggiamento e per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha ridimensionato la condanna. I giudici hanno confermato la penale responsabilità per la minaccia a pubblico ufficiale, fissando la pena finale a sei mesi di reclusione. Hanno invece annullato senza rinvio la condanna per danneggiamento, poiché la serratura era soltanto sganciata e subito ripristinata. La Suprema Corte ha annullato anche la condanna per oltraggio a pubblico ufficiale: sebbene vi fossero altri detenuti nelle vicinanze, l'istruttoria ha provato che nessuno di loro poteva udire le frasi ingiuriose. Senza la concreta possibilità di percezione dell'offesa da parte di terze persone, il fatto non costituisce reato.
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Querela per danneggiamento: valida se fatta dal dipendente
L'Imputato è stato condannato a sei mesi di reclusione per il danneggiamento subito da un locale commerciale. La difesa dell'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'invalidità della querela per danneggiamento, poiché presentata da un dipendente del bar e non dal proprietario dell'attività. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il dipendente, in quanto presente sul posto e utilizzatore continuativo degli arredi e della cassa, è a tutti gli effetti un legittimo detentore. Di conseguenza, possiede pieno titolo per sporgere la querela. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Minorata difesa nel furto: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato è stato condannato in sede di merito per i reati di furto pluriaggravato e danneggiamento. Contro tale decisione, il condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando esclusivamente la sussistenza dell'aggravante della minorata difesa. La Suprema Corte ha dichiarato la richiesta inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni riguardavano valutazioni di fatto, non consentite nel giudizio di Cassazione. Inoltre, la sentenza d'appello aveva già fornito una motivazione logica e corretta nel confermare la presenza della minorata difesa. Per queste ragioni, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da un imputato condannato per danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva, sostenendo l'ingiustizia dell'aumento di pena. I Giudici Supremi hanno rilevato che l'impugnazione riproduceva pedissequamente censure già analizzate e respinte nei precedenti gradi di merito, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza d'appello. L'estrema genericità del motivo ha determinato l'inammissibilità del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure cautelari personali tra reati e tutela del lavoro
Una manifestante ha partecipato a intrusioni e danneggiamenti presso una sede istituzionale e la redazione di un quotidiano, commettendo i reati mentre era già sottoposta all'obbligo di firma. Il Tribunale ha inasprito la misura cautelare aggiungendo l'obbligo di dimora e la permanenza domiciliare notturna. Sia l'indagata sia il Pubblico Ministero hanno impugnato l'ordinanza: la difesa riteneva la misura sproporzionata, mentre l'accusa chiedeva restrizioni più severe ritenendo il divieto notturno inefficace per fatti pomeridiani. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando la piena validità delle misure cautelari personali applicate. La Suprema Corte ha ritenuto il provvedimento logico e bilanciato, capace di limitare il pericolo di recidiva senza compromettere l'attività lavorativa dell'indagata con il carcere.
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Danneggiamento aggravato in carcere: la stangata della Cassazione
Un detenuto è stato condannato alla pena di sei mesi di reclusione per il reato di danneggiamento aggravato in carcere, per aver distrutto un tavolo all'interno della propria cella detentiva. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'arredo non costituisse un bene destinato a pubblico servizio e chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che i beni mobili dell'amministrazione penitenziaria sono destinati a un servizio pubblico e rendono il reato procedibile d'ufficio. Inoltre, i giudici hanno chiarito che la tenuità del fatto non può essere richiesta per la prima volta davanti alla Cassazione se non formulata nel giudizio d'appello. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Furto aggravato e diritto di querela: decide chi usa il bene
Un uomo, dopo aver infranto il lunotto di un'automobile per sottrarre una borsa e due zaini, ha concordato la pena in tribunale per il reato di furto aggravato da violenza sulle cose. L'imputato ha poi proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'improcedibilità del reato. Secondo la difesa, la querela era invalida perché presentata dall'utilizzatrice del veicolo e non dal proprietario formale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito la disciplina su furto aggravato e diritto di querela: il potere di sporgere denuncia spetta anche a chi possiede o utilizza il bene in base a un titolo legittimo. L'imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso di persone nel reato: tra presenza e responsabilità
In occasione di una trasferta calcistica, un gruppo di tifosi ha sfilato in corteo commettendo danneggiamenti e lesioni. La Corte di Cassazione ha chiarito che il concorso di persone nel reato sussiste anche senza una previa pianificazione espressa. È sufficiente la partecipazione attiva al gruppo compatto che garantisce protezione e copertura a chi compie fisicamente gli atti violenti. La presenza fisica non costituisce semplice connivenza se rafforza l'azione illecita altrui. La Corte ha inoltre stabilito che nel giudizio abbreviato il risarcimento del danno deve avvenire prima dell'ammissione al rito per ottenere l'attenuante. Per gli imputati privi di recidiva applicata, i reati si sono estinti per prescrizione. I ricorsi dei soggetti con recidiva applicata sono stati invece rigettati, con conseguente conferma delle condanne.
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Reato di danneggiamento e spinta sul portone: la pena resta
Un cittadino è stato condannato per il reato di danneggiamento dopo essersi scagliato violentemente contro il portone d'ingresso di un edificio. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza di prova del dolo, ossia della volontà di causare il danno, e contestando la gravità della pena inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la condotta di scagliarsi con forza contro la struttura dimostra in modo inequivocabile l'intenzione volontaria di danneggiare. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha legittimamente valutato la presenza di precedenti atti violenti e minatori nei confronti delle vittime. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato: sconto di pena illegale, la Cassazione annulla
L'Imputato ruba un'auto dotata di antifurto satellitare. Le forze dell'ordine seguono il veicolo senza sosta e bloccano l'uomo, trovandolo con armi a bordo. Il Tribunale lo condanna per il reato di furto aggravato, ma applica una sanzione inferiore ai minimi edittali ed esclude l'aggravante delle armi e la recidiva. Il Procuratore Generale presenta ricorso per cassazione contro la misura della pena. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla la decisione per il ricalcolo della condanna. La motivazione della prima sentenza era illogica e non rispettava i limiti minimi stabiliti dalla legge penale.
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Danneggiamento penale: carcere o Giudice di Pace?
Il caso riguarda un minorenne condannato a una pena detentiva per il reato di danneggiamento penale commesso presso una struttura d'accoglienza. La difesa ha chiesto al giudice dell'esecuzione di sostituire la reclusione con le sanzioni del Giudice di Pace, sostenendo la competenza di quest'ultimo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la riforma del 2016 ha depenalizzato il danneggiamento semplice, trasformandolo in illecito civile. Di conseguenza, il rinvio della legge sulle competenze del Giudice di Pace riguarda unicamente il fatto non più reato e non si estende alle forme di danneggiamento penale ancora punibili. Per queste ragioni, la pena detentiva inflitta dal Tribunale resta pienamente legittima e la competenza rimane del giudice ordinario.
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Danneggiamento e minaccia aggravata: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di danneggiamento e minaccia aggravata a carico di due soggetti. I giudici hanno ritenuto ampiamente provate le condotte intimidatorie e il danneggiamento di due autovetture parcheggiate sulla pubblica via, colpite mediante l'uso di una barra metallica. È stata confermata l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede per i veicoli lasciati in sosta senza sorveglianza, oltre al reato di porto abusivo di oggetti atti ad offendere. La dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi rende definitive le sanzioni penali e il risarcimento dei danni fisici e morali, liquidati equitativamente per un totale di cinquemila euro a favore della parte civile, unitamente alle spese di rappresentanza legale.
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Danneggiamento aggravato: non serve querela negli uffici pubblici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato condannato per il reato di danneggiamento aggravato a beni situati all'interno di uffici pubblici. La difesa sosteneva che, a seguito della recente riforma del 2024, il reato richiedesse la querela di parte e invocava l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che i beni presenti in uffici pubblici conservano la procedibilità d'ufficio. Inoltre, i giudici hanno reputato corretta la valutazione di gravità svolta dalla Corte d'Appello, confermando l'impossibilità di riesaminare il merito in sede di legittimità. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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