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Art. 635 Codice Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 635 Codice Penale

Specificità dei motivi di ricorso: condanna per chi ripete
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di danneggiamento. I giudici di merito avevano accertato la responsabilità penale di entrambi in primo e secondo grado. Nel rivolgersi alla Suprema Corte, i ricorrenti si sono limitati a riproporre le stesse difese già respinte in appello, offrendo una propria interpretazione delle prove senza contestare in modo specifico le motivazioni della sentenza impugnata. La Cassazione ha ribadito che la specificità dei motivi di ricorso è un requisito fondamentale per l'ammissibilità dell'impugnazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati dichiarati inammissibili e i due soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Rescissione del giudicato: via la condanna se l’avviso fallisce
Un cittadino viene condannato per danneggiamento in un processo celebrato interamente in sua assenza. L'uomo aveva eletto domicilio presso il difensore d'ufficio durante le indagini preliminari, ma il legale aveva rifiutato l'elezione e la lettera inviata all'imputato era tornata indietro con la dicitura "sconosciuto". La Corte d'Appello respinge la richiesta di rescissione del giudicato, ritenendo che l'imputato avesse l'onere di attivarsi. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso, stabilendo che l'elezione di domicilio non andata a buon fine non prova l'effettiva conoscenza del processo. Di conseguenza, la Cassazione dispone la revoca della condanna e la trasmissione degli atti al Tribunale per un nuovo processo, accogliendo la domanda di rescissione del giudicato.
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Reato di percosse: la Cassazione punisce i ricorsi tardivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da tre soggetti condannati per danneggiamento e per il reato di percosse. I ricorrenti avevano contestato la qualificazione giuridica dei fatti e la presenza delle condizioni di procedibilità. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che queste contestazioni non erano state sollevate durante il precedente grado di appello. Inoltre, i motivi proposti richiedevano una nuova valutazione dei fatti, operazione vietata in sede di Cassazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale dei ricorrenti, obbligandoli anche al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di danneggiamento: incastrato dal silenzio e dal sibilo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di danneggiamento delle gomme dell'auto di un collega. Un testimone oculare aveva riconosciuto l'imputato di notte, chino vicino al veicolo mentre si sentiva il sibilo dell'aria che usciva dagli pneumatici. L'imputato non aveva risposto al saluto del collega e si era allontanato rapidamente. La Cassazione ha ribadito che non può rivalutare le prove o ricostruire i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, poiché il suo compito è solo verificare la correttezza giuridica della decisione. L'uomo perde definitivamente il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato escluso per alberi non fruttiferi
Il caso nasce dal danneggiamento di tredici alberi ad alto fusto e da una presunta minaccia tramite cartelli con la scritta "ti auguro di fare la stessa fine". La Corte di Cassazione ha stabilito che il danneggiamento aggravato non sussiste se gli alberi non sono fruttiferi, poiché manca un elemento essenziale previsto dalla legge penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per questo reato, in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato. Al contrario, i giudici hanno confermato la sussistenza del reato di minaccia, ritenendo i cartelli idonei a incutere timore. Poiché il risarcimento del danno era stato calcolato cumulativamente per entrambi gli episodi, la Corte ha annullato le statuizioni civili, rinviando la quantificazione del danno morale al giudice civile.
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Furto con strappo o rapina? La Cassazione traccia il confine
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo condannato per rapina, furto con strappo e danneggiamento aggravato. L'imputato aveva sottratto con violenza il cellulare della vittima e le aveva strappato le chiavi di mano. Inoltre, aveva danneggiato un bene esposto alla pubblica fede. La Suprema Corte ha chiarito che lo scippo delle chiavi integra il reato di furto con strappo, mentre la violenza fisica diretta configura la rapina. L'aggravante del danneggiamento di cose esposte alla pubblica fede sussiste anche se il fatto avviene sotto gli occhi della vittima, qualora questa non abbia mezzi per impedire l'azione. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Danneggiamento aggravato: danno minimo ma condanna confermata
Il Ricorrente è stato condannato a quattro mesi di reclusione per il reato di danneggiamento aggravato ai danni di un edificio. Nonostante il danno materiale fosse di lieve entità, i giudici di merito hanno negato l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa delle modalità dell'azione. Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione del beneficio e contestando la propria responsabilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e risarcimento danni: no alla provvisionale
Il Tribunale di Firenze aveva applicato a un'imputata la pena concordata di cinque mesi di reclusione per minaccia e danneggiamento, condannandola anche al pagamento di una provvisionale di mille euro in favore della parte civile. L'Imputata ha fatto ricorso in Cassazione contestando la decisione sulla provvisionale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ribadendo che in caso di patteggiamento e risarcimento danni il giudice penale non può decidere sulle pretese risarcitorie della parte civile, né assegnare provvisionali. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna al pagamento della provvisionale e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale per una nuova valutazione sulle spese di costituzione della parte civile.
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Reato di danneggiamento: la Cassazione respinge il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di danneggiamento. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di Cassazione, poiché tale compito spetta esclusivamente ai giudici di merito. Inoltre, la richiesta di attenuanti è stata ritenuta generica e priva di elementi concreti. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna del ricorrente, imponendogli anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Calci alla sedia in tribunale: è danneggiamento di bene pubblico
Un uomo è stato condannato per il reato di danneggiamento di bene pubblico dopo aver distrutto a calci una sedia nel corridoio del Tribunale di Lecce. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza del dolo, ossia della volontà intenzionale di danneggiare un bene della pubblica amministrazione, e chiedendo una rivalutazione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione del merito in Cassazione se la motivazione della sentenza precedente è logica e coerente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Danneggiamento aggravato: la telecamera esterna incastra il reo
Un uomo è stato condannato per il reato di danneggiamento aggravato per aver distrutto una telecamera di sorveglianza posizionata all'esterno di un'abitazione. La sua identificazione è avvenuta grazie alla visione dei filmati da parte degli agenti di polizia, che già lo conoscevano. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'identificazione, l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede e la mancata concessione delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la telecamera, stando fuori dal perimetro privato, è protetta dalla pubblica fede. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce il calcolo della prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sospensione della prescrizione: no agli sconti di tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per percosse e danneggiamento ai danni di una donna. Il ricorrente sosteneva che i reati fossero estinti per il decorso del tempo. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il rinvio del processo concordato tra le parti per cercare un accordo transattivo comporta la sospensione della prescrizione. Di conseguenza, il tempo trascorso durante tale rinvio non si calcola ai fini del termine di estinzione del reato. La Corte ha inoltre confermato la piena attendibilità della vittima e ha negato le attenuanti generiche, poiché l'uomo ha commesso i fatti mentre era già ammesso all'affidamento in prova ai servizi sociali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: risponde anche il passeggero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due giovani condannati per porto di ordigno esplosivo, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. I due avevano fatto esplodere una bomba carta vicino a un'abitazione per motivi di gelosia, danneggiando due auto parcheggiate. Successivamente, erano fuggiti a bordo di uno scooter con targa coperta, ingaggiando un inseguimento spericolato con i Carabinieri. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di entrambi, chiarendo che anche il passeggero risponde del reato di resistenza a pubblico ufficiale a titolo di concorso morale, non essendosi opposto alla fuga programmata. Inoltre, il danneggiamento delle auto è aggravato dall'esposizione alla pubblica fede, poiché i veicoli erano parcheggiati sulla pubblica via senza sorveglianza. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Danneggiamento aggravato: ricorso respinto e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per i reati di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e danneggiamento aggravato. L'imputato contestava la mancanza di una formale querela e chiedeva una rivalutazione delle prove relative al danneggiamento delle cose della persona offesa. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive. La querela era stata regolarmente presentata presso i Carabinieri. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che non può riesaminare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: la parola dell’agente supera la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per invasione di edifici e danneggiamento aggravato. La difesa sosteneva che la condanna si basasse su dichiarazioni rese dall'imputato alla polizia, ritenute inutilizzabili per legge. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che i giudici di merito hanno accertato la responsabilità penale basandosi sulla testimonianza diretta di un agente di polizia. L'agente aveva infatti visto personalmente il soggetto mentre distruggeva la lastra di vetro all'ingresso dell'alloggio. Trattandosi di una ricostruzione dei fatti coerente, la Cassazione non può rivalutare il merito della vicenda. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: i limiti del creditore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un creditore condannato per violazione di domicilio e lesioni. L'imputato pretendeva la restituzione di una somma di denaro da un terzo estraneo al debito, ex coniuge del vero debitore. La difesa invocava l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'uomo volesse solo esercitare un proprio diritto. I giudici hanno chiarito che questo reato presuppone una pretesa giuridicamente esigibile verso il vero debitore. Non si può applicare la scriminante se si minaccia un soggetto terzo non obbligato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la condanna diventa definitiva
L'Imputato è stato condannato per i reati di lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata dichiarazione di prescrizione dei reati e sostenendo di aver agito per reagire a un comportamento arbitrario delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce il decorso della prescrizione dopo la sentenza d'appello, poiché la decisione di condanna diventa definitiva retroattivamente alla data della pronuncia di secondo grado. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare i fatti o valutare nuovamente le prove, compito che spetta esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, la condanna dell'Imputato è stata confermata in via definitiva.
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Invasione di terreni o edifici: condanna confermata ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due donne condannate per danneggiamento e invasione di terreni o edifici. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, dichiarando prescritto il reato di danneggiamento, considerato reato istantaneo e consumatosi nel 2007. Al contrario, il reato di invasione di terreni o edifici, avente natura di reato permanente, non è stato ritenuto prescritto poiché la difesa non ha dimostrato l'effettivo rilascio dell'immobile prima della sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il danneggiamento e ha rinviato alla Corte d'appello solo per rideterminare la pena per l'occupazione abusiva, confermando la responsabilità penale delle imputate per quest'ultimo reato.
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Strumento atto ad offendere: ferita e condanna confermata
Due imputati sono stati condannati per i reati di danneggiamento e lesioni personali aggravate dall'uso di uno strumento atto ad offendere. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dell'aggravante e la responsabilità per il danneggiamento. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito. Nel caso specifico, la ferita alla testa della vittima era pienamente compatibile con l'utilizzo di un oggetto contundente, e un testimone oculare aveva identificato i responsabili del danneggiamento. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Danneggiamento aggravato: condannato anche chi presta l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per il reato di danneggiamento aggravato di un'autovettura, distrutta tramite incendio. Il primo soggetto, identificato grazie alle telecamere e alla sua postura ritorsiva, ha materialmente appiccato il fuoco per vendetta contro un poliziotto. Il secondo soggetto ha concorso nel reato fornendo la propria auto per l'esecuzione del piano. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei difensori, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già accertati nei gradi di merito se la motivazione è logica e coerente. Inoltre, ha confermato il diniego delle attenuanti generiche dovuto alla gravità del fatto e alla pericolosità sociale dei colpevoli, condannandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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