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Art. 612-bis Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 612-bis Codice Penale

Reato di violenza sessuale: bacio sul collo e blocco dell’auto
Un padre ha bloccato la strada alla figlia con la propria automobile e le ha dato un bacio non gradito sulla zona tra guancia e collo, accompagnato da apprezzamenti verbali di tipo seduttivo. Il Tribunale del Riesame ha applicato nei suoi confronti il divieto di avvicinamento per atti persecutori, violenza privata e per il reato di violenza sessuale. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'irrilevanza penale del bacio e l'assenza di violenza nel blocco stradale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il bacio su zone non strettamente genitali rientra negli atti sessuali se il contesto relazionale evidenzia una carica erotica invasiva. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità della misura cautelare.
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Atti persecutori in famiglia: condanna definitiva per il figlio
La vicenda nasce dall'occupazione forzata di un fabbricato di proprietà del Padre da parte del Figlio, rimasto senza casa dopo uno sfratto. La convivenza forzata ha generato continue liti, minacce e violenze. La condotta è culminata in una brutale aggressione fisica, durante la quale il Figlio ha strappato una collanina e un telefono al genitore. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore per rapina, lesioni e atti persecutori in famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Figlio. La Suprema Corte ha confermato la piena attendibilità della vittima e la gravità dello stato d'ansia subito dal genitore, costretto a mutare le proprie abitudini di vita. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e pagare le spese processuali.
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Maltrattamenti in famiglia: la tregua non cancella le violenze
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per un uomo indagato per il reato di maltrattamenti in famiglia contro l'ex compagna. Il Tribunale del riesame aveva già respinto la richiesta difensiva, valorizzando referti medici, testimonianze e foto delle lesioni. L'indagato contestava l'attendibilità della vittima, sostenendo che vi fosse stato un riavvicinamento temporaneo e che la convivenza fosse ormai cessata. I giudici hanno chiarito che un tentativo di riconciliazione non annulla la credibilità della persona offesa né la sua condizione di vulnerabilità psicologica. Inoltre, la tutela penale per i maltrattamenti si estende anche all'ex convivente in presenza di figli comuni. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'indagato al pagamento delle spese di giudizio.
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Reato continuato: rigetto nullo senza gli atti
Un condannato per tre distinti reati ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per ottenere una riduzione di pena. Il Tribunale ha respinto l'istanza con una motivazione generica, sostenendo che l'intervallo temporale tra i fatti escludesse un piano criminoso unitario. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione evidenziando la mancata valutazione delle sentenze precedenti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può respingere la continuazione sulla base di mere presunzioni astratte. Il magistrato ha il dovere di acquisire anche d'ufficio le sentenze passate in giudicato per esaminare in concreto modalità, tempi e finalità delle condotte. L'ordinanza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame del caso.
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Sospensione dell’ordine di esecuzione vietata per lo stalking
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una persona condannata per il reato di atti persecutori aggravati. La difesa richiedeva la sospensione dell'ordine di esecuzione per accedere a misure alternative, sostenendo l'irretroattività di una recente riforma legislativa. La Suprema Corte ha chiarito che il divieto di concessione del beneficio per il delitto di stalking aggravato era già pienamente vigente al momento del fatto. La successiva risistemazione della norma nell'ordinamento penitenziario non ha introdotto un trattamento più severo, ma ha solo ricollocato il divieto normativo. Il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reato continuato nello stalking: niente sconti per piu ex partner
Un uomo condannato con piu sentenze definitive per atti persecutori ai danni di diverse ex compagne ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato nello stalking per ottenere un ricalcolo della pena. Il ricorrente ha sostenuto che le condotte presentavano modalita identiche, derivavano da tossicodipendenza e condividevano lo stesso contesto territoriale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato continuato nello stalking richiede un programma preventivo e unitario ideato prima dell'inizio delle condotte. Aggredire persone diverse in occasioni temporali distinte dimostra una tendenza caratteriale alla devianza, non un unico disegno criminoso. Di conseguenza, le pene restano distinte e il condannato deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato nello stalking tra condanne e diverse vittime
Un condannato per atti persecutori ha chiesto l'applicazione del reato continuato nello stalking per unificare quattro condanne definitive. Il Giudice dell'Esecuzione ha rigettato la richiesta. Secondo il giudice, la presenza di una vittima diversa indicava un semplice stile di vita deviante anziché un unico disegno criminoso. Inoltre, il giudice ha ignorato lo stato di tossicodipendenza documentato del responsabile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato e ha annullato la decisione. I giudici supremi hanno rilevato una motivazione apparente. La diversa identità delle persone offese non esclude automaticamente l'esistenza di un piano unitario. Il giudice deve valutare la reale genesi dei comportamenti e l'influenza della tossicodipendenza. La vicenda torna ora al giudice di merito per una nuova e corretta valutazione.
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Stalking e minacce: escluso il disegno criminoso unitario
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto che chiedeva il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva. Il Condannato aveva commesso tre reati distinti: minaccia a un medico nel 2018, stalking verso una donna dal 2018 e stalking verso il proprio avvocato nel 2023. Il Giudice dell'esecuzione ha escluso il disegno criminoso unitario, evidenziando che i fatti derivavano da impulsi occasionali e separati nel tempo, non da una pianificazione iniziale. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che spetta al condannato dimostrare gli elementi sintomatici di una programmazione preventiva. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Vittima vulnerabile: se manca la registrazione la prova cade
Un uomo, accusato di maltrattamenti contro l'ex convivente, ha impugnato il divieto di avvicinamento. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni della donna, considerata vittima vulnerabile, raccolte dalla polizia senza registrazione audiovisiva o fonografica, sono inutilizzabili. Inoltre, la Corte ha chiarito che, per i fatti commessi dopo la fine della convivenza (avvenuta nel 2022) e prima della riforma del 2025, non si può applicare retroattivamente il reato di maltrattamenti in famiglia, ma semmai quello di atti persecutori. L'ordinanza è stata annullata con rinvio al Tribunale di Roma per una nuova valutazione.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il proscioglimento
Un imputato, condannato in primo grado per atti persecutori ed estorsione, ha concordato la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'appello non avesse valutato i presupposti per il suo immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena in secondo grado, l'imputato rinuncia ai motivi di appello originari. Di conseguenza, non è più possibile contestare la mancata pronuncia di proscioglimento, a meno che non vi siano vizi nella formazione della volontà dell'accordo o difformità nella decisione del giudice rispetto a quanto pattuito. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori in condominio: condanna definitiva senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori in condominio ai danni di una vicina di casa. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'importo del risarcimento danni stabilito nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nei precedenti processi. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, il giudice non deve analizzare ogni singolo dettaglio, ma può limitarsi a indicare gli elementi decisivi che giustificano il diniego. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo dovrà pagare anche le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di molestie tra ex: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputata era stata condannata in appello per il reato di molestie (art. 660 c.p.), dopo che l'iniziale accusa di stalking era stata derubricata. La condotta consisteva in ripetute telefonate e messaggi all'ex compagno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte d'Appello non ha adeguatamente motivato la sussistenza del reato di molestie, omettendo di verificare se i contatti fossero dettati da petulanza o biasimevole motivo, specialmente alla luce della necessità di gestire il figlio minore. La Cassazione ha chiarito che per la configurabilità del reato non basta un generico fastidio, ma occorre accertare l'effettiva volontà di interferire inopportunamente nella sfera altrui.
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Atti persecutori: corsi di recupero non pagati dallo Stato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori. Dopo la fine della convivenza con la compagna, l'uomo aveva continuato a molestarla e minacciarla. I giudici hanno chiarito che, una volta cessata la coabitazione, le condotte violente non rientrano più nei maltrattamenti in famiglia ma configurano il reato di atti persecutori. Inoltre, la Cassazione ha respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa: l'obbligo di frequentare corsi di recupero per ottenere la sospensione condizionale della pena non deve essere coperto dal gratuito patrocinio. Lo Stato garantisce la difesa nel processo, non i costi delle misure rieducative. L'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori: condanna anche senza un piano prestabilito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la sua condanna per il reato di atti persecutori. La difesa contestava l'esistenza della condotta reiterata e del dolo, sostenendo inoltre la tardività della querela presentata da La Persona Offesa. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza del reato è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza dell'idoneità delle molestie a turbare la vittima, senza necessità di una pianificazione preventiva delle condotte, che possono essere anche occasionali. Infine, la Suprema Corte ha confermato la tempestività della querela, depositata tre giorni dopo l'ultimo episodio molesto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori o molestie? La Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per il reato di atti persecutori ai danni della vittima. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta dovesse essere qualificata come semplice molestia, lamentando una presunta mancanza di prove sul reale stato d'ansia della persona offesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che lo stato d'ansia della vittima, generato dal timore che le condotte persecutorie potessero continuare, era ampiamente provato sia dalle dichiarazioni attendibili della persona offesa sia dalle testimonianze di altri soggetti. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pena ridotta, interdizione dai pubblici uffici cancellata
Un uomo, condannato in primo grado per estorsione e stalking a tre anni e otto mesi di reclusione, subisce anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. In appello, tramite concordato, la pena principale viene ridotta sotto i tre anni, ma i giudici confermano l'interdizione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del condannato: se la pena detentiva scende sotto la soglia dei tre anni, viene meno il presupposto legale per applicare l'interdizione dai pubblici uffici. La Suprema Corte annulla quindi senza rinvio la decisione limitatamente alla pena accessoria, eliminandola del tutto.
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Sospensione condizionale della pena: il recupero non cancella la gravità
Il GIP di Napoli, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di sospensione condizionale della pena presentata da un uomo condannato per atti persecutori e danneggiamento. Nonostante la pena fosse stata ridotta sotto i due anni grazie alla rinuncia all'impugnazione e il condannato avesse seguito un percorso di recupero per maltrattanti, il giudice ha ritenuto prevalente la gravità e la durata della condotta criminosa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che il giudice dell'esecuzione non può concedere la sospensione condizionale della pena se questa è già stata negata nel merito dal giudice della cognizione per assenza di una prognosi positiva, a tutela della stabilità del giudicato.
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Atti persecutori: condanna severa e niente sconti al recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori, aggravato da recidiva. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato che la gravità del comportamento e la personalità del soggetto giustificano il diniego delle attenuanti. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito un importante principio processuale: la parte civile non ha alcun interesse a intervenire nelle questioni che riguardano esclusivamente la misura della pena, a meno che queste non abbiano un impatto diretto sul risarcimento del danno. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna per atti persecutori: sì al reato, no alla recidiva
L'Imputato è stato condannato per i reati di maltrattamenti e atti persecutori ai danni dell'ex compagna, oltre che per minaccia verso la madre di lei. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando, tra le altre cose, la genericità delle accuse di stalking e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla responsabilità penale, confermando che per configurare il reato di atti persecutori bastano anche solo due episodi di minaccia o molestia, senza necessità di indicare date e luoghi precisi per ogni singolo atto. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alla recidiva, ritenendo la motivazione della Corte d'appello illogica e insufficiente su questo punto. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per rideterminare la pena in relazione alla recidiva.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: condannata la madre
Una madre, creditrice nei confronti dell'ex marito per il mantenimento dei figli, ha inviato all'uomo messaggi dal contenuto minatorio per costringerlo a pagare, invece di rivolgersi al giudice civile. Accusata inizialmente anche di stalking, da cui è stata assolta per mancanza di prova sull'evento del reato, la donna è stata comunque ritenuta responsabile per le condotte intimidatorie. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando che l'uso di minacce per riscuotere un credito configura il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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