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Art. 612-bis Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 612-bis Codice Penale

Danneggiamento con minaccia: l’SMS dopo il rogo resta reato
Un uomo ha dato fuoco all'autovettura della sua ex compagna all'interno del cortile condominiale di lei. Pochi minuti dopo l'incendio, l'uomo ha inviato alla donna un messaggio intimidatorio con cui alludeva alla forza distruttiva delle fiamme. La difesa ha sostenuto che il fatto integrasse un danneggiamento semplice, depenalizzato nel 2016, sostenendo l'assenza di minaccia prima dell'azione distruttiva. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna per danneggiamento con minaccia. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se l'intimidazione segue la distruzione materiale, poiché dimostra la pericolosità complessiva della condotta e costituisce una violenza morale per piegare la vittima.
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Sperona l’auto nel prato ma cade l’accusa di tentato omicidio
Un automobilista insegue e sperona da tergo l'auto guidata dal fratello della sua ex compagna, facendola ribaltare in un campo dopo una caduta di circa un metro e mezzo. I giudici di merito condannano l'uomo per tentato omicidio a otto anni di reclusione e assolvono un terzo soggetto dall'accusa di subornazione per aver proposto un risarcimento in cambio del ritiro della denuncia. La Corte di Cassazione respinge il ricorso della pubblica accusa sull'assoluzione del terzo soggetto, ma accoglie il ricorso dell'imputato principale. I giudici di legittimità chiariscono che il delitto tentato richiede il dolo diretto, anche nella forma alternativa, e non ammette il dolo eventuale. L'atto di speronare un veicolo a velocità sostenuta con un solo impatto non prova automaticamente l'intenzione di uccidere, rendendo necessario un nuovo giudizio d'appello.
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Maltrattamenti in famiglia e stalking: la condanna resta ferma
I giudici di merito hanno condannato un imputato a quattro anni e sei mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia e stalking, lesioni e violenza sessuale ai danni della compagna. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione, contestando la credibilità della persona offesa per il ritardo nella querela, l'assenza di referti medici immediati e un temporaneo riavvicinamento affettivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'imputato si è limitato a riproporre le doglianze già respinte in appello senza muovere una critica specifica alla sentenza. La Corte ha confermato la condanna e inflitto tremila euro di sanzione.
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Reato continuato: la crisi personale non unifica le pene
Un condannato ha richiesto il riconoscimento della disciplina del reato continuato per unificare le sanzioni derivanti da due distinte condanne irrevocabili: una per atti persecutori (stalking) e una per furto in abitazione, fatti commessi tra maggio e dicembre 2019. L'uomo sosteneva che i reati fossero collegati da un medesimo disegno criminoso, agevolato da un limitato arco temporale e da un generale periodo di crisi personale. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la vicinanza temporale e uno stato di devianza personale non dimostrano una deliberazione iniziale unitaria tra reati eterogenei, condannando il ricorrente alle spese e a tremila euro alla cassa delle ammende.
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Falsa visita medica ed evasione: no alle attenuanti generiche
Un uomo sottoposto a restrizione ottiene il permesso di allontanarsi dalla propria abitazione per motivi di salute ed effettuare una visita in ospedale. L'imputato sfrutta questo permesso come pretesto e, senza attendere il controllo medico, raggiunge la vittima dei suoi precedenti atti persecutori. Accusato del reato di evasione, l'uomo contesta la sentenza di appello che non gli concede le attenuanti generiche. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per la genericità dei motivi sollevati. I giudici confermano che il magistrato non deve esaminare ogni dettaglio, ma basta valorizzare elementi decisivi. Nel caso esaminato, la condotta dimostra una forte scaltrezza incompatibile con il beneficio della riduzione di pena. L'imputato perde il ricorso, deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e sostenere tutte le spese del giudizio.
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Sorveglianza speciale per stalking: confermato l’obbligo di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento della sorveglianza speciale per stalking con l'aggiunta dell'obbligo di dimora a carico di un individuo già condannato per atti persecutori contro l'ex compagna. Il destinatario della misura aveva prima rifiutato il braccialetto elettronico, provocando il raddoppio della durata della misura stessa, e in seguito aveva aggredito le forze dell'ordine durante un controllo. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del prevenuto: la violazione delle regole e la condotta violenta verso i pubblici ufficiali dimostrano la totale insensibilità alle prescrizioni e una pericolosità sociale attuale ed ingravescente. I giudici hanno ritenuto pienamente legittimo il confinamento nel comune di residenza per tutelare l'incolumità della persona offesa.
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Atti persecutori: la lite reciproca non cancella il reato
Un uomo ha subito la condanna definitiva per atti persecutori e violenza privata verso due persone offese. L'imputato ha impugnato la decisione sostenendo che la reciproca conflittualità escludesse la sua responsabilità penale e contestando la veridicità delle dichiarazioni rese dalle vittime. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente l'impostazione difensiva. La Corte ha chiarito che la reciprocità delle condotte non elimina la sussistenza del reato quando la vittima subisce un effettivo stato di timore o un cambiamento delle abitudini quotidiane. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Stalking condominiale: condanna ferma e ricorso inammissibile
Una condomina ha subito una condanna penale per stalking condominiale ai danni di due vicine dello stabile. L'imputata ha contestato la decisione dei gradi precedenti presentando ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando vizi logici nella motivazione del verdetto e chiedendo il riconoscimento delle attenuanti per ridurre la pena. I giudici supremi hanno dichiarato l'impugnazione inammissibile: il ricorso riproponeva pedissequamente le stesse lamentele già respinte in appello, senza muovere critiche concrete e specifiche. Inoltre, i giudici di merito avevano negato correttamente le attenuanti a causa della condotta reiterata, gratuita e prolungata nel tempo. La condannata dovrà pagare le spese del procedimento e una sanzione di tremila euro.
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Riqualificazione del reato: tra condanna e prescrizione
Un uomo subisce un processo per presunti atti persecutori contro l'ex moglie. I giudici d'appello escludono l'abitualità delle condotte persecutorie. I magistrati procedono quindi alla riqualificazione del reato in due distinti illeciti autonomi: lesioni personali aggravate per un'aggressione del 2015 e minaccia per frasi intimidatorie pronunciate nel 2017. L'imputato ricorre per Cassazione lamentando l'inattendibilità dell'ex coniuge e l'intervenuta estinzione dei fatti per decorso del tempo. La Suprema Corte dichiara inammissibili le censure sulla credibilità della persona offesa. Tuttavia, i giudici di legittimità accertano che il delitto di lesioni è ormai prescritto dal maggio 2023. Resta invece valido il delitto di minaccia, non ancora estinto per via della sospensione dei termini. La Cassazione annulla senza rinvio la condanna per le lesioni ed evidenzia la necessità di ricalcolare la sanzione finale per la sola minaccia residua.
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Detenzione domiciliare sostitutiva: stop ai ricorsi pretestuosi
Una persona condannata per il reato di atti persecutori ha ottenuto la detenzione domiciliare sostitutiva rispetto alla pena carceraria originaria. Nonostante il giudice di secondo grado avesse già concesso ampie fasce di uscita quotidiane per il programma rieducativo e per ragioni sanitarie, la condannata ha presentato ricorso in Cassazione. Il motivo del ricorso contestava la mancata previsione di ulteriori uscite a giorni alterni per soddisfare generiche esigenze di vita. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione generica e non motivata rispetto alle ampie concessioni già operative. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso e hanno confermato integralmente il provvedimento impugnato, condannando la parte al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Minaccia aggravata: ricorso respinto e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per i reati di minaccia aggravata e porto illegale di armi. Il ricorrente contestava l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal testimone durante il processo e contestava inoltre l'applicazione della circostanza aggravante dell'uso dell'arma, insieme all'entità della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente l'impugnazione. La Suprema Corte ha giudicato generiche le critiche sulla testimonianza, qualificandole come mere opinioni soggettive volte a riscrivere i fatti. I motivi riguardanti l'aggravante dell'arma e la misura della sanzione sono stati ritenuti del tutto inammissibili perché mai presentati prima davanti alla Corte di Appello. Di conseguenza, la condanna a carico del responsabile è divenuta definitiva con l'obbligo di pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Molestia e disturbo alle persone: l’insulto al vicino costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata dal Tribunale per il reato di molestia e disturbo alle persone (art. 660 c.p.) a causa di reiterate aggressioni verbali e insulti rivolti alla propria vicina di casa. Originariamente contestata per il reato di atti persecutori, la condotta è stata riqualificata dal giudice di merito, che ha comminato una pena pecuniaria unitamente al risarcimento dei danni. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo la mancanza degli elementi costitutivi del reato e lamentando vizi procedurali sull'ascolto della parte lesa. I giudici di legittimità hanno ribadito che le censure miravano a una non consentita rivalutazione dei fatti, confermando la condanna e imponendo la sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Estorsione e atti persecutori: dal credito al carcere
L'Indagato ha presentato ricorso in Cassazione contro la custodia cautelare in carcere disposta per i reati di estorsione e atti persecutori. L'uomo pretendeva il pagamento di somme di denaro dal nuovo compagno della propria ex moglie, usando minacce assidue e condotte aggressive estese anche ai figli della vittima. La difesa sosteneva che il fatto costituisse un semplice esercizio abusivo delle proprie ragioni e chiedeva una misura cautelare meno severa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che pretendere denaro con la forza da un terzo estraneo al rapporto di credito integra il reato di estorsione. La continuatività delle minacce rende il carcere l'unica misura idonea a tutelare le vittime. L'Indagato rimane in carcere e deve pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese processuali.
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Detenzione domiciliare per motivi di salute: tutela e carcere
Un condannato affetto da grave alcoldipendenza e cirrosi epatica avanzata ha richiesto la detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta ritenendo la patologia compatibile con il carcere e prevalente la pericolosità sociale del soggetto, condannato per atti persecutori. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di rigetto. I giudici di legittimità hanno stabilito che occorre valutare in concreto la reale capacità della struttura penitenziaria di curare il detenuto. Mantenere in carcere una persona con gravi malattie senza adeguate terapie può costituire un trattamento inumano e degradante.
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Calunnia e atti persecutori: il confine tra difesa e reato
Due cittadini hanno presentato sistematicamente esposti e querele palesemente false contro diversi magistrati e appartenenti alle forze dell'ordine. Oltre alle denunce calunniose, uno degli imputati ha effettuato minacce di morte e accessi continui presso gli uffici giudiziari, costringendo un magistrato a modificare le proprie abitudini e ad attivare un sistema di tutela personale. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne precedenti dichiarando inammissibili i ricorsi. La Suprema Corte ha chiarito che i reati di calunnia e atti persecutori sussistono pienamente quando gli esposti inventano consapevolmente fatti storici mai avvenuti. Inoltre, il legame tra le denunce false e lo stalking consente la procedibilità d'ufficio per l'intero quadro criminoso, superando qualsiasi pretesa finalità difensiva dell'imputato.
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Tentato omicidio e gas in casa: Cassazione conferma la condanna
Un uomo non accettava la fine della relazione e perseguitava l'ex compagna. Una notte s'introduceva nell'abitazione della donna dal lucernario, apriva i fornelli del gas per saturare l'ambiente, versava benzina sui vestiti nell'armadio e chiudeva le porte a chiave dall'interno. La vittima notava l'intrusione dalle telecamere ed evitava il rientro. I giudici di merito condannavano l'uomo a nove anni di reclusione per atti persecutori, violazione di domicilio e tentato omicidio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, rigettando il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha chiarito che la condotta integrava un reale tentato omicidio per la presenza di atti idonei e univoci volti a causare un'esplosione letale. Inoltre, la mancata contestazione formale dell'aggravante dello stalking nell'imputazione impediva l'assorbimento delle minacce nel reato complesso.
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Disciplina della continuazione: tossicodipendenza e reati plurimi
Un condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina della continuazione tra diverse sentenze definitive per reati eterogenei: lesioni verso la ex convivente per gelosia, stalking contro i genitori per estorcere denaro, violazione del divieto di avvicinamento e guida in stato di ebbrezza con porto d'armi. La difesa ha sostenuto che lo stato di tossicodipendenza e il contesto relazionale costituissero un unico piano criminoso. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta per la totale diversità di moventi, persone offese e contesti temporali. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la tossicodipendenza o la serialità dei comportamenti aggressivi non bastano a provare una preventiva programmazione unitaria dei delitti, rigettando il ricorso e condannando il soggetto alle spese.
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Stalking e prescrizione: continue molestie bloccano l’estinzione
La vicenda riguarda un imputato condannato per atti persecutori nei confronti dei vicini. L'uomo sosteneva l'avvenuta estinzione del reato per decorso del tempo, ritenendo isolate le condotte successive al 2011. I giudici hanno invece accertato che i comportamenti molesti, come insulti, smorfie e getti d'acqua contro l'attività commerciale delle vittime, sono proseguiti con costanza fino al 2021. La Corte di Cassazione ha chiarito il rapporto tra stalking e prescrizione nei reati abituali: per spostare in avanti il termine iniziale non servono episodi gravi autonomi, ma basta qualsiasi azione che rinnovi l'ansia e il disagio della persona offesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale e il risarcimento delle spese legali in favore delle parti civili.
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Revisione della sentenza di condanna: i limiti dei nuovi video
Due vicini di casa subiscono una condanna irrevocabile per atti persecutori a causa di condotte moleste reiterate, tra cui immissioni continue di fumo, getto di liquidi e danneggiamento di recinzioni. I condannati presentano istanza di revisione della sentenza di condanna allegando registrazioni video inedite, atti di procedimenti civili e pronunce collegate per dimostrare l'inattendibilità delle persone offese. La Corte d'appello respinge la richiesta e la Corte di Cassazione conferma la decisione. I giudici evidenziano che i nuovi elementi coprono solo un ridotto lasso temporale rispetto alla prolungata durata dello stalking e mirano unicamente a ottenere una diversa interpretazione dei fatti già accertati. La revisione richiede infatti prove decisive capaci di escludere la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Il ricorso viene pertanto rigettato con condanna alle spese legali.
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Maltrattamenti in famiglia: condanna confermata per l’ex violento
Un uomo ha subito la condanna definitiva per i reati di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori ed estorsione ai danni dell'ex convivente, oltre che per lesioni personali verso la donna e un passante. L'imputato sottoponeva la compagna a violenze fisiche, insulti e continue richieste estorsive di denaro per placare la propria aggressività, costringendola infine a fuggire di casa. Nonostante l'abbandono del domicilio, l'uomo ha perseguitato la vittima, culminando la condotta con una brutale aggressione in strada. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la piena validità del quadro probatorio e la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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