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Art. 495 Codice Penale

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Inammissibilità del ricorso per genericità: condanna confermata
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato in primo grado per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il suo gravame a causa della genericità dei motivi presentati. Il Ricorrente ha quindi proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, ribadendo l'inammissibilità del ricorso per genericità. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso si limitavano a riprodurre le medesime argomentazioni generiche già respinte, senza creare una reale correlazione critica con la decisione impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: la confessione non cancella i precedenti
L'Imputato è stato condannato a sei mesi di reclusione per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso per Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche non è un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi, ma richiede la presenza di elementi positivi. Nel caso specifico, il comportamento ammissivo del reo è stato correttamente bilanciato e limitato dai giudici di merito a causa dei suoi numerosi precedenti penali. L'Imputato è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio: molti precedenti ma pena minima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la sentenza della Corte d'Appello che lo aveva condannato a dieci mesi di reclusione per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e spaccio di stupefacenti di lieve entità. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato dai giudici di merito, ritenendolo eccessivo e non adeguatamente motivato. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione precedente, evidenziando come la pena inflitta si discostasse pochissimo dal minimo edittale previsto dalla legge, nonostante i numerosi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: l’inganno che costa caro
Un uomo, sottoposto a una misura di prevenzione personale, ha fornito false generalità durante un controllo di polizia per nascondere la violazione degli obblighi a suo carico. La Corte d'Appello lo ha condannato per i reati di violazione della misura e falsa attestazione a pubblico ufficiale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di dolo, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la falsa attestazione a pubblico ufficiale era finalizzata intenzionalmente a eludere il controllo, confermando così la piena consapevolezza del reato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: quando l’aumento minimo non va motivato
L'Imputata è stata condannata per guida in stato di ebbrezza e false dichiarazioni a un pubblico ufficiale. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura dell'aumento di pena applicato a titolo di reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di reato continuato, il giudice deve individuare il reato più grave, stabilire la pena base e calcolare distintamente l'aumento per i reati satellite. L'obbligo di motivazione su tali aumenti è proporzionato alla loro entità: per aumenti minimi, come nel caso in esame, è sufficiente una motivazione sintetica. L'Imputata perde il ricorso ed è condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa
Il cittadino è stato condannato per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e violazione delle misure di prevenzione antimafia. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché generico e basato su argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: no a sconti per recidivi
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la severità della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena e la concessione delle circostanze attenuanti generiche rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, i precedenti penali dell'imputato possono essere legittimamente utilizzati sia per negare le attenuanti sia per calcolare la pena, senza violare il principio del divieto di doppio giudizio. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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False dichiarazioni a pubblico ufficiale: carta vera, voce falsa
Durante un controllo stradale nel periodo della pandemia, il Conducente esibiva un'autocertificazione con i propri dati reali ma, privo di documenti, dichiarava verbalmente alla Polizia stradale di chiamarsi con un altro nome per nascondere la sospensione della patente. Condannato in primo e secondo grado per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale, l'imputato proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'autocertificazione Covid non sostituisce l'obbligo di fornire corrette generalità a richiesta degli agenti. La condotta di fornire un nome falso, finalizzata a celare la sospensione della patente, integra pienamente il reato contestato, confermando la condanna del ricorrente anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la firma nega l’errore
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito generalità non corrispondenti al vero. La difesa ha sostenuto che vi fosse un errore di verbalizzazione o una somiglianza fonetica tra il nome reale e quello registrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando la genericità della contestazione. I giudici hanno accertato che non vi era alcuna somiglianza fonetica e che lo stesso Imputato aveva scritto di proprio pugno il nome falso sul verbale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato l'uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: i precedenti pesano sulla sanzione
L'Imputato, condannato per il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale deve motivare in modo dettagliato la sanzione solo se questa supera di molto la media edittale. Nel caso specifico, la pena è stata ritenuta congrua e proporzionata a causa dei numerosi precedenti penali dell'Imputato per reati contro il patrimonio. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato costa caro
L'Imputato, dopo aver concordato la pena per il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale tramite patteggiamento, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una motivazione insufficiente della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a casi tassativi, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. Una generica contestazione sulla motivazione non rientra tra questi motivi. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: la bugia costa 3000 euro
Un cittadino straniero, colpito da un provvedimento di espulsione regolarmente notificato, ha fornito false generalità alle autorità per evitare l'allontanamento dal territorio nazionale. Condannato nei primi gradi di giudizio per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale e violazione delle norme sull'immigrazione, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente ha contestato la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e che il diniego delle attenuanti era stato correttamente motivato dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: la scusa che condanna
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. La donna aveva fornito dichiarazioni false per evitare il fermo amministrativo del proprio veicolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la volontà di evitare il fermo del mezzo non costituisce una giustificazione valida, ma conferma la consapevolezza di mentire. Di conseguenza, il ricorso è stato ritenuto del tutto generico e non specifico. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta il ricorso
L'Imputato, condannato per reati di falso, ha stipulato un accordo di concordato in appello per ottenere una riduzione della pena. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la quantificazione della sanzione stabilita dai giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello costituisce un patto liberamente stipulato tra le parti che limita i poteri di riesame del giudice e preclude qualsiasi successiva contestazione unilaterale sulla misura della pena, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso: dalla Cassazione alla condanna alle spese
L'Imputato, dopo aver concordato la pena per il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale tramite patteggiamento, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. Successivamente, tramite il proprio difensore, ha presentato una formale dichiarazione personale di rinuncia al ricorso con firma autenticata. La Suprema Corte ha preso atto di questa decisione e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di denaro in favore della Cassa delle ammende. La sentenza di primo grado è così diventata definitiva.
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Sostituzione di persona: finto smarrimento e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per i reati di tentata sostituzione di persona e false dichiarazioni sull'identità. Il soggetto si era presentato alla polizia ferroviaria denunciando lo smarrimento di una carta d'identità sotto falso nome, richiedendone poi il duplicato. La difesa ha sostenuto la mancata comprensione della lingua italiana e ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato i motivi evidenziando che l'imputato risiedeva in Italia da anni e aveva firmato una dichiarazione di comprensione della lingua. Inoltre, la richiesta sulla tenuità del fatto non era stata proposta in appello. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sostituzione della pena detentiva: no ai poteri d’ufficio
L'Imputato, condannato per il reato di false dichiarazioni a pubblico ufficiale, ha proposto ricorso per Cassazione chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la sostituzione della pena detentiva con la libertà controllata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Da un lato, il reato contestato prevede un massimo edittale di sei anni, superando la soglia dei cinque anni prevista per l'esclusione della punibilità. Dall'altro, i giudici hanno ribadito che la sostituzione della pena detentiva non può essere disposta d'ufficio in appello se non espressamente richiesta e motivata nell'atto di impugnazione, nel rispetto del principio devolutivo. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire sull’identità
L'Imputato ha fornito diverse date di nascita false alle forze dell'ordine in più occasioni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. I giudici hanno chiarito che fornire molteplici generalità contrastanti integra il reato, anche se non si accerta la vera identità o se in un'occasione l'imputato avesse detto il vero. La Corte ha inoltre ritenuto inammissibile il ricorso per la mancata concessione delle attenuanti generiche, giustificata dai numerosi precedenti penali dell'uomo. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire consuma il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina condannata per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La difesa sosteneva la tesi della desistenza dal reato, ma i giudici hanno chiarito che il delitto si consuma nell'istante stesso in cui la falsa dichiarazione viene resa al pubblico ufficiale. Non rileva che l'attestazione sia stata effettivamente registrata in un atto pubblico, essendo sufficiente la sua destinazione a tale scopo. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: ricorso inutile e multa salata
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.). La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi presentati dalla difesa erano generici e non correlati alle motivazioni della sentenza d'appello. Inoltre, i giudici hanno ritenuto logica e coerente la valutazione della recidiva e della pericolosità sociale dell'Imputato, basata sul nuovo delitto commesso. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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