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Art. 316-ter Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 316-ter Codice Penale

Utilizzabilità delle intercettazioni: prove valide senza legami
Una donna, indagata per associazione a delinquere, riciclaggio e altri reati finanziari, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un diverso procedimento penale, ritenendo necessaria una connessione investigativa tra le due indagini. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, secondo le nuove regole, l'utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi non richiede più un legame di connessione tra i fascicoli. È sufficiente che i risultati delle registrazioni siano rilevanti e indispensabili per accertare reati gravi per i quali la legge consente o impone l'arresto, come il riciclaggio. Di conseguenza, la misura cautelare degli arresti domiciliari è stata confermata e l'indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Confisca per equivalente: salva la casa ma non il denaro.
La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'Imputato, accusato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Nonostante il reato fosse ormai estinto per prescrizione, i giudici di merito avevano disposto sia la confisca diretta del denaro sia la confisca per equivalente dei suoi immobili. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la confisca per equivalente degli immobili, stabilendo che tale misura ha natura sostanziale e non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi prima dell'entrata in vigore della legge che la prevede. Al contrario, ha confermato la confisca diretta della somma di denaro, ritenendola legittima anche in presenza di prescrizione, purché vi sia stato un precedente accertamento di responsabilità rimasto inalterato nel merito.
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Giudizio immediato: la Cassazione sblocca il processo regredito
Il Tribunale in composizione monocratica ha restituito gli atti al Pubblico Ministero ritenendo che, per un reato di competenza del Tribunale collegiale, mancasse l'udienza preliminare. Il Procuratore ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la restituzione degli atti al PM è un atto abnorme se il processo è stato avviato con il rito del giudizio immediato. Poiché questo rito speciale esclude per legge l'udienza preliminare, il giudice monocratico non doveva far regredire il processo rimandandolo al PM, ma doveva semplicemente trasferire il fascicolo al Tribunale in composizione collegiale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha disposto la trasmissione degli atti al Tribunale collegiale per lo svolgimento del processo.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: quando non è reato
Un lavoratore socialmente utile era accusato di truffa aggravata per aver percepito sussidi INPS senza svolgere tutte le ore previste. Il Tribunale del riesame ha annullato il sequestro preventivo dei suoi beni, escludendo la truffa per mancanza di inganni e qualificando il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché i singoli sussidi mensili erano inferiori alla soglia di legge di circa quattromila euro, la condotta costituiva solo un illecito amministrativo e non un reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno confermato che le somme mensili non si cumulano per superare la soglia penale, respingendo il tentativo di rivalutare le prove in sede di legittimità.
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Pensione del defunto e Truffa aggravata: la delega che condanna
Due soggetti, tra cui la titolare di una procura speciale, hanno continuato a incassare la pensione di una parente deceduta dal 2002 al 2015, omettendo di comunicare il decesso all'Inps e alla banca. La donna ha continuato a movimentare il conto corrente della defunta simulando la sua esistenza in vita. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di Truffa aggravata. I giudici hanno chiarito che l'utilizzo di una procura ormai scaduta per la morte della titolare, unito al silenzio intenzionale, costituisce un vero e proprio raggiro. Non si tratta di una semplice ricezione indebita, ma di un comportamento attivo volto a ingannare l'ente pubblico, con conseguente obbligo di restituzione delle somme sottratte.
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Reddito di cittadinanza: niente spese se il sequestro è revocato
Una cittadina straniera ha richiesto il Reddito di cittadinanza dichiarando falsamente di risiedere in Italia da almeno dieci anni. Gli accertamenti anagrafici hanno invece dimostrato una presenza inferiore, portando al sequestro preventivo di circa undicimila euro per i reati di falsa dichiarazione e indebita percezione di erogazioni pubbliche. La difesa ha impugnato il sequestro contestando il valore della sola iscrizione anagrafica, ma successivamente ha rinunciato al ricorso in Cassazione poiché la misura cautelare era stata revocata nel frattempo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta mancanza di interesse, stabilendo che la rinuncia dovuta alla revoca della misura esclude la condanna alle spese o alla sanzione pecuniaria, non essendovi soccombenza della ricorrente.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: no alla truffa
Il caso riguarda un lavoratore accusato di aver percepito indebitamente l'assegno per lavori socialmente utili senza svolgere le ore dovute. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo dei suoi beni, riqualificando il fatto da truffa aggravata a indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la riqualificazione e la mancanza di dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno chiarito che l'omessa comunicazione delle ore lavorate configura il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non la truffa, poiché l'INPS si è limitata a prendere atto delle dichiarazioni senza essere indotta in errore da raggiri. Inoltre, le singole erogazioni mensili non superavano la soglia di punibilità penale prevista dalla legge.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: sequestro annullato
Il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro preventivo a carico di un lavoratore socialmente utile, accusato di truffa aggravata per aver percepito somme dall'INPS senza svolgere le ore lavorative dovute. La Procura ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'annullamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di sequestro, il ricorso è possibile solo per violazione di legge e non per vizio di motivazione. Inoltre, hanno ribadito la differenza tra truffa e l'indebita percezione di erogazioni pubbliche: quest'ultima non richiede l'induzione in errore dell'ente. Infine, poiché le singole somme mensili percepite erano inferiori alla soglia di legge, la condotta integra solo un illecito amministrativo e non il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, confermando l'illegittimità del sequestro.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: salvo il lavoratore
Il Pubblico Ministero ha impugnato l'annullamento del sequestro preventivo di denaro nei confronti di un Lavoratore Socialmente Utile, accusato di aver percepito somme per ore mai lavorate. Il Tribunale del Riesame aveva escluso la truffa a causa del caos organizzativo del Comune e della mancanza di prove di falsificazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che, per contestare il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, le somme indebitamente ricevute per singola condotta devono superare la soglia di legge. Sotto tale limite, si configura solo un illecito amministrativo e non un reato. Vince il Lavoratore, che ottiene la restituzione definitiva delle somme sequestrate.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: stop al sequestro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento del sequestro preventivo disposto nei confronti di un lavoratore socialmente utile. L'accusa ipotizzava il reato di truffa aggravata per l'illecita percezione di somme erogate dal Comune e dall'INPS. I giudici hanno chiarito che, in assenza di raggiri volti a indurre in errore l'ente, la condotta rientra nella diversa fattispecie di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché le singole somme mensili percepite erano inferiori alla soglia di legge, il fatto costituisce solo un illecito amministrativo e non un reato. Di conseguenza, il sequestro dei beni del lavoratore è stato definitivamente revocato, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Indebita percezione di erogazioni pubbliche: sequestro revocato
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del sequestro preventivo a carico di un lavoratore socialmente utile, accusato di aver percepito indebitamente somme dal Comune. Il Procuratore contestava il reato di truffa aggravata, ma la Corte ha chiarito che la condotta integra l'ipotesi di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Poiché le somme percepite mensilmente erano inferiori alla soglia di legge di 3.999,96 euro, il fatto costituisce solo un illecito amministrativo e non un reato. Di conseguenza, il ricorso del Procuratore è stato dichiarato inammissibile, confermando la revoca del sequestro dei beni del lavoratore.
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Confisca per equivalente: no al sequestro se il reato è prescritto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino accusato di indebita percezione di contributi pubblici. Nonostante la prescrizione del reato, i giudici di merito avevano confermato il sequestro di una quota di un immobile. La Suprema Corte ha stabilito che tale misura costituisce una confisca per equivalente, avendo ad oggetto un bene immobile e non direttamente il denaro profitto del reato. Poiché la confisca per equivalente ha natura sanzionatoria, ad essa si applica il principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole. Di conseguenza, la norma che consente la confisca in caso di prescrizione non può applicarsi a fatti commessi nel 2014, prima della sua entrata in vigore. La Cassazione ha quindi annullato la confisca e ordinato la restituzione dell'immobile.
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Sequestro preventivo: la rinuncia al ricorso costa una condanna
Una commerciante, indagata per aver ottenuto indebitamente un finanziamento statale agevolato gonfiando i ricavi della propria ditta, ha subito il sequestro preventivo di oltre ventunomila euro. Dopo aver impugnato il provvedimento di sequestro davanti alla Corte di Cassazione, la difesa ha depositato una formale rinuncia al ricorso. I giudici di legittimità hanno quindi dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Intestazione fittizia di beni: sequestro confermato al figlio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Figlio, terzo interessato, contro il sequestro preventivo delle quote di una società edile fittiziamente intestatagli dal Padre. Il Padre era indagato per il reato di intestazione fittizia di beni e indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che il terzo interessato non può contestare la sussistenza del reato principale o i presupposti generali della misura cautelare. Egli può unicamente dimostrare la propria reale titolarità del bene e l'assenza di collegamenti con l'indagato. Nel caso specifico, il Figlio non disponeva di redditi adeguati per avviare l'attività, mentre il Padre gestiva di fatto l'impresa. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: truffa Superbonus e carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per una truffa sul Superbonus. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale. Gli Ermellini hanno chiarito che tali registrazioni sono pienamente utilizzabili se riguardano reati gravi per i quali la legge consente l'intercettazione autonoma, come l'autoriciclaggio. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio e di recidiva, respingendo la richiesta di arresti domiciliari. L'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: il caso dei bonus edilizi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari per associazione a delinquere, truffa sui bonus edilizi e autoriciclaggio. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un diverso procedimento penale e il momento di consumazione del reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno confermato la piena utilizzabilità delle intercettazioni in quanto relative a reati gravi per i quali è consentita l'intercettazione autonoma. Inoltre, la Corte ha ribadito che il reato di indebita percezione si consuma nel momento in cui lo Stato riconosce il credito d'imposta, determinando la perdita di denaro pubblico, e non quando questo viene materialmente incassato. L'indagata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca per equivalente: il patteggiamento non salva il profitto
Un cittadino ha ottenuto indebitamente il reddito di cittadinanza per oltre quattromila euro, dichiarando falsamente che il figlio fosse disoccupato. Il Tribunale ha applicato la pena concordata tramite patteggiamento, ma ha omesso di disporre la confisca della somma percepita. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca per equivalente è una misura sanzionatoria obbligatoria anche in caso di patteggiamento per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. La sentenza è stata annullata limitatamente alla mancata confisca, rinviando il caso al giudice di merito per l'applicazione della misura.
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Bonus cultura in contanti: scatta la truffa aggravata
I gestori di una libreria e i loro complici hanno ideato un sistema per convertire in denaro contante il bonus cultura destinato ai neo-diciottenni. Attraverso false fatturazioni e simulazioni di vendite mai avvenute sulla piattaforma ministeriale, il gruppo ha incassato rimborsi pubblici per oltre due milioni di euro. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto come semplice illecito amministrativo di indebita percezione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la condotta integra il reato di truffa aggravata. La presenza di complessi artifici e raggiri, uniti a controlli preventivi sulle fatture da parte dell'ente erogatore, esclude l'applicazione della norma sussidiaria più favorevole. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo giudizio.
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Bonus cultura in contanti: per la Cassazione è truffa aggravata
L'Indagato, insieme ad altri complici gestori di una libreria, ha ideato un sistema per convertire in denaro contante il bonus cultura 18app. Reclutando migliaia di neo-diciottenni, simulava la vendita di libri mai avvenuta attraverso false registrazioni e fatturazioni, ottenendo rimborsi statali per circa 2,8 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto come semplice illecito amministrativo di indebita percezione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la complessa messa in scena costituisce il reato di truffa aggravata. La Suprema Corte ha chiarito che la presenza di artifici e raggiri strutturati esclude l'applicazione della norma sussidiaria meno grave, annullando l'ordinanza con rinvio per un nuovo giudizio.
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Truffa aggravata: il silenzio del medico costa caro
Un medico, legato da un rapporto di esclusiva con un'università pubblica, ha svolto segretamente attività privata nel proprio studio senza comunicarlo all'ente. In questo modo, ha continuato a percepire indebitamente una maggiorazione sullo stipendio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata. I giudici hanno chiarito che il silenzio malizioso su circostanze rilevanti, che si ha il dovere di comunicare, costituisce un vero e proprio raggiro idoneo a indurre in errore l'amministrazione. Non si tratta quindi di una semplice percezione indebita, ma di una condotta fraudolenta attiva che configura pienamente il reato contestato. Di conseguenza, il ricorso del medico è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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