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Art. 2087 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 2087 Codice Civile

Danno da usura psico-fisica: pausa negata e risarcimento
Un'azienda sanitaria è stata condannata a risarcire i dipendenti per il danno da usura psico-fisica causato dalla sistematica mancata concessione della pausa di 10 minuti in turni superiori a sei ore. La Cassazione ha ritenuto provato il danno tramite presunzioni, basandosi sulla prolungata e illecita condotta del datore di lavoro.
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Danno da usura psicofisica: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda sanitaria contro la condanna al risarcimento per il danno da usura psicofisica subito dai dipendenti. Il danno è stato provato tramite presunzioni, come l'estensione dell'orario e la mancata fruizione delle pause per oltre un decennio.
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Danno da demansionamento: onere della prova e risarcimento
Un medico subisce una riduzione dell'attività chirurgica dal suo superiore. La Cassazione conferma la condanna dell'Azienda Sanitaria per danno da demansionamento, chiarendo l'onere della prova a carico del lavoratore e la possibilità di liquidazione equitativa del danno patrimoniale alla professionalità.
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Demansionamento pubblico impiego: la prova del danno
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un Comune per demansionamento pubblico impiego a seguito della revoca della sua posizione organizzativa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Ha stabilito che nel pubblico impiego l'equivalenza delle mansioni è formale, basata sulla categoria contrattuale, e non sulla professionalità acquisita. Fondamentalmente, la Corte ha ribadito che il danno da demansionamento non è automatico (in re ipsa) ma deve essere specificamente allegato e provato dal lavoratore, cosa che in questo caso non è avvenuta.
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Lavoro in carcere e NASpI: diritto alla disoccupazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 396 del 2024, ha stabilito che un ex detenuto che ha lavorato durante il periodo di detenzione ha diritto all'indennità di disoccupazione (NASpI) al termine della pena. La Corte ha equiparato il lavoro in carcere e NASpI al lavoro subordinato ordinario ai fini previdenziali, considerando la cessazione del rapporto per fine pena come una forma di disoccupazione involontaria, simile alla scadenza di un contratto a termine.
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Turni di reperibilità: risarcimento per stress
Un dirigente medico, costretto per un decennio a svolgere un numero eccessivo di turni di reperibilità, ha ottenuto il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'abuso sistematico da parte del datore di lavoro, che causa stress psicofisico, costituisce un illecito distinto dalla mera prestazione lavorativa extra. Tale illecito, fondato sulla violazione dell'obbligo di tutela del lavoratore, è soggetto a prescrizione decennale e dà diritto a un risarcimento del danno separato dall'indennità contrattuale.
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Risarcimento turni eccedenti: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un dirigente medico al risarcimento per turni eccedenti, stabilendo che l'abuso sistematico della pronta disponibilità, causando stress psicofisico, costituisce una violazione dell'obbligo di tutela del datore di lavoro (art. 2087 c.c.). Questo risarcimento si aggiunge alla normale indennità contrattuale e si prescrive in dieci anni.
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Turni di pronta disponibilità: sì al risarcimento danni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 244/2024, ha stabilito che lo svolgimento sistematico di turni di pronta disponibilità oltre il limite previsto dal contratto collettivo non solo dà diritto a una specifica indennità, ma anche a un autonomo risarcimento per il danno da stress psico-fisico subito dal lavoratore. Il caso riguardava un dirigente medico costretto a effettuare un numero esorbitante di reperibilità. La Corte ha chiarito che la richiesta di risarcimento del danno alla salute si prescrive in dieci anni, confermando la condanna dell'Azienda Sanitaria.
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Retribuzione dirigente medico: no a extra per orario
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale (ASL) sostenendo di aver lavorato ore extra non pagate a causa di un errore nel calcolo del suo debito orario durante i giorni di assenza. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni precedenti, ha stabilito che la retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e non oraria. Pertanto, non spetta alcun compenso supplementare, in quanto lo stipendio mensile copre tutte le prestazioni rese. La Corte ha chiarito che il dirigente può, tuttavia, richiedere un risarcimento se dimostra un danno concreto alla salute o al riposo.
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Retribuzione medico: niente extra per calcolo errato
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria Locale per ottenere differenze retributive, sostenendo che un errato calcolo del debito orario per i giorni di assenza (ferie, malattia) lo costringeva a lavorare di più. I tribunali di primo e secondo grado gli avevano dato ragione. La Corte di Cassazione ha però ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dell'Azienda. La Corte ha stabilito che la retribuzione medico è onnicomprensiva e su base mensile, non oraria. Pertanto, un errore di calcolo non genera automaticamente il diritto a un compenso aggiuntivo. Il lavoratore potrebbe, invece, chiedere un risarcimento per danni alla salute o al riposo, ma deve allegare e provare specificamente tale pregiudizio.
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Onnicomprensività Retribuzione: No extra per il medico
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30849/2024, ha stabilito che un dirigente medico non ha diritto a compensi extra per le ore di lavoro supplementari derivanti da un errore di calcolo del datore di lavoro. In base al principio di onnicomprensività della retribuzione, lo stipendio mensile copre tutte le prestazioni rese. L'unica via percorribile per il lavoratore è la richiesta di risarcimento per eventuali danni alla salute o da stress, che devono però essere specificamente provati.
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Retribuzione onnicomprensiva medico: no extra per ore
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'ASL per un errato calcolo delle ore di assenza che lo ha costretto a lavorare di più. La Cassazione, basandosi sul principio della retribuzione onnicomprensiva del dirigente medico, ha respinto la richiesta di compenso extra, stabilendo che la retribuzione mensile copre tutte le prestazioni, indipendentemente dalle ore lavorate. La tutela possibile è il risarcimento del danno, non il pagamento delle ore in più.
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Mutatio libelli in appello: quando la domanda è nuova
Una dipendente pubblica ha citato in giudizio il datore di lavoro e l'ente proprietario dell'immobile per i danni subiti a seguito di una caduta. Inizialmente, la causa della caduta era stata identificata in una "sconnessione non segnalata". In appello, la lavoratrice ha modificato la causa, indicando la mancanza di parapetti sulla rampa. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda per mutatio libelli in appello, poiché l'introduzione di nuovi fatti costitutivi viola il diritto di difesa e le preclusioni processuali.
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Demansionamento medico: quando non c’è risarcimento
Un chirurgo ha citato in giudizio la propria struttura sanitaria per demansionamento medico e mobbing, lamentando una drastica riduzione della sua attività operatoria. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, non riscontrando un'emarginazione voluta, ma una gestione non paritaria degli interventi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato chiarito che, per configurare un demansionamento medico risarcibile, non basta una disparità quantitativa di incarichi, ma è necessaria la prova di una sostanziale inattività o l'assegnazione a mansioni estranee alla propria specializzazione.
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Dimissioni per giusta causa e Naspi: il caso amianto
Un lavoratore si dimette invocando le dimissioni per giusta causa a causa di stipendi non pagati e della presenza di amianto sul luogo di lavoro. L'INPS nega la Naspi. La Cassazione conferma la decisione, sottolineando che la rassegnazione delle dimissioni quasi due anni dopo la scoperta del rischio amianto fa venir meno il requisito dell'immediatezza, essenziale per la giusta causa e quindi per l'accesso all'indennità di disoccupazione.
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Ricorso per cassazione: limiti e inammissibilità
Un dirigente del settore pubblico ha citato in giudizio la propria amministrazione, una Provincia, per mobbing e danni, rassegnando le dimissioni per quella che riteneva una giusta causa. A seguito di un complesso iter giudiziario che ha attraversato vari gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha respinto in via definitiva il ricorso del dirigente. La Corte ha ritenuto i numerosi motivi di ricorso per cassazione inammissibili o infondati, sottolineando il rispetto dei precedenti giudicati, i limiti procedurali dell'appello e il potere discrezionale dei giudici di merito nella valutazione delle prove.
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Licenziamento disciplinare: rifiuto DAD è giusta causa
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare di una docente che si era rifiutata di svolgere la didattica a distanza durante l'emergenza pandemica. Le giustificazioni addotte, come la fobia per le telecamere e la mancanza di competenze informatiche, non sono state provate. La Corte ha stabilito che l'assenza prolungata e ingiustificata costituisce un grave inadempimento contrattuale che giustifica la sanzione espulsiva, e che spetta al lavoratore l'onere di provare l'esistenza di cause di giustificazione.
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Risarcimento danno demansionamento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32527/2024, ha confermato il diritto al risarcimento danno demansionamento per due dipendenti bancari, anche in presenza di una precedente sentenza che aveva escluso il risarcimento per un periodo anteriore. La Corte ha stabilito che la continuità del demansionamento in un periodo successivo costituisce un illecito distinto, per il quale è possibile richiedere e ottenere un nuovo risarcimento. Inoltre, ha ribadito che il danno alla professionalità può essere provato anche in via presuntiva e liquidato equitativamente dal giudice sulla base di elementi come la durata e la gravità del demansionamento.
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Risarcimento danni demansionamento: ricorso inammissibile
Un dipendente pubblico, vicecomandante della polizia municipale, subisce un demansionamento e chiede il risarcimento danni. La Corte d'Appello riconosce il danno ma lo liquida in via equitativa. Il dipendente ricorre in Cassazione contestando la quantificazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, in quanto le censure miravano a un riesame del merito, non consentito in sede di legittimità. L'ordinanza chiarisce i limiti del ricorso per il risarcimento danni demansionamento.
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Risarcimento danni demansionamento: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico, vicecomandante della polizia municipale, ha subito un demansionamento a seguito di un procedimento penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso volto a ottenere un risarcimento danni demansionamento maggiore di quello liquidato in appello. La Suprema Corte ha confermato i criteri di calcolo del danno, distinguendo tra il ruolo del procedimento penale e quello del demansionamento nel causare il danno alla salute e chiarendo i limiti del giudizio di legittimità.
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