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Art. 2087 Codice Civile — Anno 2024

Altri anni per Art. 2087 Codice Civile

Ricorso inammissibile: Cassazione e onere della prova
Un dipendente pubblico ha impugnato la sentenza di secondo grado che rigettava le sue richieste di reinquadramento superiore, risarcimento per demansionamento e mobbing, e annullamento di sanzioni. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la genericità delle critiche mosse alla sentenza d'appello e la mancata autosufficienza dei motivi, che miravano a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Mansioni superiori: quando la Cassazione non riesamina
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento di mansioni superiori e le relative differenze retributive. La Corte ha stabilito che il ricorso era inammissibile perché mirava a un riesame delle prove e dei fatti, attività preclusa al giudice di legittimità. La sentenza ha inoltre precisato che l'eccezione di prescrizione, una volta sollevata, resta valida anche se la parte è contumace nel successivo giudizio di rinvio.
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Tempo tuta: quando va pagato? La Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12408/2024, interviene sulla questione del 'tempo tuta', ovvero il tempo impiegato dal lavoratore per indossare e togliere la divisa da lavoro. La Corte ha stabilito che, affinché questo tempo sia retribuito, non è sufficiente che l'uso della divisa (anche se Dispositivo di Protezione Individuale) sia obbligatorio. È necessario dimostrare che il datore di lavoro eserciti un potere direttivo specifico, imponendo precise modalità di tempo e di luogo per la vestizione. La sentenza di merito, che aveva dato ragione al lavoratore basandosi solo sulla natura di DPI degli indumenti, è stata quindi annullata con rinvio.
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Tempo tuta: quando è orario di lavoro retribuito?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13639/2024, ha stabilito che il 'tempo tuta', ovvero il tempo impiegato per indossare la divisa, non rientra nell'orario di lavoro retribuito se il suo utilizzo è facoltativo e non è soggetto a specifiche direttive del datore di lavoro riguardo al tempo e al luogo della vestizione. Nel caso esaminato, i lavoratori di un'azienda oleochimica erano liberi di recarsi al lavoro già vestiti con gli abiti da lavoro, escludendo così l'eterodirezione datoriale e, di conseguenza, il diritto alla retribuzione per quel tempo.
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Richiamo in servizio estero: quando è legittimo?
Un dirigente del Ministero degli Affari Esteri, richiamato in Italia da un incarico all'estero a seguito di una sanzione disciplinare, aveva citato in giudizio l'Amministrazione sostenendo che il trasferimento fosse ritorsivo. La Corte d'Appello gli aveva dato ragione, riconoscendogli un cospicuo risarcimento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che per il personale del Ministero degli Esteri si applica una normativa speciale che non garantisce una durata fissa dell'incarico all'estero. Il richiamo in servizio estero è un atto gestionale discrezionale e spetta al lavoratore dimostrare l'intento ritorsivo. Inoltre, l'indennità estera non può essere usata per calcolare il danno da illegittimo rientro.
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Rifiuto straordinario: licenziamento illegittimo
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22459/2024, ha confermato l'illegittimità di un licenziamento disciplinare inflitto a un lavoratore per il suo rifiuto di una prestazione di lavoro straordinario. La decisione si fonda sulla pluralità di inadempimenti da parte del datore di lavoro, tra cui il superamento dei limiti di straordinario previsti dal CCNL, la violazione del principio di buona fede per il mancato preavviso e il precedente mancato pagamento di altre ore di straordinario. Questo caso chiarisce quando il rifiuto straordinario è giustificato.
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Datore di Lavoro di Fatto: Quando Scatta la Responsabilità
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violazioni sulla sicurezza sul lavoro nei confronti di una persona ritenuta erroneamente 'datore di lavoro di fatto'. La sentenza stabilisce che per attribuire tale qualifica non basta la presenza in azienda durante un'ispezione o la disponibilità di documenti, ma è necessaria la prova dell'effettivo esercizio di poteri decisionali, gestionali e di spesa. Viene invece confermata la responsabilità del rappresentante legale formale, la cui posizione di garanzia non viene meno.
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Ricorso per mobbing: quando è inammissibile
Una dipendente pubblica ha intentato una causa per mobbing contro il proprio datore di lavoro, un Comune. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per mobbing inammissibile. La Corte ha stabilito che l'appello non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione dei fatti, ma solo per contestare errori di diritto. La decisione ha confermato la legittimità delle azioni del Comune, inclusi i trasferimenti e le sanzioni, ribadendo i limiti del giudizio di legittimità.
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Prescrizione danno pubblico impiego: 10 anni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 25201/2024, ha respinto il ricorso di un ente pubblico, stabilendo che la prescrizione per il danno da reiterazione abusiva di contratti a termine nel pubblico impiego è decennale e non quinquennale. La Corte ha ribadito la natura contrattuale della responsabilità della P.A., escludendo la tesi della responsabilità precontrattuale. La decisione consolida un orientamento giurisprudenziale ventennale a tutela dei lavoratori precari del settore pubblico.
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Recesso per giusta causa: l’intervista non basta
Un'importante ordinanza della Corte di Cassazione ha stabilito che un'intervista critica rilasciata da un collaboratore di alto profilo di una società sportiva non costituisce, di per sé, un valido motivo per il recesso per giusta causa. Il caso riguardava la cessazione di un rapporto di collaborazione in seguito a dichiarazioni pubbliche. La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, che avevano ritenuto illegittimo il recesso, riconoscendo il diritto del collaboratore al risarcimento del danno patrimoniale ma non di quello non patrimoniale, data la mancanza di prova di un effettivo pregiudizio all'immagine. È stato inoltre confermato il principio dell'"aliunde perceptum", ossia la detrazione dal risarcimento di quanto guadagnato dal collaboratore con un nuovo impiego.
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Improcedibilità ricorso: onere deposito notifica
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso presentato dagli eredi di un lavoratore deceduto in un infortunio sul lavoro. La decisione si fonda su un vizio puramente procedurale: la mancata produzione, entro i termini di legge, della copia della sentenza impugnata munita della prova dell'avvenuta notifica. La Suprema Corte ha ribadito che tale adempimento è un onere inderogabile per il ricorrente, la cui omissione non è sanabile tardivamente e determina l'impossibilità per il giudice di esaminare il merito della controversia.
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Onere della prova mobbing: la Cassazione chiarisce
Con l'ordinanza n. 29400/2024, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore che lamentava condotte vessatorie. La Corte ha stabilito un principio fondamentale sull'onere della prova mobbing: spetta al dipendente dimostrare non solo i comportamenti lesivi, ma anche lo specifico intento persecutorio del datore di lavoro. In assenza di tale prova, la domanda di risarcimento non può essere accolta. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile in quanto mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Mobbing del superiore: la responsabilità è extracontrattuale
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un suo superiore per mobbing. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità per mobbing del superiore non è di natura contrattuale (come quella del datore di lavoro), ma extracontrattuale ai sensi dell'art. 2043 c.c. Di conseguenza, si applicano le regole sull'onere della prova e il termine di prescrizione di cinque anni tipici dell'illecito civile.
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Lavoro autonomo avvocato: quando è genuino
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28274/2024, ha stabilito che la collaborazione di un legale con un grande studio legale si qualifica come lavoro autonomo avvocato quando, nonostante l'integrazione organizzativa, il professionista mantiene autonomia decisionale sul contenuto tecnico della prestazione. La Corte ha rigettato il ricorso di un'avvocata che chiedeva il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato, sottolineando che elementi come la mono-committenza, l'uso di risorse dello studio e un compenso fisso non sono sufficienti a provare la subordinazione in assenza di un potere direttivo e conformativo del committente.
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Autotutela Covid e licenziamento: quando è legittimo
Un lavoratore è stato licenziato per assenza, giustificandola come un atto di autotutela Covid per la presunta mancanza di misure di sicurezza aziendali. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato accertato che il lavoratore non ha provato l'inadempimento dell'azienda, la quale, al contrario, aveva adottato le cautele necessarie. L'assenza non era stata preannunciata né motivata secondo buona fede.
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Inammissibilità appello: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 27289/2024, ha confermato la decisione di inammissibilità di un appello presentato da un dipendente pubblico contro il Ministero. La Corte ha ribadito che un gravame, per essere ammissibile, deve contenere una critica specifica e argomentata della sentenza impugnata, non potendosi limitare a riproporre le tesi iniziali. La pronuncia sottolinea la cruciale importanza della specificità dei motivi, pena la dichiarazione di inammissibilità dell'appello.
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Retribuzione dirigente medico: no extra per debito orario
La Cassazione ha stabilito che la retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e non oraria. Pertanto, non spetta un compenso extra per le ore lavorate in più a causa di un errato calcolo del debito orario da parte dell'ASL durante le assenze. Il ricorso della dottoressa è stato respinto.
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Retribuzione onnicomprensiva: no extra per il medico
Un dirigente medico ha lavorato ore aggiuntive a causa di un calcolo errato delle sue giornate di assenza da parte dell'azienda sanitaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che il medico non ha diritto a un compenso extra, poiché la sua retribuzione onnicomprensiva, su base mensile, copre già tutte le prestazioni. L'orario di 38 ore settimanali è un minimo e non un massimo, e il superamento è legato al raggiungimento di obiettivi, non a pagamenti aggiuntivi.
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Responsabilità del comune: convenzione e segretario
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ente locale contro la sentenza che escludeva la responsabilità del comune convenzionato per la revoca di un segretario. La decisione sottolinea che la responsabilità per la cessazione del rapporto ricade solo sul comune datore di lavoro, a meno che non si provi un contributo causale dell'altro ente, e ribadisce l'inefficacia del ricorso incidentale tardivo se quello principale è inammissibile.
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Incarico dirigenziale: revoca dopo annullamento P.A.
Un dirigente medico si oppone alla revoca del suo incarico dirigenziale, avvenuta dopo l'annullamento in autotutela dell'atto amministrativo che istituiva la sua unità operativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che, venuto meno il presupposto amministrativo, la risoluzione del contratto è legittima e non sussiste un diritto automatico a un incarico equivalente.
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