Reddito di cittadinanza: la Cassazione conferma le condanne penali
Ottenere indebitamente il Reddito di cittadinanza attraverso dichiarazioni mendaci continua a produrre gravi conseguenze penali, nonostante la soppressione della misura. La Corte di Cassazione ha recentemente ribadito che chi omette informazioni rilevanti, come condanne passate, non può beneficiare dell’abrogazione della norma incriminatrice.
I fatti e la condanna per il Reddito di cittadinanza
Il caso riguarda un cittadino condannato in appello a oltre tre anni di reclusione per aver indotto in errore l’INPS. L’imputato aveva presentato domanda per il sussidio omettendo di dichiarare una condanna definitiva per reati di stampo mafioso. Tale omissione è stata considerata dai giudici di merito come una prova evidente del dolo, escludendo l’ipotesi di una semplice svista o errore materiale.
La decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la validità della sentenza di secondo grado. Il punto centrale della decisione riguarda la persistenza del reato nonostante l’abrogazione del Reddito di cittadinanza. I giudici hanno chiarito che il legislatore ha previsto una deroga al principio di retroattività della legge più favorevole per garantire la punibilità dei fatti commessi durante la vigenza del decreto.
Esclusione della particolare tenuità del fatto
La difesa ha tentato di invocare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sottolineando l’importo modesto percepito. Tuttavia, la Corte ha rigettato tale tesi evidenziando la non occasionalità della condotta e la presenza di numerosi precedenti penali dell’imputato, inclusi reati contro il patrimonio e il falso.
Le motivazioni
Le motivazioni della sentenza si fondano sulla legittimità della deroga alla lex mitior. L’abrogazione del delitto previsto dall’art. 7 del d.l. 4/2019, disposta dalla legge di bilancio 2023, fa salva l’applicazione delle sanzioni per i fatti commessi fino al termine di efficacia della disciplina. Questa scelta legislativa è ritenuta ragionevole poiché assicura la tutela penale contro l’indebita erogazione di denaro pubblico. Inoltre, la Corte ha sottolineato che la recidiva è stata correttamente applicata in quanto l’imputato ha mostrato una totale indifferenza verso l’efficacia deterrente delle precedenti condanne.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza riafferma che la correttezza delle dichiarazioni rese alla Pubblica Amministrazione è un requisito imprescindibile per l’accesso ai benefici statali. La gravità dell’omissione di condanne per reati associativi impedisce qualsiasi riconoscimento di attenuanti generiche o di speciale tenuità del danno. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
Cosa accade se si omette una condanna nella domanda per il sussidio?
Si configura il reato di false dichiarazioni finalizzate all’ottenimento del beneficio, punibile con la reclusione, poiché l’omissione impedisce all’INPS di verificare i requisiti di legge.
L’abrogazione del sussidio cancella i reati commessi in precedenza?
No, la legge prevede una clausola di salvaguardia che mantiene la rilevanza penale per tutti i fatti commessi durante il periodo in cui la misura era in vigore.
Si può ottenere l’assoluzione se l’importo percepito è basso?
Non automaticamente. Se il soggetto ha precedenti penali o la condotta non è occasionale, il giudice può negare la particolare tenuità del fatto nonostante il valore economico ridotto.