Reddito di cittadinanza: la Cassazione conferma la validità delle sanzioni penali
L’abrogazione del Reddito di cittadinanza non cancella i reati commessi durante il periodo di vigenza della misura. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale per migliaia di procedimenti in corso: la fine del sussidio non comporta l’impunità per chi ha percepito indebitamente le somme.
I fatti oggetto del giudizio
La vicenda trae origine da una sentenza della Corte di Appello che confermava l’assoluzione di un imputato per i reati legati all’indebita percezione del Reddito di cittadinanza. L’assoluzione era stata pronunciata per particolare tenuità del fatto, ma il ricorrente ha comunque adito la Suprema Corte contestando la sussistenza stessa del reato, ipotizzando che l’abrogazione della norma incriminatrice potesse favorire la sua posizione processuale.
La decisione della Corte di Cassazione
I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che il delitto previsto dall’art. 7 del d.l. n. 4/2019 mantiene la sua efficacia punitiva per tutti i fatti commessi fino al 31 dicembre 2023. Nonostante la legge di bilancio 2023 abbia disposto la soppressione della misura a partire dal 2024, il legislatore ha esplicitamente fatto salva l’applicazione delle sanzioni penali per le condotte pregresse.
Reddito di cittadinanza e principio di retroattività
Il tema centrale riguarda il principio della lex mitior (legge più favorevole). Normalmente, se una legge abroga un reato, chi lo ha commesso non può più essere punito. Tuttavia, nel caso del Reddito di cittadinanza, la Cassazione ha spiegato che esiste una deroga giustificata. La tutela penale deve proseguire finché è possibile fruire del beneficio, coordinandosi con le nuove incriminazioni introdotte per i sussidi sostitutivi (come l’Assegno di inclusione).
Le motivazioni
Le motivazioni della sentenza si fondano sulla necessità di evitare un vuoto di tutela. La Corte osserva che la deroga al principio di retroattività della norma più favorevole è sorretta da una “plausibile giustificazione”. Assicurare la punibilità delle frodi commesse sotto il vecchio regime è essenziale per proteggere le risorse pubbliche destinate al welfare. La soppressione del Reddito di cittadinanza è stata infatti accompagnata dall’introduzione di nuovi strumenti di sostegno, garantendo una continuità normativa che impedisce l’applicazione automatica dell’abolitio criminis.
Le conclusioni
In conclusione, chi ha fornito dati falsi o ha omesso variazioni rilevanti per ottenere il Reddito di cittadinanza non può sperare nell’estinzione del reato per via dell’abrogazione della legge. La decisione della Cassazione blinda l’orientamento giurisprudenziale che vede nella continuità tra vecchia e nuova disciplina la chiave per mantenere attive le sanzioni. Il ricorrente, oltre al rigetto del ricorso, è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria verso la Cassa delle Ammende per la colpa nella proposizione di un ricorso manifestamente infondato.
L’abolizione del Reddito di cittadinanza cancella i processi penali in corso?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che le sanzioni penali restano applicabili per tutti i fatti commessi fino al termine finale di efficacia della disciplina, ovvero il 31 dicembre 2023.
Perché non si applica il principio della legge più favorevole?
La deroga al principio della lex mitior è considerata legittima perché giustificata dalla necessità di tutelare il sistema dei sussidi pubblici e dalla continuità normativa con le nuove misure di sostegno introdotte.
Cosa rischia chi presenta un ricorso manifestamente infondato in Cassazione?
Oltre al rigetto del ricorso, il soggetto viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma, solitamente tra i mille e i tremila euro, in favore della Cassa delle Ammende.