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LexCEDpedia

Dolo

Definizione

La volontà cosciente e intenzionale di commettere un reato.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 3.241 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 73% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 12%
  • Rigettato 14%
  • Inammissibile 73%
  • Estinto 0%
  • Altro 1%

Provvedimenti per anno

2019 2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 769%
  • Penale Sez. 516%
  • Penale Sez. 214%

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Sfoglia per anno

Provvedimenti

Reddito di cittadinanza indebito: inutile dare la colpa al CAF
Una cittadina ha omesso di indicare, nella domanda per ottenere il sussidio pubblico, una condanna definitiva per associazione mafiosa risalente ai dieci anni precedenti, percependo indebitamente oltre cinquemilaquattrocento euro. Davanti ai giudici, la donna ha sostenuto di aver fornito informazioni generiche all'operatore del centro di assistenza fiscale senza verificare i dati inseriti nel sistema. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, confermando la condanna per reddito di cittadinanza indebito. I giudici hanno chiarito che la firma apposta sul modulo attesta formalmente la veridicità delle dichiarazioni fornite, rendendo implausibile scaricare la colpa sull'intermediario. La Suprema Corte ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto per la gravità del precedente e ha respinto la richiesta di pene sostitutive perché il difensore era privo di apposita procura speciale.
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Particolare tenuità del fatto esclusa: ricorso inammissibile
Un imputato condannato in appello ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la ricostruzione dei fatti e chiedere il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è consentito richiedere una nuova valutazione delle prove già esaminate nei gradi precedenti, né proporre argomenti tralasciati nell'atto di appello. Inoltre, l'applicazione della particolare tenuità del fatto risulta legalmente preclusa quando la sentenza d'appello accerta in modo logico l'abitualità della condotta illecita e l'elevata intensità del dolo. Il ricorrente è stato quindi condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falso nel patrocinio a spese dello Stato: analfabeta assolto
Un cittadino presenta domanda di ammissione al patrocinio a spese dello Stato omettendo di dichiarare precedenti condanne penali. Il Tribunale lo assolve perché riconosce il suo analfabetismo: l'uomo aveva firmato alla cieca il modulo predisposto dal difensore, agendo per semplice disattenzione e non con l'intenzione di ingannare il giudice. La Corte di appello ribalta l'esito e lo condanna a un anno di reclusione, ritenendo sufficiente la firma del modulo con le avvertenze penali. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'imputato e annulla la condanna. I Supremi Giudici stabiliscono che una firma non dimostra automaticamente la malafede. Per ribaltare un'assoluzione, i giudici di secondo grado devono applicare una motivazione rafforzata e spiegare perché la condizione personale di analfabetismo non escluda il dolo.
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Peculato del gestore: i debiti privati diventano reato pubblico
L'amministratore di una società di gestione di apparecchi da gioco leciti non versa alla concessionaria di rete le somme relative al prelievo forzoso introdotto dalla legge di stabilità per il 2015. La difesa sostiene che il debito abbia natura puramente privatistica, che l'importo esatto sia incerto e che manchi il dolo a causa dei dubbi normativi. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la condanna penale. I giudici stabiliscono che sussiste il reato di peculato del gestore: il denaro introdotto nelle macchinette ha natura pubblica fin dal primo istante della riscossione. L'operatore riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio e ha l'obbligo tassativo di riversare le somme. L'incertezza sul conteggio esatto del credito non cancella l'illecito quando la condotta di appropriazione è provata.
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Dolo nel reato di rapina: ricorso fotocopia dichiarato inammissibile
Un uomo condannato per rapina ha presentato ricorso per cassazione contestando la presenza dell'elemento soggettivo. L'imputato sosteneva l'assenza del dolo nel reato di rapina, lamentando una motivazione carente da parte dei giudici di secondo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Il ricorrente ha riproposto in modo pedissequo le stesse argomentazioni già respinte dalla Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'impugnazione non può limitarsi a chiedere una rilettura dei fatti già accertati senza una critica specifica al testo della sentenza. Di conseguenza, la Corte ha condannato l'uomo al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cavallo di ritorno: niente furto ma restano i domiciliari
Un uomo finisce agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per concorso in estorsione aggravata legata al cosiddetto cavallo di ritorno. La vicenda nasce dal furto di un veicolo, restituito alla vittima solo dopo il pagamento di un riscatto in denaro. I giudici del riesame escludono la partecipazione diretta dell'indagato al furto materiale dell'auto, ma confermano i gravi indizi di colpevolezza per l'estorsione. L'indagato ha infatti svolto un ruolo centrale nella mediazione, trattenendo una quota del denaro estorto. L'indagato propone ricorso per cassazione contestando sia la sussistenza del dolo estorsivo, sia le esigenze cautelari. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. Chi agevola la restituzione del bene dietro compenso risponde pienamente di estorsione. Inoltre, per disporre la misura cautelare non serve la presenza congiunta di tutti i pericoli previsti dalla legge, ma basta anche solo il rischio concreto di reiterazione del reato.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso respinto
Un uomo ha impugnato la condanna per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale, contestando l'esistenza del dolo e il mancato riconoscimento della pena sostitutiva al posto del carcere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente ha domandato una nuova valutazione dei fatti, operazione preclusa al giudice di legittimità, limitandosi a ripetere le argomentazioni già respinte nel processo precedente senza confutare la motivazione d'appello. Inoltre, l'imputato ha ignorato il giudizio dei magistrati, i quali avevano ritenuto la misura alternativa inadeguata a evitare il rischio di future condotte criminose. Di conseguenza, la condanna è divenuta definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso generico e pena minima
L'Imputato contesta la condanna per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale confermata dalla Corte d'Appello. Nel ricorso per Cassazione, la difesa lamenta l'assenza del dolo, l'insussistenza del reato e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. L'impugnazione si limita a una generica contestazione dei fatti senza muovere critiche concrete alla motivazione della sentenza precedente. Inoltre, la Corte ribadisce che il giudice di merito non deve fornire una motivazione analitica sulla misura della pena quando la sanzione si attesta sui minimi di legge previsti dal codice penale. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente il ricorso e riceve la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di truffa: tra parola della vittima e condanna certa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di truffa, respingendo integralmente il suo ricorso. Il ricorrente contestava l'attendibilità della persona offesa e chiedeva sia la non punibilità per particolare tenuità del fatto sia il riconoscimento delle attenuanti. I giudici hanno stabilito che la parola della vittima può fondare da sola la colpevolezza se la motivazione ne accerta la credibilità soggettiva e la coerenza dei fatti. Inoltre, l'elevato danno economico e l'intensità del raggiro escludono la tenuità dell'offesa, impedendo qualsiasi sconto di pena.
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Reato di ricettazione: condanna anche senza prova del ladro
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte a tre imputati per furto in abitazione e per il reato di ricettazione. Due soggetti custodivano condizionatori e refurtiva privi di garanzia e scontrini, senza fornire spiegazioni lecite sulla provenienza dei beni. Un terzo imputato rispondeva del furto degli apparecchi e di un televisore, contestato tramite la testimonianza della persona offesa. I giudici di legittimità hanno dichiarato i ricorsi inammissibili. Per integrare il reato di ricettazione non serve una sentenza precedente che accerti formalmente il furto originario; basta ricostruire la matrice delittuosa anche solo per via logica. Chi detiene merce rubata senza una valida giustificazione risponde penalmente, mentre il valore non infimo dei beni e i precedenti penali precludono la concessione delle attenuanti per particolare tenuità del fatto.
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Tentato omicidio: spari contro l’auto in fuga anche senza feriti
Tre giovani hanno inseguito e aggredito i membri di un gruppo rivale dopo una lite all'uscita di una discoteca. Durante la fuga della vettura dei rivali, due aggressori hanno esploso nove colpi d'arma da fuoco, colpendo la portiera del passeggero a mezzo metro dal suolo senza provocare feriti. La Corte d'appello ha condannato tutti i complici per tentato omicidio e porto illegale di arma a pene comprese tra quattro anni e quattro mesi e quattro anni e sei mesi di reclusione. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati e del Procuratore generale, confermando integralmente le condanne. I giudici hanno chiarito che sparare ad altezza vitale contro un'auto in movimento integra il reato anche senza bersaglio mirato o lesioni personali.
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Particolare tenuità del fatto: la Cassazione respinge il ricorso
L'Imputato ha impugnato davanti alla Corte di Cassazione la condanna pronunciata dai giudici d'appello, contestando la modifica della data del reato, l'elemento psicologico del dolo e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La rettifica temporale effettuata in appello ha chiarito il momento consumativo senza mutare l'accusa. Le doglianze sulla volontà colpevole sono risultate generiche. La richiesta legata alla particolare tenuità del fatto chiedeva una rivalutazione delle prove vietata nel giudizio di legittimità. L'Imputato è stato condannato alle spese e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reddito di cittadinanza: condanna confermata per falsa domanda
Una cittadina ha richiesto e percepito indebitamente il reddito di cittadinanza, omettendo di dichiarare una precedente condanna definitiva per associazione mafiosa. I giudici di merito l'hanno condannata a due anni di reclusione per falsa dichiarazione. La donna ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'omessa valutazione di un legittimo impedimento del proprio difensore, l'assenza di dolo per colpa dei moduli prestampati e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la pena e condannando la ricorrente al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. I giudici hanno chiarito che l'istanza di rinvio del difensore era tardiva e priva di motivazione sull'impossibilità di farsi sostituire, mentre l'errore sui moduli non scusa chi tace condanne ostative.
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Spaccio di lieve entità: non c’è connivenza se gestisci l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a diciotto mesi di reclusione e 2.500 euro di multa inflitta a una donna per concorso in spaccio di lieve entità di cocaina. L'imputata guidava l'automobile usata per raggiungere il luogo dell'incontro, ha consegnato al complice le chiavi per prelevare la dose dal veicolo e ha incassato i cinquanta euro pagati dall'acquirente. La difesa sosteneva che la donna fosse una mera spettatrice passiva e invocava la particolare tenuità del fatto e l'incertezza sul principio attivo tramite narcotest. I giudici hanno respinto il ricorso: la condotta attiva esclude la semplice connivenza e dimostra una piena collaborazione criminale. Inoltre, la collaudata organizzazione e i contatti telefonici frequenti impediscono l'applicazione della non punibilità.
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False generalità a pubblico ufficiale: la condanna resta valida
Un conducente straniero ha fornito un nome e una data di nascita non veritieri durante un controllo stradale dei Carabinieri. L'uomo ha poi confermato i dati falsi compilando un modulo multilingue in caserma. Condannato per il reato di false generalità a pubblico ufficiale, l'imputato ha fatto ricorso sostenendo di non conoscere la lingua italiana e denunciando la nullità del processo perché il Tribunale aveva depositato la traduzione della sentenza oltre i termini per presentare appello. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che il ritardo nella traduzione non annulla la sentenza se la difesa non sfrutta la possibilità di depositare motivi aggiunti dopo aver letto il testo tradotto. La compilazione del modulo guidato nella propria lingua dimostra inoltre la piena consapevolezza dell'inganno.
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Reato di evasione: la consegna spontanea non evita la condanna
Un uomo, sottoposto al regime detentivo presso una comunità, si è allontanato arbitrariamente per poi consegnarsi spontaneamente alle autorità. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di evasione, negandogli la sostituzione della pena detentiva con misure alternative a causa dei suoi gravi precedenti penali, inclusi reati legati alle armi. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando la decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi addotti erano del tutto generici. I giudici hanno confermato la piena sussistenza della responsabilità penale e la legittimità del diniego delle sanzioni sostitutive, condannando il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: confermata la condanna dopo l’arresto
L'Imputato è stato arrestato in flagranza di reato e collocato in custodia in attesa dell'udienza di convalida. Prima dello svolgimento dell'udienza, l'uomo si è allontanato dal luogo designato senza alcuna autorizzazione, subendo una condanna per il reato di evasione sia in primo grado sia in appello. L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione sostenendo l'assenza del dolo, ossia la mancanza di volontà colpevole. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la doglianza non era stata sollevata in appello ed era del tutto generica. La condotta dimostrava la piena consapevolezza del divieto di allontanamento. La Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Riqualificazione del reato: accusa immutata, condanna valida
La Procura contesta a un imputato il delitto di calunnia per aver incolpato falsamente una persona. Il giudice di merito esamina la vicenda e opera la riqualificazione del reato in falsa testimonianza. L'imputato presenta ricorso per Cassazione, lamentando la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza e sostenendo l'assenza dell'elemento psicologico del reato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il giudice possiede il potere autonomo di mutare il titolo del reato se i fatti storici contestati restano identici. La difesa ha avuto piena possibilità di controbattere su ogni elemento materiale descritto nell'atto di accusa. La condanna viene confermata con spese di giudizio e sanzione pecuniaria.
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Truffa nella vendita online: condannato chi finge la disponibilità
Un venditore ha pubblicato un annuncio per la cessione di una lampada, incassando il corrispettivo senza spedire la merce. A fronte delle lamentele dell'acquirente, l'uomo ha fornito rassicurazioni fittizie per poi rifiutare il rimborso. Condannato nei gradi di merito per il reato contestato, l'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la sussistenza della truffa nella vendita online e invocando l'insolvenza fraudolenta e la prescrizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. La Corte ha chiarito che fingere la disponibilità materiale del bene e schermarsi dietro il web integra una truffa aggravata dalla minorata difesa, poiché preclude alla vittima ogni controllo preventivo.
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Reato di calunnia: la falsa querela porta alla condanna
Un uomo presenta una querela contro una persona innocente, accusandola ingiustamente di truffa e producendo falsi messaggi come prove a supporto. I giudici di merito lo condannano per il reato di calunnia, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa dei suoi precedenti penali. L'imputato presenta ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di intenzione colpevole e chiedendo uno sconto di pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile perché le censure si limitano a ripetere argomenti già smentiti senza confrontarsi con la sentenza impugnata. L'atto di querela e i messaggi contraffatti erano pienamente idonei ad aprire un procedimento penale a carico della vittima innocente. Di conseguenza, la condanna per calunnia diventa definitiva e l'imputato deve pagare le spese del giudizio insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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