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Danneggiamento: ricorso inammissibile e condanna a pagare la multa

Un uomo, condannato per aver danneggiato una lastra di marmo, presenta ricorso in Cassazione. Egli contesta la logica della sentenza di condanna, cercando di ottenere una nuova valutazione delle prove. La Suprema Corte, però, respinge le sue argomentazioni. I giudici stabiliscono che il ricorso è solo un tentativo di riesaminare i fatti, compito che non spetta alla Cassazione. Di conseguenza, dichiarano il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. L’uomo viene quindi condannato a pagare le spese processuali e una multa di 3.000 euro, rendendo definitiva la sua colpevolezza.

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Pubblicato il 29 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 10494 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 10494/2023)

Quando un ricorso in Cassazione non ha speranze

La Corte di Cassazione rappresenta l’ultimo grado di giudizio nel nostro ordinamento, ma il suo ruolo è spesso frainteso. Non si tratta di un terzo processo dove si riesaminano i fatti, ma di un controllo sulla corretta applicazione della legge. Una recente ordinanza chiarisce perfettamente questo principio, concludendo un caso di danneggiamento con una dichiarazione di ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. Questa decisione sottolinea che presentare un’impugnazione basata su critiche alla valutazione delle prove, piuttosto che su reali vizi di legittimità, porta a conseguenze negative per chi ricorre.

La vicenda: un danneggiamento e la condanna

I fatti all’origine della vicenda sono semplici. Un uomo viene accusato e condannato per il reato di danneggiamento. In particolare, gli viene attribuita la rottura di una lastra di marmo che si trovava su una lavatrice, posizionata su un balcone. La persona offesa aveva infatti ritrovato la lastra in pezzi. I giudici dei primi gradi di giudizio ritengono provata la sua responsabilità sulla base delle prove raccolte, inclusa la testimonianza di una persona presente ai fatti. La condanna sembra quindi ben motivata e fondata sugli elementi processuali.

L’impugnazione davanti alla Suprema Corte

Non accettando la condanna, l’imputato decide di giocare l’ultima carta: il ricorso alla Corte di Cassazione. Nei suoi motivi di impugnazione, l’uomo non contesta un errore nell’applicazione di una norma di legge. Piuttosto, critica la motivazione della sentenza precedente, definendola illogica e contraddittoria. Sostanzialmente, chiede ai giudici supremi di rileggere gli atti e di dare un’interpretazione diversa delle prove, in particolare della testimonianza che lo accusava. Il suo obiettivo è chiaro: ottenere una nuova valutazione dei fatti che porti a un’assoluzione.

Il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza: un esito prevedibile

La strategia difensiva si rivela però fallimentare. La Corte di Cassazione analizza i motivi del ricorso e li liquida rapidamente. I giudici spiegano che le critiche mosse dall’imputato non sono vere e proprie censure di legittimità, ma semplici ‘doglianze in punto di fatto’. In altre parole, l’uomo non sta indicando dove la legge sia stata violata, ma sta semplicemente dicendo di non essere d’accordo con la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito. Questo tipo di richiesta esula completamente dai poteri della Cassazione. Per questo, il ricorso viene dichiarato ricorso inammissibile per manifesta infondatezza.

Le motivazioni: la Cassazione non è un terzo processo

La Corte ribadisce un principio fondamentale della procedura penale. Il ricorso in Cassazione non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio dove si rivalutano le prove. I giudici di legittimità non possono sostituire la propria valutazione a quella dei giudici che hanno materialmente condotto il processo e ascoltato i testimoni. Il compito della Suprema Corte è solo quello di verificare che il percorso logico-giuridico seguito nella sentenza impugnata sia corretto e privo di vizi evidenti. Poiché nel caso specifico i motivi del ricorso erano generici e miravano solo a una rilettura dei fatti, l’impugnazione è stata ritenuta palesemente infondata.

Le conclusioni: condanna definitiva e sanzione economica

L’esito è netto. La dichiarazione di inammissibilità del ricorso rende la sentenza di condanna definitiva. Ma non è tutto. L’articolo 616 del codice di procedura penale prevede che, in caso di ricorso inammissibile per manifesta infondatezza, il ricorrente sia condannato non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche di una somma in favore della Cassa delle ammende. In questo caso, la somma è stata fissata in 3.000 euro. La decisione serve anche da monito: le impugnazioni devono basarsi su solidi argomenti giuridici, altrimenti si rischia di peggiorare la propria posizione.

Cosa significa quando un ricorso è ‘inammissibile per manifesta infondatezza’?
Significa che i motivi dell’appello sono così evidentemente privi di fondamento giuridico che la Corte di Cassazione li respinge senza nemmeno entrare nel merito della questione.

La Corte di Cassazione può riesaminare le prove come un testimone o una perizia?
No, la Corte di Cassazione non è un ‘terzo grado’ di giudizio. Il suo compito è verificare la corretta applicazione della legge da parte dei giudici precedenti, non rivalutare i fatti o le prove.

Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile?
La persona che ha presentato il ricorso viene condannata a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, come accaduto in questo caso.

Termini giuridici

Ricorso inammissibile
Un'impugnazione che viene respinta da un giudice senza esaminarne il merito, perché priva dei requisiti formali o sostanziali richiesti dalla legge.
Manifesta infondatezza
Si verifica quando i motivi di un ricorso sono palesemente e indiscutibilmente privi di qualsiasi base giuridica valida.
Doglianze
Nel linguaggio giuridico, sono le lamentele, i motivi di critica o le contestazioni specifiche che una parte muove contro una sentenza in un atto di appello.
P.Q.M. (Per Questi Motivi)
È la sigla che introduce la parte finale di una sentenza o di un'ordinanza, in cui il giudice enuncia la sua decisione definitiva.
Cassa delle ammende
Un ente statale finanziato con i proventi delle sanzioni pecuniarie penali, destinato a finanziare progetti per migliorare il sistema giudiziario e carcerario.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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