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Determinazione della pena: Cassazione e discrezionalità

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 44424/2023, ha dichiarato inammissibile un ricorso che contestava la determinazione della pena e il mancato riconoscimento di un’attenuante. La Corte ha ribadito che la graduazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se la motivazione è logica e coerente, come nel caso di specie. Il ricorso è stato giudicato manifestamente infondato su entrambi i punti.

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Pubblicato il 19 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 44424 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 44424/2023)

Determinazione della Pena: Quando il Ricorso in Cassazione è Inammissibile

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha riaffermato un principio fondamentale del nostro sistema giudiziario: la determinazione della pena è un’attività che rientra ampiamente nel potere discrezionale del giudice di merito. Un ricorso presentato davanti alla Suprema Corte che si limiti a contestare la quantificazione della sanzione senza evidenziare vizi logici o giuridici nella motivazione, è destinato a essere dichiarato inammissibile. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I Fatti del Processo

Il caso trae origine da un ricorso presentato avverso una sentenza della Corte d’appello di Bologna. L’imputato lamentava principalmente due aspetti della decisione dei giudici di secondo grado.

In primo luogo, contestava in maniera generica la motivazione relativa alla determinazione della pena, sostenendo che non fosse adeguata. In secondo luogo, si doleva del mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero un danno di entità molto modesta.

L’obiettivo del ricorrente era ottenere una riduzione della sanzione inflittagli, mettendo in discussione le valutazioni operate dalla Corte d’appello.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha esaminato entrambi i motivi e li ha ritenuti ‘manifestamente infondati’. Di conseguenza, ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La decisione, sebbene netta, offre spunti di riflessione cruciali sui limiti dell’impugnazione in sede di legittimità.

Le Motivazioni: la discrezionalità nella determinazione della pena

La Corte di Cassazione ha smontato le argomentazioni del ricorrente basandosi su principi consolidati della giurisprudenza. Per quanto riguarda il primo motivo, relativo alla quantificazione della pena, i giudici hanno ribadito che la graduazione della sanzione è espressione della discrezionalità del giudice di merito. Questo potere deve essere esercitato seguendo i criteri indicati dagli articoli 132 e 133 del codice penale (gravità del reato, capacità a delinquere del reo, ecc.).

Il controllo della Cassazione non può entrare nel merito della scelta effettuata, ma si limita a verificare che il giudice abbia fornito una motivazione logica e non contraddittoria. Nel caso specifico, la Corte ha ritenuto che la sentenza d’appello avesse adeguatamente giustificato la propria decisione, facendo riferimento a elementi ritenuti decisivi.

Il diniego dell’attenuante

Anche il secondo motivo è stato giudicato infondato. La Cassazione ha osservato che la sentenza impugnata aveva fornito una motivazione chiara, logica e coerente per negare l’attenuante del danno di speciale tenuità. Inoltre, la motivazione era conforme all’orientamento giurisprudenziale sulla compatibilità tra questa attenuante e altre già concesse (in questo caso, quella prevista per il reato di cui all’art. 648 c.p.). In sostanza, anche su questo punto, il giudice di merito aveva esercitato correttamente il proprio potere valutativo, fornendo una giustificazione immune da vizi logici o giuridici.

Le Conclusioni

Questa ordinanza conferma che non è sufficiente essere in disaccordo con la pena inflitta per poterla contestare con successo in Cassazione. Il ricorso di legittimità non è un terzo grado di giudizio nel merito. Per ottenere un annullamento, è necessario dimostrare che la motivazione del giudice è palesemente illogica, contraddittoria o che viola specifiche disposizioni di legge. La discrezionalità del giudice nella determinazione della pena, se correttamente motivata, rimane un caposaldo del nostro ordinamento penale, insindacabile in sede di legittimità.

È possibile contestare in Cassazione la quantità della pena decisa da un giudice?
No, non direttamente nel merito. È possibile contestarla solo se la motivazione del giudice è manifestamente illogica, contraddittoria o viola la legge. La graduazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non può essere riesaminata dalla Cassazione se la giustificazione è adeguata.

Cosa significa che un motivo di ricorso è ‘manifestamente infondato’?
Significa che il motivo è così palesemente privo di fondamento giuridico che la Corte può respingerlo senza un esame approfondito, dichiarando l’inammissibilità del ricorso.

Perché la Corte ha respinto la richiesta di riconoscere l’attenuante del danno di speciale tenuità?
La Corte ha ritenuto che la decisione del giudice d’appello di negare tale attenuante fosse basata su una motivazione esistente, logica, coerente e conforme alla giurisprudenza consolidata, rendendo quindi la contestazione manifestamente infondata.

Termini giuridici

Discrezionalità del giudice
Il potere del giudice di decidere secondo il proprio prudente apprezzamento, scegliendo la soluzione più adeguata al caso concreto nel rispetto dei limiti e dei criteri fissati dalla legge.
Manifestamente infondato
Un'espressione usata per qualificare un motivo di ricorso che appare privo di qualsiasi fondamento giuridico in modo così evidente da non richiedere un esame approfondito.
Circostanza attenuante
Una situazione o un elemento previsto dalla legge che, se presente, comporta una diminuzione della pena prevista per un reato.
Inammissibile
Un atto giudiziario (come un ricorso) che non può essere esaminato nel merito perché privo dei requisiti formali o sostanziali richiesti dalla legge.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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