La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio fondamentale in materia di reati legati agli stupefacenti: la detenzione di stupefacenti è un reato che si configura anche quando la sostanza viene procurata per conto di un’altra persona. Questa pronuncia offre spunti importanti per comprendere i confini della responsabilità penale in questo delicato settore, confermando la condanna di una donna che aveva portato della droga al proprio compagno agli arresti domiciliari.
I Fatti del Caso
La vicenda giudiziaria ha origine da un controllo effettuato nel novembre 2020. Una donna, convivente di un uomo agli arresti domiciliari, veniva notata dai militari mentre scendeva da un taxi con un atteggiamento agitato e si avvicinava al portone di casa. Al cospetto delle forze dell’ordine, la donna consegnava spontaneamente un fazzoletto di carta contenente 17 involucri di crack, per un peso complessivo di tre grammi.
Sia il Tribunale in primo grado che la Corte d’Appello avevano riconosciuto la sua colpevolezza per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, seppur nella forma di lieve entità prevista dall’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990, condannandola a sei mesi di reclusione e 1.000 euro di multa. La difesa della donna ha quindi proposto ricorso in Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti e chiedendo l’applicazione di istituti più favorevoli.
La Decisione sulla Detenzione di Stupefacenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la condanna inflitta nei gradi di merito. I giudici hanno ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati e, in alcuni casi, non consentiti in sede di legittimità.
La difesa aveva tentato di ottenere una nuova valutazione delle prove, ma la Suprema Corte ha ricordato che il suo compito non è riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata. In questo caso, la ricostruzione operata dai giudici di merito è stata giudicata adeguata e coerente.
I Motivi del Rigetto del Ricorso
La Corte ha analizzato e respinto punto per punto i motivi sollevati dalla ricorrente:
- Colpevolezza: I primi due motivi, che contestavano il giudizio di colpevolezza, sono stati ritenuti un tentativo di rimettere in discussione l’accertamento dei fatti, operazione preclusa in Cassazione.
- Particolare Tenuità del Fatto: La richiesta di applicare la causa di non punibilità ex art. 131-bis c.p. è stata respinta. I giudici hanno ritenuto logica la valutazione del fatto come non “tenue”, data la natura di droga “pesante” (crack) della sostanza detenuta.
- Recidiva: È stata confermata la correttezza del riconoscimento della recidiva, data la “perdurante inclinazione a compiere atti illeciti” dell’imputata, già gravata da una precedente condanna per associazione a delinquere.
- Attenuanti Generiche: Anche il motivo sul trattamento sanzionatorio è stato dichiarato inammissibile. La Corte d’Appello aveva motivato il diniego delle attenuanti generiche evidenziando la mancata resipiscenza della donna e il particolare disvalore della sua condotta, posta in essere per rifornire il compagno già sottoposto a misura cautelare per spaccio.
Le Motivazioni della Corte
Il cuore della decisione risiede nella riaffermazione di un principio chiave: la norma incriminatrice punisce qualsiasi condotta di illecita detenzione di stupefacenti, inclusa quella di chi si limita a procurare la droga per altri. La finalità della cessione al proprio compagno non esclude, quindi, la rilevanza penale del comportamento. La detenzione, anche se temporanea e finalizzata a un passaggio immediato a un’altra persona, integra pienamente il reato.
La Corte ha inoltre sottolineato come le valutazioni del giudice di merito sulla gravità del fatto e sulla personalità dell’imputato, se logicamente motivate, non possano essere censurate in sede di legittimità. La scelta di non concedere le attenuanti generiche e di non riconoscere la particolare tenuità del fatto è stata considerata il frutto di un ragionamento corretto e immune da vizi logici, basato su elementi concreti come la natura della sostanza e i precedenti penali della ricorrente.
Conclusioni
L’ordinanza in esame consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso in materia di detenzione di stupefacenti. Emerge con chiarezza che la responsabilità penale non è limitata solo a chi vende la droga, ma si estende a tutte le figure che partecipano alla catena della sua circolazione illecita. Anche l’atto di fungere da semplice “corriere” o intermediario per un’altra persona, persino se legata da un vincolo affettivo, costituisce un reato pienamente punibile. La decisione ribadisce inoltre la limitata possibilità di ottenere benefici come la non punibilità per tenuità del fatto quando si tratta di droghe pesanti e quando la condotta si inserisce in un contesto di pregressa illegalità.
Procurare droga per un’altra persona è considerato reato?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che la legge punisce qualsiasi condotta di illecita detenzione di stupefacenti, compresa quella di chi si limita a procurare la sostanza per conto di terzi, come nel caso di specie per il proprio compagno.
Perché non è stata applicata la causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto”?
La non punibilità è stata esclusa perché la condotta illecita riguardava sostanze stupefacenti di tipo pesante (crack). I giudici hanno ritenuto, con una valutazione logica, che tale circostanza impedisse di qualificare il fatto come “tenue” ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale.
Per quale motivo il ricorso in Cassazione è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile principalmente perché i motivi proposti miravano a una rivalutazione dei fatti, attività non consentita in sede di legittimità. Inoltre, gli altri motivi, come quelli sulla recidiva e sulle attenuanti generiche, sono stati giudicati manifestamente infondati poiché non contestavano efficacemente le coerenti motivazioni della sentenza d’appello.