Definizione
Il reato che punisce chi possiede sostanze stupefacenti illegali. La pena varia a seconda che la detenzione sia per uso personale o finalizzata alla vendita (spaccio).
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 247 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 83% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 6%
- Rigettato 10%
- Inammissibile 83%
- Altro 0%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 775%
- Penale Sez. 413%
- Penale Sez. 612%
Precedenti più richiamati
- Cass. 12146/2009in 8 provvedimenti
- Cass. 2652/2013in 5 provvedimenti
- Cass. 11025/2013in 13 provvedimenti
- Cass. 6575/2013in 6 provvedimenti
- Cass. 46610/2014in 17 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato a due anni e sei mesi di reclusione e seimila euro di multa per il reato di detenzione di stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano eseguito due sequestri distinti, a distanza di circa cinque mesi l'uno dall'altro, rinvenendo oltre un chilogrammo di droga sotterrata in un terreno nella disponibilità dell'uomo. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza di condotte illecite autonome e ha condiviso il rigetto della richiesta di conversione della pena in lavoro di pubblica utilità sostitutivo. Il profilo dell'interessato, privo di effettivo pentimento e recidivo, impedisce infatti l'applicazione delle sanzioni alternative al carcere.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione stupefacenti ai fini di spaccio. L'imputato contestava la responsabilità, ma la Corte ha ribadito che la quantità di droga, le modalità di occultamento, la suddivisione in dosi e le osservazioni della polizia giudiziaria sono elementi sufficienti a provare la destinazione allo spaccio. Il ricorso è stato ritenuto inammissibile perché basato su questioni di fatto già valutate nei gradi precedenti, e non su violazioni di legge. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per **detenzione di stupefacenti** (166 grammi di cocaina) destinata allo spaccio. La droga era nascosta in un'intercapedine nel giardino della sua abitazione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, escludendo la possibilità di considerare il fatto di lieve entità, data la quantità di droga (675 dosi) e la sua partecipazione attiva. La Corte ha anche respinto le richieste di qualificare il fatto come favoreggiamento o di applicare attenuanti generiche, poiché il Lavoratore si era sottratto a una misura cautelare. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, e il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali.
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Un Lavoratore è stato condannato per detenzione di stupefacenti (cocaina e hashish) con l'intento di spaccio. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la piccola quantità di hashish non avesse rilevanza penale e chiedendo il riconoscimento della fattispecie di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto le argomentazioni generiche e ha confermato che la sostanza era già divisa in dosi e che erano stati trovati strumenti per il confezionamento. La quantità e qualità della cocaina escludevano la lieve entità. Il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per **detenzione di stupefacenti** (20 grammi di cocaina destinati allo spaccio), resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sua responsabilità e la valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati dal Ricorrente erano ripetitivi, generici e tentavano di reinterpretare i fatti già esaminati. La Corte ha confermato che la qualificazione della condotta come spaccio non richiede la quantificazione del principio attivo e che la fuga e la colluttazione con i militari erano elementi validi per la condanna. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato arrestato in flagranza per detenzione di stupefacenti (cocaina e hashish) e per resistenza a pubblico ufficiale con lesioni aggravate. Gli è stata applicata la custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura, respingendo l'istanza difensiva che chiedeva di qualificare la detenzione di stupefacenti come di lieve entità e contestava le lesioni. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto corretta la valutazione che escludeva la lieve entità, data la varietà e quantità delle sostanze e i precedenti. Ha anche confermato la resistenza, considerando la condotta violenta complessiva dell'arrestato.
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L'Imputato deteneva circa 159 grammi di sostanza stupefacente insieme a materiale per la pesatura e il confezionamento in dosi. I giudici di merito hanno condannato il soggetto escludendo l'uso personale e negando l'ipotesi della lieve entità, ravvisando una piena destinazione alla vendita. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la derubricazione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: la detenzione di stupefacenti con bilancini e dosi pronte dimostra una chiara capacità di diffusione sul mercato illegale. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un individuo è stato condannato per **detenzione stupefacenti** ai sensi dell'Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando il mancato riconoscimento della finalità di uso personale della sostanza e il diniego della causa di non punibilità (Art. 131-bis c.p.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le doglianze meramente riproduttive di censure già esaminate e disattese dai giudici precedenti. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Un individuo, condannato per detenzione e cessione di eroina, ha presentato ricorso alla Suprema Corte contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva confermato la sua colpevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che il ricorso riproponeva argomenti già esaminati e respinti dai giudici precedenti, senza confrontarsi adeguatamente con le motivazioni della sentenza impugnata. La condanna è stata quindi confermata, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Un uomo ha concordato una pena tramite patteggiamento per la detenzione di circa cinque grammi di cocaina e per altre infrazioni. Il giudice di merito ha ordinato la confisca della somma di denaro trovata in suo possesso, qualificandola come guadagno del reato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione per contestare il sequestro dei contanti. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato la misura patrimoniale senza rinvio. I giudici hanno chiarito che la semplice detenzione di droga non genera in modo automatico un guadagno illecito. Di conseguenza, la confisca di denaro e spaccio non può applicarsi senza la prova di un effettivo scambio commerciale o di una vendita già avvenuta. La Corte ha ordinato la restituzione del denaro.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato, condannato per detenzione di stupefacenti ai sensi del d.P.R. 309/90. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale o che dovesse applicarsi un'ipotesi di reato meno grave. La Suprema Corte ha ritenuto che il ricorso si basasse su questioni di fatto e di valutazione delle prove, già adeguatamente esaminate dalla Corte d'Appello. Tali questioni non rientrano tra quelle che la Cassazione può riesaminare. Di conseguenza, la condanna originaria è stata confermata, e l'imputato dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un Individuo è stato condannato per detenzione di stupefacenti (hashish) trovati nella sua abitazione, dopo un controllo veicolare e successiva perquisizione domiciliare. Gli agenti hanno trovato bilancino di precisione e denaro contante, oltre alla droga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Individuo, confermando la condanna per detenzione di stupefacenti finalizzata allo spaccio. Ha ritenuto infondate le argomentazioni della difesa, inclusa la richiesta di applicare l'articolo 131-bis del codice penale (non punibilità per lieve entità), perché non era stata sollevata nei gradi precedenti. La Corte ha ribadito la validità della motivazione dei giudici precedenti, basata sul quantitativo di droga, il bilancino e il denaro.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo condannato per detenzione di stupefacenti. L'uomo sosteneva che la droga fosse per uso personale, ma la Corte ha confermato la decisione del giudice di merito. Quest'ultimo aveva valutato la quantità della sostanza (38 grammi di marijuana, pari a quasi 196 dosi), le circostanze del fermo (di notte, dopo aver sottratto un ciclomotore) e il contesto complessivo. La Cassazione ha ritenuto che il ricorso presentasse solo lamentele sui fatti, già esaminate, e non vizi di diritto o motivazione. L'individuo deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un imputato accusato del reato di detenzione di stupefacenti in concorso con terzi. La difesa sosteneva la destinazione della sostanza all'uso personale tramite consumo di gruppo e richiedeva la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, confermando il pieno contributo causale dell'uomo nella condotta illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità delle censure, le quali non contestavano in modo specifico la logica della decisione precedente. L'imputato subisce la conferma della condanna penale, con l'aggravante della recidiva, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso contro la sua condanna per detenzione di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il Lavoratore custodiva droga per conto di terzi, ricevendo in cambio una piccola quantità per uso personale. Questo comportamento, secondo la Cassazione, configura il reato di detenzione di stupefacenti e non di favoreggiamento. Il ricorso è stato giudicato inammissibile perché tentava di rimettere in discussione la valutazione delle prove (travisamento del fatto), un'operazione non consentita in sede di legittimità. Inoltre, alcune questioni procedurali non erano state sollevate nei gradi precedenti. La Corte ha così confermato l'inammissibilità ricorso penale e la condanna.
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Un uomo è stato condannato per detenzione di stupefacenti con finalità di spaccio, reato previsto dall'Art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90. Ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la droga fosse per uso personale e che i giudici avessero valutato male i fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il giudice di legittimità non può riesaminare i fatti e che la quantità e le modalità di confezionamento della droga, trovata in diversi luoghi di sua disponibilità, indicavano chiaramente la destinazione allo spaccio, non all'uso personale.
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Due imputati hanno subito una condanna per il reato di concorso in detenzione di stupefacenti di lieve entità, specificamente cocaina. I giudici di merito hanno inflitto la pena di un anno e otto mesi di reclusione con cinquemila euro di multa, applicando la recidiva a uno dei soggetti. Entrambi hanno presentato ricorso per cassazione: il primo ha contestato la prova della propria partecipazione materiale, mentre il secondo ha criticato l'entità della pena e il calcolo della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno valorizzato gli indizi della cooperazione, come la reazione all'irruzione delle forze dell'ordine e la preparazione notturna della droga. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha imposto a ciascun ricorrente il versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Un Lavoratore è stato condannato per detenzione di stupefacenti (Art. 73 DPR 309/90). Ha sostenuto che la droga fosse per uso personale. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che le argomentazioni fossero già state esaminate e respinte nei gradi precedenti (doppia conforme). Il ricorso non ha offerto un confronto critico specifico. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per **detenzione di stupefacenti** ai fini di spaccio. L'uomo era stato trovato con circa 29 grammi di marijuana, suddivisi in 46 involucri. La difesa aveva contestato la validità del processo, sostenendo che l'imputato non avesse avuto piena conoscenza degli atti e non avesse potuto accedere ai riti alternativi. Inoltre, aveva messo in dubbio la completezza dell'analisi sulla sostanza sequestrata e l'intento di spaccio. La Cassazione ha ritenuto che l'imputato fosse a conoscenza del procedimento per la sua partecipazione all'udienza di convalida dell'arresto. Ha anche confermato la validità dell'analisi a campione della droga e l'intento di spaccio, basandosi su quantità e modalità di detenzione. Il ricorso è stato respinto, con condanna alle spese.
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Un uomo trovato in possesso di undici grammi di sostanza stupefacente e quattrocento euro in contanti ha patteggiato la pena. Il giudice di merito ha ordinato la confisca del denaro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sola detenzione di droga non giustificasse il sequestro del denaro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, pur non essendoci la prova diretta dello spaccio, si applica la confisca per sproporzione quando il valore del denaro non è giustificabile rispetto alle entrate ufficiose. L'uomo, infatti, era disoccupato e non aveva fornito alcuna spiegazione sull'origine delle banconote. L'imputato deve quindi pagare le spese di giudizio e una sanzione di tremila euro.
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