LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Sezione Lavoro Civile — Anno 2023

Pagina 37 di 40

Capitalizzazione pensione integrativa: addio ai ratei mensili
Un gruppo di ex dipendenti bancari ha chiesto il pagamento di differenze sulla pensione integrativa per il periodo 2008-2013, basandosi su una vecchia sentenza favorevole. Tuttavia, i pensionati avevano precedentemente scelto la capitalizzazione della pensione integrativa, ricevendo una somma unica, il cosiddetto zainetto. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che la liquidazione unica avesse estinto il diritto alla pensione mensile. La Cassazione ha confermato questo principio: dopo la liquidazione non spettano più i ratei mensili rivalutati. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso di un singolo lavoratore. La Corte d'Appello aveva infatti annullato erroneamente anche i suoi crediti precedenti al 2009, violando il giudicato interno, poiché la banca non li aveva contestati in appello. La causa è stata rinviata per ricalcolare la sua posizione.
Continua »
Finto appalto estero e somministrazione illecita di manodopera
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda italiana, confermando la sussistenza di una somministrazione illecita di manodopera mascherata da appalto internazionale con ditte estere. I lavoratori stranieri erano inseriti stabilmente nel ciclo produttivo dell'azienda italiana e diretti dai suoi capiturno, senza alcun reale apporto organizzativo o rischio d'impresa da parte dei fornitori esteri. La Corte ha qualificato la condotta come evasione contributiva, poiché l'omessa denuncia dei rapporti di lavoro all'INPS fa presumere l'intento fraudolento di occultamento, non superato dalla mera richiesta di autorizzazione al distacco. Di conseguenza, l'azienda è stata condannata al pagamento dei contributi evasi, delle sanzioni e delle spese di giudizio in favore di INPS e INAIL.
Continua »
Rinuncia al ricorso per cassazione: chi paga le spese di lite?
Il Lavoratore ha impugnato la sentenza d'appello che escludeva alcune indennità dal calcolo del TFR. Durante il giudizio, il suo difensore ha presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, chiedendo la compensazione delle spese. L'Azienda ha preso atto della rinuncia ma non ha accettato la compensazione, chiedendo la condanna del ricorrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia al ricorso per cassazione produce effetti immediati anche senza accettazione della controparte. Tuttavia, in mancanza di accordo sulla compensazione, il rinunciante deve essere condannato al pagamento delle spese di lite. Il Lavoratore è stato quindi condannato a rifondere le spese del giudizio di legittimità in favore dell'Azienda.
Continua »
Evasione contributiva: pagare l’INPS non salva dai finti autonomi
Una società editrice televisiva è stata condannata a pagare oltre 85.000 euro all'ente previdenziale dei giornalisti per contributi omessi. Un'ispezione aveva rivelato che alcuni collaboratori autonomi svolgevano in realtà mansioni di giornalismo subordinato. La società si era difesa sostenendo di aver versato in buona fede i contributi all'INPS e chiedendo l'applicazione di sanzioni ridotte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'omessa o infedele denuncia dei rapporti di lavoro configura una vera e propria evasione contributiva e non una semplice omissione. L'ente dei giornalisti gode infatti di autonomia sanzionatoria e il versamento a un ente diverso non libera il datore di lavoro se manca la prova della buona fede.
Continua »
Indennità ex fissa: fondo vuoto, l’ente gestore non paga
Un giornalista ha richiesto il pagamento dell'indennità ex fissa al Fondo Integrativo gestito dall'ente previdenziale di categoria. I giudici di merito hanno accolto l'opposizione dell'ente gestore, rilevando che quest'ultimo non ha un'obbligazione propria verso l'iscritto e che il Fondo era privo di liquidità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. La Corte ha chiarito che il Fondo costituisce un centro autonomo di imputazione giuridica e che l'ente gestore agisce come mero delegato al pagamento (adiectus solutionis causa). Di conseguenza, l'ente non risponde con il proprio patrimonio dei debiti del Fondo, specialmente in caso di accertata illiquidità dello stesso, operando il sistema a ripartizione.
Continua »
Rinuncia al ricorso: l’accordo che chiude la lite sui contributi
Un'importante agenzia di stampa ha impugnato un decreto ingiuntivo dell'ente previdenziale dei giornalisti, che richiedeva oltre 169.000 euro per contributi non versati a cinque collaboratori, ritenuti in realtà lavoratori subordinati. Dopo le decisioni sfavorevoli nei primi due gradi di giudizio, l'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione finale, l'azienda ha aderito a una sanatoria ministeriale per regolarizzare il debito contributivo. Di conseguenza, ha presentato formale rinuncia al ricorso, accettata dall'ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia con l'accordo delle parti anche sulle spese legali.
Continua »
Incentivo all’esodo senza contributi: la Cassazione dà ragione alle aziende
Un ente previdenziale ha richiesto il pagamento di contributi su somme versate da una società editrice a sette giornalisti in sede di conciliazione. La Corte d'Appello ha stabilito che tali somme costituivano un incentivo all'esodo per favorire la cessazione volontaria del rapporto di lavoro, escludendone la natura retributiva e l'obbligo contributivo. L'ente previdenziale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che parte delle somme integrasse il TFR o servisse a prevenire liti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la qualificazione delle somme come incentivo all'esodo spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Di conseguenza, la società editrice non deve pagare i contributi richiesti.
Continua »
Contributi previdenziali giornalisti: finti autonomi, veri debiti
Una società editrice ha impugnato la richiesta di pagamento dell'ente previdenziale per omessi contributi previdenziali giornalisti. L'ente contestava la natura autonoma del rapporto di tre giornalisti, considerandoli invece dipendenti, e richiedeva i contributi sulle spese di rappresentanza e sull'affitto pagati al direttore. La Corte d'Appello ha confermato la natura subordinata del rapporto dei giornalisti, basandosi su contatti quotidiani e inserimento stabile in redazione, e ha respinto le tesi della società sulle spese del direttore per mancanza di prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione precedente e condannando la società al pagamento delle spese processuali. Vince l'ente previdenziale.
Continua »
Lavoro giornalistico subordinato: marketing o ufficio stampa?
L'Azienda ha impugnato l'accertamento dell'Ente Previdenziale che qualificava come lavoro giornalistico subordinato l'attività di tre dipendenti, addetti alla redazione di comunicati, rassegne stampa e relazioni con i media. L'Azienda sosteneva si trattasse di semplice marketing e contestava vizi formali del verbale ispettivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'attività svolta era di natura giornalistica e che la subordinazione, seppur attenuata dalla creatività tipica della professione, era dimostrata dall'inserimento stabile dei lavoratori nell'organizzazione aziendale. Di conseguenza, sussiste l'obbligo di iscrizione e versamento dei contributi previdenziali all'Ente Previdenziale, a prescindere dall'inquadramento formale o dal contratto collettivo applicato.
Continua »
Cumulo pensione e reddito da lavoro: stop ai divieti dell’ente
Il Pensionato, un giornalista professionista, ha contestato le trattenute effettuate dall'Ente Previdenziale sulla sua pensione a partire dal 2016. L'ente applicava un divieto assoluto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro, previsto dal proprio regolamento interno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che all'ente previdenziale dei giornalisti, in quanto gestore di una previdenza sostitutiva dell'assicurazione generale obbligatoria, si applica la stessa disciplina di totale cumulabilità prevista per la generalità dei lavoratori dipendenti (INPS). Di conseguenza, il divieto regolamentare interno deve essere disapplicato.
Continua »
Cumulo tra pensione e reddito da lavoro: vince il giornalista
Un giornalista in pensione ha contestato le trattenute effettuate sul suo trattamento pensionistico dall'ente previdenziale di categoria, che applicava un divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che all'ente previdenziale dei giornalisti si applica la stessa disciplina di liberalizzazione prevista per l'assicurazione generale obbligatoria. Di conseguenza, l'ente non può imporre limiti più severi rispetto a quelli statali. La Suprema Corte ha quindi sancito la disapplicazione del regolamento interno dell'ente che vietava il cumulo tra pensione e reddito da lavoro, rinviando la causa alla Corte d'appello per ricalcolare le somme spettanti al lavoratore.
Continua »
Indennità di mobilità in deroga: ricorso errato e diritto perso
Un lavoratore ha richiesto il pagamento dell'indennità di mobilità in deroga. La Corte d'Appello ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, poiché mancava il decreto di autorizzazione della Regione con il nome del lavoratore. Senza tale atto, il lavoratore vanta solo un interesse legittimo e deve rivolgersi al giudice amministrativo. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente ha infatti copiato integralmente tutti gli atti precedenti senza fare una sintesi chiara dei fatti, violando le regole processuali. Inoltre, non ha contestato validamente la decisione sulla giurisdizione. Il lavoratore perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali.
Continua »
Mobilità in deroga: l’INPS deve pagare anche senza decreto
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di una lavoratrice a ricevere l'indennità di mobilità in deroga per gli anni 2010 e 2011. L'Ente Previdenziale si era opposto, sostenendo che spettasse alla Regione Lazio pagare o partecipare al giudizio e contestando la mancanza del decreto formale di autorizzazione. I giudici hanno chiarito che, una volta emessa l'autorizzazione regionale, il lavoratore vanta un vero e proprio diritto soggettivo direttamente nei confronti dell'Ente Previdenziale, senza necessità di coinvolgere la Regione nel processo. Inoltre, l'esistenza dell'autorizzazione può essere dimostrata anche indirettamente attraverso elementi concreti come la partecipazione a corsi di formazione, accordi sindacali e successive proroghe del beneficio. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso dell'Ente Previdenziale, confermando la condanna al pagamento.
Continua »
Interessi su arretrati pensione: la burocrazia lenta paga
Un lavoratore ha maturato i requisiti pensionistici nel 1998, ma l'Ente Previdenziale ha liquidato la prestazione solo nel 2009. L'Ente ha pagato gli arretrati ma ha negato gli interessi su arretrati pensione, sostenendo che il ritardo dipendesse dal tardivo versamento dei contributi da parte del datore di lavoro. Il Tribunale ha accertato che il ritardo era invece dovuto alla lentezza dell'Ente nel rilasciare l'autorizzazione ai versamenti volontari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente, confermando che, in caso di ritardo nell'autorizzazione, i pagamenti eseguiti subito dopo hanno efficacia retroattiva. L'Ente è stato condannato a pagare gli interessi e le spese di giudizio.
Continua »
Pensione in capitale: addio alla perequazione aziendale
Un gruppo di ex dipendenti bancari, dopo aver accettato la capitalizzazione della propria pensione integrativa in un'unica soluzione (una tantum), ha richiesto il pagamento della perequazione aziendale per i periodi successivi al riscatto. La Corte d'Appello aveva accolto la domanda dei pensionati, ritenendo che non vi fosse stata una rinuncia esplicita. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della Banca. I giudici di legittimità hanno stabilito che il riscatto in capitale estingue l'intera prestazione pensionistica periodica e, di conseguenza, fa venir meno anche il diritto alla perequazione aziendale per il futuro, trattandosi di un elemento accessorio indissolubilmente legato alla prestazione principale ormai estinta. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
Continua »
Previdenza complementare: il pensionato perde contro la banca
Un pensionato ha richiesto a una banca il pagamento delle differenze tra la pensione di invalidità e il trattamento pensionistico ricevuto. La banca ha opposto in compensazione un proprio credito maggiore. La Corte d'Appello ha respinto la domanda del pensionato, rilevando che per un periodo il credito era inesistente per un precedente giudicato, e per il periodo successivo il pensionato aveva già ottenuto la liquidazione anticipata della quota di previdenza complementare (il cosiddetto zainetto). La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del pensionato, confermando che i conteggi di parte non costituiscono fatti storici omessi ma semplici argomentazioni difensive e che il ricorso difettava di autosufficienza. Il pensionato perde la causa ed è condannato a pagare le spese di giudizio.
Continua »
Pensione di anzianità: no alla retrodatazione senza domanda valida
Un professionista ha chiesto alla propria Cassa previdenziale l'erogazione della pensione di anzianità a partire da domande presentate tra il 1998 e il 2004, oltre al risarcimento danni. La Cassa ha invece liquidato la pensione di vecchiaia solo dal 2009, applicando criteri di calcolo meno favorevoli introdotti da riforme successive. Sia il Tribunale che la Corte d'appello hanno respinto le richieste del professionista, ritenendo che non vi fossero domande valide prima del 2002, come già accertato da una precedente sentenza definitiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore per la presenza di una "doppia conforme" e perché il ricorrente ha riproposto le stesse difese di merito senza evidenziare vizi di legittimità specifici, confermando la legittimità dell'operato della Cassa.
Continua »
Capitalizzazione della pensione integrativa: addio rivalutazione
Alcuni ex dipendenti bancari, dopo aver ottenuto per via giudiziaria il diritto alla perequazione aziendale sulla loro pensione, hanno scelto la capitalizzazione della pensione integrativa, ricevendo una somma unica a saldo e stralcio. Successivamente, hanno chiesto il pagamento delle rivalutazioni anche per il periodo successivo alla liquidazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei pensionati. I giudici hanno stabilito che la capitalizzazione della pensione integrativa estingue definitivamente il rapporto previdenziale principale. Di conseguenza, cessano anche tutti i diritti accessori, come la perequazione aziendale. L'adeguamento all'inflazione non può sopravvivere in modo autonomo se la pensione stessa è stata già liquidata e interamente pagata in un'unica soluzione. Vince l'istituto di credito.
Continua »
Competenza territoriale nel rito del lavoro: Parma vince su Barletta
Un informatore scientifico ha impugnato il proprio licenziamento davanti al Tribunale di Trani. L'Azienda ha eccepito l'incompetenza territoriale, indicando come competente il Tribunale di Parma, sede legale della società e luogo di stipula del contratto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua assegnazione alla sede di Barletta radicasse la competenza in Puglia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la competenza del Tribunale di Parma. I giudici hanno chiarito che la competenza territoriale nel rito del lavoro non si determina in base al mero luogo di svolgimento della prestazione, ma richiede una vera dipendenza aziendale, ossia un nucleo organizzato di beni aziendali, assente nel caso di specie.
Continua »
Accertamento lavoro subordinato: datore perde per vizio formale
Un lavoratore ha agito in giudizio per ottenere l'accertamento lavoro subordinato come barista a tempo pieno e indeterminato. La Corte d'Appello ha riconosciuto il rapporto di lavoro, inquadrando le mansioni nel V livello del CCNL Pubblici Servizi e riducendo le differenze retributive dovute dal datore di lavoro a circa 18.000 euro. Il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del principio del contraddittorio per la mancata comunicazione di un'ordinanza di rinvio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di autosufficienza, non avendo la ricorrente allegato i verbali delle udienze. Inoltre, nel rito del lavoro, le ordinanze lette in udienza si considerano legalmente conosciute dalle parti, escludendo ogni violazione del diritto di difesa. Il datore di lavoro perde la causa e deve pagare le spese processuali.
Continua »