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Sezione Lavoro Civile — Anno 2023

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Indennità di mobilità: lavoro autonomo non comunicato costa caro
Il Lavoratore ha impugnato la decisione che lo obbligava a restituire all'Ente Previdenziale le somme ricevute come indennità di mobilità tra il 2006 e il 2009. La revoca del beneficio era dovuta alla mancata comunicazione, entro cinque giorni, dell'inizio di una collaborazione autonoma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che l'obbligo di comunicazione preventiva è assoluto. Anche se il nuovo lavoro autonomo rientra nei limiti di reddito ed è teoricamente compatibile, il beneficiario deve informare tempestivamente l'ente pubblico. Questo adempimento permette il controllo sull'effettiva spettanza dei sussidi e contrasta il lavoro nero. Di conseguenza, il Lavoratore perde definitivamente il diritto all'indennità di mobilità per quel periodo e deve restituire l'intero importo percepito.
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Indebito previdenziale: il lavoratore deve restituire la mobilità
Il Lavoratore ottiene una sentenza che dichiara la nullità del termine apposto ai suoi contratti di lavoro, ricostituendo retroattivamente il rapporto a tempo indeterminato con L'Azienda e disponendo un risarcimento. Durante il periodo intermedio, egli aveva percepito l'indennità di mobilità dall'INPS. L'ente previdenziale ne chiede la restituzione, sostenendo che la ricostituzione retroattiva del rapporto escluda lo stato di disoccupazione. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'INPS, stabilendo che la retroattività del rapporto di lavoro fa venir meno il requisito della disoccupazione. Di conseguenza, l'indennità ricevuta configura un indebito previdenziale ed è interamente ripetibile dall'ente previdenziale ai sensi dell'articolo 2033 del codice civile, poiché le somme risarcitorie e previdenziali operano su piani giuridici differenti.
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Imponibile contributivo: indennità da terzi escluse dal TFR
Alcuni dipendenti di un istituto bancario, impiegati presso lo sportello interno alla Camera dei Deputati, hanno chiesto di includere le indennità corrisposte da quest'ultima nell'imponibile contributivo e nel calcolo del TFR. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando che tali somme non rientrano nell'imponibile contributivo. La Corte ha chiarito che l'imponibilità fiscale non coincide automaticamente con quella previdenziale. Le indennità erogate da un soggetto terzo (la Camera dei Deputati) non hanno causa diretta nel rapporto di lavoro con la banca, ma costituiscono un'obbligazione esterna. Di conseguenza, non fanno parte della retribuzione utile per i contributi e per la liquidazione. La banca, essendosi costituita in ritardo, non ha ottenuto il rimborso delle spese di lite.
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Riscatto della posizione previdenziale: lavoratore batte banca
Un ex dipendente bancario, dopo il pensionamento, ha richiesto la liquidazione del proprio capitale previdenziale accumulato in un vecchio fondo aziendale. L'Azienda si è opposta, sostenendo che la natura collettiva del fondo impedisse il calcolo e la liquidazione di una quota individuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando il diritto del lavoratore al riscatto della posizione previdenziale. I giudici hanno stabilito che la facoltà di riscatto e portabilità costituisce un principio generale e inderogabile, applicabile anche ai fondi pensione più antichi o strutturati su base collettiva, purché sia possibile determinare il valore della posizione individuale tramite i contributi versati e i rendimenti. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a pagare la somma spettante al pensionato.
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Capitalizzazione della pensione integrativa: addio alla perequazione
Alcuni ex dipendenti di un istituto di credito, dopo aver scelto la capitalizzazione della pensione integrativa ricevendo una somma unica a saldo e stralcio, hanno richiesto il pagamento della perequazione aziendale (l'adeguamento all'inflazione) per un periodo successivo. La Corte d'Appello aveva accolto la domanda dei pensionati. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca, stabilendo che la capitalizzazione della pensione integrativa estingue l'intero rapporto previdenziale complementare. Di conseguenza, si estinguono anche tutti i diritti accessori, inclusa la perequazione aziendale. Non è possibile pretendere l'adeguamento di una pensione che ha cessato di esistere come prestazione periodica. La causa è stata rinviata per una nuova decisione.
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Pensione o indennità di mobilità: la Cassazione nega la scelta
Un ex ufficiale di Marina, titolare di pensione di anzianità, ha richiesto l'indennità di mobilità offrendosi di rinunciare temporaneamente alla pensione. L'ente previdenziale ha negato la prestazione e la Corte d'Appello ha confermato il rifiuto. La Corte di Cassazione ha rigettato definitivamente il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'indennità di mobilità è assolutamente incompatibile con i trattamenti pensionistici di anzianità. La legge riconosce la facoltà di opzione tra i due trattamenti esclusivamente ai titolari di pensione di invalidità, a causa della loro condizione di maggiore bisogno economico. Per chi percepisce una pensione di anzianità non esiste alcuna possibilità di scelta o rinuncia a favore del sussidio. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Capitalizzazione della pensione integrativa: addio alla perequazione
Alcuni ex dipendenti di un istituto bancario, titolari di una pensione integrativa, hanno scelto di convertire l'assegno mensile in un unico pagamento in capitale (cosiddetta capitalizzazione della pensione integrativa). Successivamente, hanno richiesto alla banca il pagamento della rivalutazione monetaria aziendale (perequazione) per il periodo successivo alla liquidazione della somma unica. La Corte d'Appello aveva accolto la loro domanda. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca, stabilendo che l'accettazione del pagamento in un'unica soluzione estingue definitivamente sia la pensione mensile sia tutti i suoi accessori futuri, inclusa la perequazione aziendale. La causa è stata quindi rinviata per una nuova decisione.
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Indennità di mobilità: la richiesta dopo 13 anni è fuori tempo
Una lavoratrice ha richiesto l'indennità di mobilità tredici anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro, avvenuta nel 2003. L'INPS e i giudici di merito hanno respinto la domanda per il superamento del termine di decadenza di sessanta giorni previsto dalla legge. La lavoratrice ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il termine non potesse decorrere prima della conversione giudiziale del suo contratto di formazione in rapporto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il termine di sessanta giorni dalla fine del rapporto di lavoro per richiedere l'indennità di mobilità è tassativo. L'omissione comporta la perdita definitiva del diritto, salvo casi di forza maggiore, non ravvisabili nella pendenza di una causa di conversione del contratto.
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Indebito previdenziale: il lavoratore vince contro l’INPS
L'Istituto Previdenziale ha richiesto a un lavoratore la restituzione di oltre settemila euro per un presunto indebito previdenziale, sostenendo che l'indennità di mobilità mensile fosse incompatibile con l'attività di artigiano avviata dal beneficiario. Il lavoratore si è difeso dimostrando di aver avviato un'attività autonoma, il che gli dava diritto all'anticipazione dell'indennità stessa. L'ente pubblico ha eccepito la decadenza del diritto a richiedere l'anticipazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito: la decadenza impedisce di chiedere somme aggiuntive, ma non vieta al lavoratore di trattenere quanto già ricevuto, poiché la causa del pagamento era legittima. Il ricorso dell'ente è stato dichiarato inammissibile, confermando l'inesistenza dell'indebito.
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Contrattazione integrativa: medici perdono l’assegno ad personam
Un gruppo di dirigenti medici ha fatto causa all'Azienda Sanitaria per contestare la revoca di un assegno ad personam concesso tramite accordo aziendale. L'Azienda Sanitaria ha interrotto i pagamenti e chiesto la restituzione delle somme, ritenendo l'accordo nullo per violazione dei limiti di spesa nazionali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei medici, confermando che la contrattazione integrativa nel pubblico impiego non può riconoscere trattamenti economici aggiuntivi non previsti dal contratto collettivo nazionale. Di conseguenza, le clausole difformi sono nulle e travolgono anche i contratti individuali, legittimando il recupero delle somme indebitamente percepite, salvo la possibilità di chiedere una rateizzazione in base ai principi di correttezza e buona fede.
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Ripetizione di indebito: sì al recupero ma con rate umane
Un docente, trasferito da un ministero all'altro, riceve per dieci anni un assegno personale provvisorio. Successivamente, l'amministrazione ricalcola la carriera e richiede la restituzione di oltre 34.000 euro per somme pagate in eccesso, avviando trattenute mensili sullo stipendio. Il lavoratore contesta la richiesta e l'esattezza dei calcoli. La Cassazione rigetta il ricorso del dipendente confermando la legittimità della ripetizione di indebito. La Corte chiarisce che l'affidamento incolpevole del lavoratore non cancella il debito, ma impone all'amministrazione l'obbligo di concedere una rateizzazione dignitosa del recupero. Poiché lo Stato aveva già dilazionato il debito in quindici anni e l'importo richiesto era persino inferiore a quello effettivamente dovuto, il recupero è pienamente legittimo.
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Licenziamento disciplinare per il vigile che indaga sui colleghi
Un agente di polizia municipale ha ricevuto un licenziamento disciplinare per aver svolto indagini autonome e non autorizzate nei confronti del Sindaco e di alcuni colleghi, basandosi solo su voci di corridoio. Invece di segnalare subito la presunta notizia di reato alla Procura della Repubblica, come previsto dalla legge, l'agente ha interrogato i colleghi di propria iniziativa. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, respingendo il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il dovere primario della polizia giudiziaria è informare tempestivamente il pubblico ministero, senza avviare indagini private che rischiano di essere usate per regolare conti interni all'ente pubblico. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Indennità di mobilità: la Cassazione blocca i soci di cooperative
Una socia lavoratrice di una cooperativa di vigilanza ha richiesto l'indennità di mobilità per il periodo tra il 2015 e il 2016. L'INPS si è opposto, sostenendo che tale tutela non spettasse ai soci di cooperative disciplinate dal d.P.R. n. 602/1970. La Corte d'Appello aveva dato ragione alla lavoratrice, ritenendo che la Legge Fornero avesse esteso il beneficio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, chiarendo che la riforma del 2012 ha esteso a questi lavoratori solo l'Assicurazione Sociale per l'Impiego (ASPI) e non l'indennità di mobilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e rigettato la domanda originaria della lavoratrice, escludendo il diritto al beneficio.
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Indennità di mobilità: l’INPS contesta tardi e perde il ricorso
Una lavoratrice, licenziata a seguito di una procedura collettiva da una società di riscossione, ha richiesto l'indennità di mobilità. L'ente previdenziale ha negato la prestazione, sostenendo che l'azienda non rientrasse tra quelle tenute al versamento dei relativi contributi. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno accolto la domanda della lavoratrice, rilevando che l'ente non avesse tempestivamente contestato i requisiti dell'azienda nel primo grado di giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici di legittimità hanno confermato che la mancata contestazione specifica rende i fatti non più discutibili nei gradi successivi, specialmente in presenza di due decisioni di merito identiche. Di conseguenza, la lavoratrice ha ottenuto definitivamente il diritto a percepire l'indennità di mobilità, mentre l'ente pubblico è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Decadenza dall’indennità di mobilità: ricorso perso per un vizio
Un lavoratore ha perso il diritto al sostegno economico a causa della decadenza dall'indennità di mobilità. L'INPS ha contestato il mancato rispetto dell'obbligo di comunicare al Centro per l'Impiego l'assunzione presso una nuova ditta entro cinque giorni dall'inizio del rapporto. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente previdenziale. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. Il ricorrente non ha infatti rispettato il principio di autosufficienza, omettendo di trascrivere o indicare con precisione i documenti che provavano l'avvenuta comunicazione dell'assunzione. Di conseguenza, il lavoratore perde definitivamente la causa, confermando la revoca del beneficio economico.
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Qualifica professionale dei giornalisti: l’editore perde la causa
L'Ente Previdenziale dei Giornalisti ha richiesto a un'Agenzia di Stampa il pagamento di oltre 42.000 euro per contributi omessi. La contestazione riguardava la corretta qualifica professionale dei giornalisti: l'agenzia li considerava semplici corrispondenti locali, mentre i giudici di merito li hanno qualificati come redattori e collaboratori coordinati e continuativi, data la continuità e la rilevanza nazionale delle notizie trattate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Agenzia di Stampa. La Suprema Corte ha stabilito che la qualifica professionale dei giornalisti e l'accertamento della natura del rapporto di lavoro spettano esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, l'Agenzia di Stampa perde la causa e deve versare i contributi previdenziali richiesti, oltre alle spese legali.
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Esposizione qualificata ad amianto: negati i benefici
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento dei contributi figurativi per una presunta esposizione qualificata ad amianto durata oltre dieci anni durante la sua attività in uno stabilimento chimico. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, rilevando che l'esposizione era solo sporadica, passiva e di breve durata, e che la consulenza tecnica si basava su mere congetture. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una cattiva valutazione delle prove. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice di merito ha il potere esclusivo di valutare le prove e che la Cassazione non può riesaminare i fatti. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Contratto autonomo o subordinazione attenuata? Vince l’INPGI
Una società editrice ha contestato la richiesta di oltre 270.000 euro di contributi previdenziali da parte dell'ente di previdenza dei giornalisti. L'ente riteneva che sei collaboratori, formalmente autonomi, fossero in realtà dipendenti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso dell'editore. La Corte ha chiarito che, nel lavoro giornalistico, si applica il concetto di subordinazione attenuata. Questa si riscontra quando il lavoratore è inserito stabilmente nella redazione, riceve una retribuzione fissa mensile e usa i beni aziendali, a prescindere dall'assenza di un orario rigido o dalla definizione formale del contratto. Vince l'ente previdenziale: l'editore deve pagare i contributi e le spese di giudizio.
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Iscrizione gestione commercianti: l’albo vince sull’occasionalità
Un promotore finanziario ha impugnato una cartella esattoriale con cui l'INPS richiedeva il pagamento di contributi previdenziali. La Corte d'Appello ha ritenuto legittima la pretesa dell'ente previdenziale, confermando l'obbligo di iscrizione alla gestione commercianti per chi esercita tale attività professionale, senza necessità di verificare ulteriormente i requisiti di abitualità e prevalenza. Il professionista ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'occasionalità della sua attività e contestando la ripartizione dell'onere della prova. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'iscrizione gestione commercianti è obbligatoria per i promotori finanziari iscritti all'albo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Contratto a progetto nullo: il nuovo ente deve riassumere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un consorzio subentrante contro la decisione che lo obbligava a riassumere una dipendente. Originariamente, la lavoratrice era stata impiegata con un illegittimo contratto a progetto da un consorzio poi soppresso. Il Tribunale aveva disposto la conversione del rapporto in un impiego a tempo indeterminato. Successivamente, a seguito della soppressione del datore di lavoro originario e del trasferimento delle sue attività al nuovo ente, la Corte d'Appello ha applicato le regole sul trasferimento d'azienda. Di conseguenza, ha ordinato al consorzio subentrante di riammettere in servizio la lavoratrice. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la mancanza di un progetto specifico determina la conversione automatica del rapporto e che il subentrante eredita l'obbligo di riassunzione.
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