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D.P.R. 917/1986 — Anno 2022

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Altri anni per D.P.R. 917/1986

Rinuncia al trattamento di fine mandato: si paga senza incasso
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento IRPEF nei confronti di un Amministratore-Socio che aveva dichiarato la rinuncia al trattamento di fine mandato accantonato a suo favore da una società. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ritenendo che non vi fosse stato un incasso reale e che la tassazione non potesse colpire una capacità contributiva virtuale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la rinuncia al trattamento di fine mandato da parte del socio costituisce un incasso giuridico. Tale rinuncia, infatti, equivale a una disposizione del credito volta a patrimonializzare la società, aumentandone il valore delle quote. Di conseguenza, la somma deve essere tassata in capo al socio rinunciatario e la società deve applicare la relativa ritenuta alla fonte.
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Presunzione di maggior reddito: l’impianto regalato costa caro
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un ex socio una presunzione di maggior reddito non dichiarata. La contestazione nasce dalla rinuncia, da parte della società, a un impianto industriale del valore di oltre 1,5 milioni di euro a favore del socio stesso. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione al contribuente, basandosi su una precedente sentenza riguardante la regolarità del contratto di superficie. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che, di fronte alla presunzione di legge sull'attribuzione di una maggiore ricchezza derivante dalla rinuncia all'impianto, il contribuente non ha fornito alcuna prova contraria per superarla. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame del merito e della ripartizione dell'onere della prova.
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Canoni di locazione non percepiti: tasse dovute anche senza incasso
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un contribuente l'omessa dichiarazione di canoni di locazione relativi a un immobile commerciale. Il contribuente si difendeva sostenendo che, per accordo contrattuale, l'inquilino non aveva pagato il canone del primo anno in cambio dell'esecuzione di lavori di ristrutturazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per gli immobili commerciali i canoni di locazione non percepiti concorrono comunque a formare il reddito imponibile del proprietario. La legge prevede infatti che la tassazione avvenga in base alla semplice titolarità del diritto reale e all'esistenza del contratto, a prescindere dall'effettivo incasso, a meno che non intervenga la risoluzione del contratto o uno sfratto. Di conseguenza, il proprietario deve pagare le imposte anche sui canoni non riscossi.
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Presunzione di onerosità del mutuo: bilancio batte il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento contro una società e i suoi soci per il recupero di imposte non dichiarate nel 2008. Tra i rilievi, il Fisco contestava la gratuità di alcuni finanziamenti concessi dalla società al socio, invocando la presunzione di onerosità del mutuo. La società ha dimostrato che il prestito era gratuito poiché compensato dall'uso gratuito di immobili del socio. Una socia ha invece aderito alla definizione agevolata (pace fiscale). La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo per la socia e ha rigettato il ricorso del Fisco contro la società e l'altro socio. I giudici hanno stabilito che il contribuente può superare la presunzione di onerosità del mutuo dimostrando la gratuità del prestito tramite la contabilità aziendale, confermando la legittimità dello scambio di utilità senza interessi.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: sì alla deduzione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'acquisto di un'autovettura tramite fattura per operazioni soggettivamente inesistenti, ritenendola parte di una frode carosello. L'ufficio ha quindi recuperato l'IVA e negato la deducibilità dei costi ai fini IRES e IRAP. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che i costi sono deducibili se i beni sono reali e inerenti all'attività d'impresa. La partecipazione o la consapevolezza della frode da parte dell'acquirente impedisce la detrazione dell'IVA, ma non incide sulla deducibilità dei costi reali per le imposte dirette, a meno che i beni non siano stati usati direttamente per commettere un delitto non colposo.
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Socio s.r.l.: utili esclusi dalla base imponibile contributiva
L'INPS ha richiesto a un socio fondatore e amministratore di una società a responsabilità limitata il pagamento dei contributi previdenziali sui redditi percepiti, sostenendo che tali somme dovessero rientrare nella base imponibile contributiva. Il socio non svolgeva alcuna attività lavorativa all'interno della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che i redditi derivanti dalla sola partecipazione al capitale sociale costituiscono redditi di capitale e non di impresa. Di conseguenza, tali somme non possono essere incluse nella base imponibile contributiva per la gestione commercianti. La qualificazione fiscale di questi redditi come lavoro autonomo costituisce una finzione giuridica valida solo ai fini delle tasse, senza alcun effetto sugli obblighi previdenziali. L'INPS è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio.
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Tassazione per trasparenza: niente sconti per le società estere
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento nei confronti di una società italiana per il recupero di maggiore IRES. La contestazione riguardava l'aliquota applicabile ai redditi di una controllata estera situata in un paradiso fiscale, imputati alla controllante italiana tramite la tassazione per trasparenza. La società italiana, non avendo prodotto redditi propri nell'anno di riferimento, pretendeva di applicare l'aliquota minima agevolata del 27%. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, in assenza di un'aliquota media calcolabile per la controllante, si applica l'aliquota ordinaria del 27,5% e non quella minima. Di conseguenza, la cartella di pagamento è stata dichiarata valida e la società è stata condannata a pagare le imposte dovute e le spese legali.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: il Fisco perde in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di intermediazione la deduzione di costi e la detrazione IVA, ipotizzando operazioni oggettivamente inesistenti e un ruolo di interposizione fittizia. La Commissione Tributaria Regionale ha invece accertato la reale esistenza delle prestazioni e la regolarità dei contratti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che spetta all'Amministrazione Finanziaria l'onere di provare l'inesistenza delle operazioni con elementi indiziari precisi. Poiché il giudice di merito ha ritenuto provata l'effettiva attività di intermediazione, la Cassazione non può riesaminare i fatti. Vince la società contribuente.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: il Fisco perde la prova
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'indebita deduzione di costi e detrazione IVA, ipotizzando un'interposizione fittizia nell'acquisto di spazi pubblicitari e contestando operazioni oggettivamente inesistenti. La Commissione Tributaria Regionale ha invece accertato l'effettiva realtà delle transazioni commerciali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che l'Amministrazione finanziaria ha l'onere di provare l'inesistenza delle operazioni attraverso indizi precisi e concordanti. Poiché i giudici di merito hanno accertato la reale attività di intermediazione svolta dalla società, la Cassazione non può riesaminare i fatti. Di conseguenza, la società vince definitivamente la causa e mantiene il diritto a dedurre i costi e detrarre l'IVA.
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Inerenza dei costi infragruppo: perché il consolidato non salva
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società controllata la deduzione di costi per servizi amministrativi forniti dalla holding capogruppo, ritenendo non provata l'inerenza dei costi infragruppo ripartiti con criterio proporzionale. La società si è difesa sostenendo la legittimità della ripartizione e l'adesione al consolidato fiscale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando che l'adesione al consolidato non rileva ai fini IVA e IRAP, imposte che restano individuali. Inoltre, la Corte ha stabilito che spetta sempre al contribuente dimostrare l'inerenza dei costi infragruppo e la loro coerenza economica. Costi sproporzionati rispetto al valore normale possono indicare un comportamento antieconomico, legittimando il recupero fiscale.
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Inerenza dei costi infragruppo: fisco batte multinazionale
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una società italiana, contestando la deducibilità di costi per servizi e la detrazione dell'IVA. Le contestazioni riguardavano l'inerenza dei costi infragruppo addebitati dalle consociate estere e la corretta competenza temporale delle provvigioni degli agenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità del recupero fiscale. I giudici hanno stabilito che spetta al giudice di merito valutare le prove sull'inerenza dei costi infragruppo e che la Cassazione non può riesaminare i fatti se la motivazione della sentenza precedente è logica e completa. Di conseguenza, la società perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Inerenza dei costi deducibili: fattura non basta contro il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di calzature la deduzione di diverse spese, tra cui costi per alberghi e ristoranti, ritenendo non dimostrata l'inerenza dei costi deducibili. Ha inoltre ricalcolato l'agevolazione Dual Income Tax e contestato la mancata capitalizzazione di alcune spese di manutenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che l'accertamento parziale basato sulle segnalazioni della Guardia di Finanza è pienamente valido. Inoltre, spetta sempre al contribuente dimostrare l'effettiva inerenza dei costi deducibili con documenti di supporto, non bastando la sola esibizione delle fatture. Infine, per il calcolo dell'agevolazione Dual Income Tax, il moltiplicatore si applica solo dopo aver sottratto l'incremento dei valori mobiliari. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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Capitalizzazione dei costi di start-up: il Fisco perde in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'azienda la capitalizzazione dei costi di start-up e formazione del personale sostenuti per ristrutturare la propria attività portuale, ritenendoli semplici costi di periodo indeducibili. L'Azienda ha difeso la legittimità dell'operazione, evidenziando il piano di rilancio industriale per superare una grave crisi competitiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che la capitalizzazione dei costi di start-up è legittima quando le spese di formazione e riorganizzazione sono inserite in un piano straordinario di ristrutturazione aziendale volto a generare benefici futuri. Di conseguenza, anche la detrazione dell'Iva sulle relative prestazioni è stata ritenuta valida.
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Accertamento fiscale: vendite sotto costo e prove ignorate
Un commerciante all'ingrosso di prodotti farmaceutici ha impugnato un accertamento fiscale relativo a Irpef, Iva e Irap. L'Amministrazione contestava vendite sotto costo, la mancata prova di donazioni a enti benefici e l'errata imputazione temporale di un costo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che la motivazione dei giudici d'appello sulla vendita sotto costo era solo apparente e non analizzava le difese del commerciante. Inoltre, i giudici di merito hanno omesso di esaminare documenti decisivi sulle donazioni e hanno applicato erroneamente le regole dell'Iva anziché quelle delle imposte dirette per stabilire la competenza temporale di un costo. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Fisco contro imprese: la definizione agevolata estingue la lite
L'Amministrazione Finanziaria aveva emesso avvisi di accertamento per l'anno 2004 nei confronti di una Società Controllata e della sua Società Controllante, legate da un regime di tassazione di gruppo. Le società hanno impugnato gli atti, ottenendo ragione nei primi gradi di giudizio. Durante la pendenza del ricorso in Cassazione, le contribuenti hanno aderito alla definizione agevolata delle controversie tributarie ai sensi del Decreto Legge 119/2018, pagando le somme dovute. La Corte di Cassazione ha preso atto del perfezionamento della sanatoria, rilevando che la definizione agevolata operata dalla controllata estende i suoi effetti benefici anche alla controllante coobbligata. Non essendo intervenuto alcun diniego dal Fisco né alcuna istanza di trattazione, la Corte ha dichiarato l'estinzione dei processi riuniti, lasciando le spese a carico di chi le ha anticipate.
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Tassazione dei redditi fondiari: paga il proprietario non chi usa
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro l'Azienda Sanitaria per recuperare a tassazione, ai fini IRES, il reddito di immobili ancora intestati ai Comuni ma in uso all'ente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che la tassazione dei redditi fondiari grava solo sul possessore titolato, ossia su chi vanta un diritto reale come la proprietà, e non sulla base della mera disponibilità materiale del bene. Poiché il trasferimento formale della proprietà dai Comuni all'Azienda Sanitaria si è perfezionato solo successivamente, l'ente non era tenuto al pagamento dell'imposta per l'anno in contestazione. L'Agenzia delle Entrate è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Vendite in prova: il Fisco accusa ma perde in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di persone l'omessa contabilizzazione di ricavi relativi a vendite in prova di attrezzature agricole, ipotizzando uno spostamento fittizio dei ricavi negli anni successivi. Sia il giudice di primo grado che quello di appello hanno annullato gli avvisi di accertamento, riscontrando la regolare tenuta delle scritture contabili e il corretto versamento dell'IVA. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Fisco. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'Agenzia non ha fornito prove concrete a supporto della propria tesi, limitandosi a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti già ampiamente accertati nei gradi precedenti. Vince la società contribuente, con condanna del Fisco al pagamento delle spese legali.
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Stabile organizzazione e wet lease: il dubbio della Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento per IRES, IRAP e IVA nei confronti di una Compagnia Aerea Straniera, sostenendo che i contratti di wet lease stipulati con vettori italiani configurassero una stabile organizzazione in Italia. I giudici di merito hanno annullato gli accertamenti, escludendo la presenza di una struttura fissa sul territorio nazionale. La Corte di Cassazione, rilevando la particolare complessità e novità della questione relativa alla qualificazione del wet lease ai fini fiscali e alla definizione di base aeronautica, ha rinviato la causa alla pubblica udienza della Sezione Tributaria per una decisione approfondita.
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Regime PEX: il valore degli immobili batte il fatturato
Una società holding ha impugnato il rifiuto dell'esenzione fiscale sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di quote di una società partecipata. La società partecipata gestiva due rami d'azienda: uno agricolo (dato in affitto) e uno dedicato a matrimoni ed eventi. I giudici di merito avevano negato l'applicazione del Regime PEX, ritenendo l'attività non commerciale basandosi solo sul fatturato del ramo agricolo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della holding. I giudici hanno stabilito che, per verificare la natura commerciale o immobiliare della società ai fini dell'esenzione, non si deve guardare al fatturato o all'attività svolta, ma al valore corrente degli immobili impiegati rispetto all'attivo patrimoniale complessivo. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Accertamento sintetico: reddito a zero e auto, vince il fisco
L'Amministrazione finanziaria ha emesso un avviso di accertamento sintetico, tramite redditometro, nei confronti di una contribuente che aveva dichiarato un reddito pari a zero per l'anno d'imposta 2006. La Commissione tributaria regionale aveva ridotto l'imponibile sottraendo il reddito lordo dichiarato e riducendo al 50% i costi di un'autovettura usata anche per scopi aziendali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione finanziaria. I giudici hanno stabilito che il confronto per la rettifica deve avvenire tra dati omogenei, ovvero tra reddito netto e non lordo, e che la deduzione dei costi dell'auto richiede l'iscrizione del veicolo nel registro dei beni ammortizzabili. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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