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D.P.R. 380/2001

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Divisione ereditaria di immobili abusivi: la Cassazione dice no
Due sorelle hanno citato in giudizio il fratello per ottenere la divisione di un compendio immobiliare ereditato dal padre. Il tribunale e la corte d'appello hanno disposto la divisione dei beni. Il fratello ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la divisione includeva immobili abusivi. La corte d'appello aveva ritenuto che la nullità per abusivismo edilizio si applicasse solo agli atti tra vivi e non alla divisione ereditaria. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la divisione ereditaria di immobili abusivi è nulla. Le Sezioni Unite hanno chiarito che il divieto di commerciabilità degli immobili abusivi si applica anche alle divisioni ereditarie giudiziali. La sentenza è stata cassata con rinvio per escludere i beni non in regola.
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Abuso edilizio storico: la Cassazione nega la tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per abuso edilizio su un immobile soggetto a vincolo storico. Il ricorrente contestava l'utilizzo delle dichiarazioni del figlio coimputato e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che le regole sui testimoni non si applicano ai coimputati e che la gravità dell'abuso edilizio va valutata anche in base ai vincoli storici e paesaggistici violati, non solo alle dimensioni dell'opera. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio: l’ordine di demolizione è sempre obbligatorio
Il Tribunale di Palermo condannava il Responsabile dell'abuso per reati edilizi, concedendo la sospensione condizionale della pena ma omettendo l'ordine di demolizione delle opere abusive. Il Procuratore Generale impugnava la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che l'ordine di demolizione è un atto dovuto e non discrezionale per il giudice in caso di condanna per reati edilizi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questa omissione, disponendo direttamente la demolizione delle opere. Ha invece respinto la richiesta di subordinare automaticamente la sospensione della pena alla demolizione, confermando che tale scelta rientra nella discrezionalità del giudice.
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Ordine di demolizione: decide il giudice, non la PA
Il Tribunale dichiarava inammissibile la richiesta di un cittadino volta a sospendere o revocare un ordine di demolizione per opere abusive, ritenendo competente la pubblica amministrazione per i problemi tecnici di esecuzione. Il cittadino ricorreva in Cassazione, sostenendo la competenza del giudice dell'esecuzione penale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'ordine di demolizione emesso dal giudice penale ha natura giurisdizionale. Di conseguenza, ogni controversia sulle modalità pratiche di esecuzione spetta al giudice dell'esecuzione e non alla pubblica amministrazione. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, trasmettendo gli atti al Tribunale affinché valuti l'effettiva impossibilità tecnica di demolire l'abuso senza danneggiare la parte lecita dell'immobile.
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Abuso d’ufficio: baracche fatiscenti salvano i funzionari
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per abuso d'ufficio inflitta al Sindaco, al Responsabile dell'Urbanistica e al Responsabile del Procedimento di un Comune. L'accusa riguardava la mancata demolizione di alcune baracche abusive. La Suprema Corte ha stabilito che il reato di abuso d'ufficio non sussiste se manca la prova di un vantaggio patrimoniale concreto per i privati e del dolo intenzionale dei pubblici ufficiali. Nel caso specifico, i manufatti erano baracche fatiscenti prive di reale valore economico. Inoltre, l'inerzia dei funzionari era giustificata dall'attesa di un nuovo piano urbanistico, escludendo così la volontà deliberata di favorire i proprietari. Gli imputati sono stati quindi assolti perché il fatto non costituisce reato.
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Prescrizione del reato urbanistico: addio alla demolizione
Il Proprietario e il Direttore dei Lavori venivano condannati per aver realizzato una sopraelevazione abusiva in cemento armato, priva di permesso di costruire e autorizzazione antisismica. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, il mancato rispetto dei termini di notifica per l'udienza di appello e contestando il calcolo della prescrizione. La Suprema Corte ha rigettato le eccezioni procedurali sulla notifica, ritenendole tardive, e ha confermato la responsabilità del Direttore dei Lavori per non aver vigilato sul cantiere. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la prescrizione del reato urbanistico era interamente maturata prima della decisione di legittimità. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna e ha revocato l'ordine di demolizione dell'immobile.
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Sequestro preventivo immobile abusivo: casa finita ma sigillata
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo immobile abusivo di un fabbricato di circa 59 mq e di un basamento in cemento armato, realizzati senza permesso di costruire in un'area sottoposta a molteplici vincoli. Il Committente aveva proseguito i lavori violando i sigilli precedentemente apposti. La difesa contestava la sussistenza del pericolo nel ritardo, sostenendo che l'opera fosse ormai ultimata e di modeste dimensioni. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo di un immobile abusivo è legittimo anche dopo il completamento dell'opera se il suo utilizzo persistente, come l'abitazione da parte del nucleo familiare del figlio dell'indagato, aggrava il carico urbanistico sul territorio.
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Distanze legali: il vicino perde la causa contro i balconi
Un proprietario ha fatto causa all'impresa costruttrice confinante, sostenendo che il nuovo edificio violasse le distanze legali. Secondo il proprietario, la distanza di 5 metri dal confine doveva essere calcolata dalla punta dei balconi sporgenti e non dal muro della casa. I giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha chiarito che il regolamento edilizio comunale può stabilire regole specifiche per i balconi. Nel caso in questione, il regolamento locale prevedeva una doppia misura: 5 metri per le pareti e 1,50 metri per i balconi. Poiché la costruzione rispettava entrambe le misure, l'edificio è stato dichiarato perfettamente in regola. Di conseguenza, il proprietario che ha avviato la causa ha perso definitivamente e non ha diritto ad alcuna demolizione o risarcimento.
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Prescrizione del reato edilizio: stop demolizione
La proprietaria di un immobile è stata condannata per abuso edilizio e violazione dei sigilli. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato edilizio, contestando il calcolo della sospensione dei termini legata all'emergenza COVID-19. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto, rilevando che la sospensione straordinaria non si applica se non vi erano udienze fissate nel periodo di blocco. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la prescrizione del reato edilizio, annullando l'ordine di demolizione e riducendo la pena per la sola violazione dei sigilli.
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Sequestro preventivo: quando il ricorso inutile costa caro
Un'azienda incaricata di costruire un'autostazione subisce il sequestro preventivo del cantiere per presunti abusi edilizi e paesaggistici. Il legale rappresentante chiede la restituzione dell'area, sostenendo l'inesistenza del vincolo paesaggistico. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, poiché la sussistenza dell'abuso edilizio era già stata accertata in precedenza senza nuovi elementi contrari, il cantiere sarebbe rimasto comunque sigillato. Di conseguenza, l'azienda non ha un interesse concreto e attuale a contestare il solo vincolo paesaggistico, poiché non otterrebbe comunque la restituzione del bene. Il ricorso viene rigettato con condanna alle spese.
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Condono edilizio illegittimo: demolizione confermata dai giudici
I proprietari di un immobile abusivo hanno chiesto la revoca di un ordine di demolizione presentando un permesso di costruire in sanatoria ottenuto dal Comune. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo che il manufatto non fosse ultimato entro la scadenza di legge del 31 dicembre 1993 per beneficiare del condono, poiché mancava di finiture essenziali come infissi e pavimenti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il giudice dell'esecuzione ha il potere di disapplicare un condono edilizio illegittimo se mancano i presupposti temporali e strutturali previsti dalla legge. Poiché l'opera non residenziale non era completata funzionalmente alla data stabilita, il condono è stato ritenuto nullo. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rudere o nuova casa? Condanna per abuso edilizio in zona vincolata
Il Proprietario di un immobile ha eseguito lavori di ricostruzione di un rudere e realizzato un porticato di 83 metri quadri senza i necessari titoli abilitativi. La zona era sottoposta a tutela paesaggistica. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di abuso edilizio in zona vincolata. Il Proprietario ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di vincoli e la natura di semplice ristrutturazione delle opere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la ricostruzione di un rudere privo di elementi strutturali minimi costituisce una nuova costruzione. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza di secondo grado. Il Proprietario perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: la buona fede non salva la casa abusiva
Il Tribunale di Velletri aveva revocato un ordine di demolizione per un immobile abusivo, ritenendo che i nuovi proprietari fossero acquirenti in buona fede e che la pendenza di un ricorso al TAR, unita alla presentazione di una SCIA in sanatoria, giustificasse lo stop all'abbattimento. La Procura della Repubblica ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'ordine di demolizione ha natura reale e colpisce il bene anche se trasferito a terzi. La buona fede degli acquirenti non blocca la demolizione, ma consente solo un'azione di risarcimento contro il venditore. Inoltre, la sospensiva del TAR era venuta meno per estinzione del giudizio e la semplice SCIA non sana automaticamente l'abuso. La Cassazione ha quindi annullato la revoca, ordinando un nuovo esame.
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Cartello di cantiere: la multa non cancella il processo penale
Il Proprietario di un terreno e il Direttore dei Lavori sono stati condannati in primo grado per aver eseguito opere di movimento terra senza esporre il cartello di cantiere, violando le prescrizioni del permesso di costruire. I ricorrenti hanno impugnato la decisione lamentando la violazione del divieto di doppio giudizio, avendo già pagato una sanzione amministrativa regionale, e contestando l'effettivo inizio dei lavori. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi sul doppio binario sanzionatorio, ritenendo legittima la coesistenza della sanzione amministrativa e di quella penale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione, da parte del giudice di merito, della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, annullando la sentenza con rinvio per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Abuso edilizio in zona sismica: la legge regionale non salva
Due proprietari sono stati condannati per aver realizzato, senza permesso e in area a rischio terremoti, la chiusura di un terrazzo creando una cucina-soggiorno e, uno di essi, per aver effettuato uno sbancamento stradale senza autorizzazione del Genio Civile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei proprietari, confermando le condanne penali. I giudici hanno chiarito che le leggi regionali non possono derogare alla normativa penale nazionale in materia di tutela del territorio. Di conseguenza, la trasformazione di un terrazzo in un vano chiuso e i lavori di scavo non agricoli costituiscono un vero e proprio abuso edilizio in zona sismica se privi delle necessarie autorizzazioni antisismiche e del titolo edilizio abilitativo.
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Abuso edilizio: la Cassazione respinge il ricorso del costruttore
Il caso riguarda Il Costruttore, condannato per abuso edilizio e violazione delle norme antisismiche e sul cemento armato. Il ricorrente ha impugnato la sentenza di appello lamentando una errata valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le leggi regionali non possono contrastare con i principi della legislazione nazionale in materia edilizia. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare i fatti o rivalutare le prove se la sentenza di appello è sorretta da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, Il Costruttore perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sospensione dell’ordine di demolizione: il condono non basta
Il proprietario di un immobile abusivo ha richiesto la sospensione dell'ordine di demolizione, sostenendo la pendenza di una domanda di condono edilizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. La Corte ha chiarito che, per ottenere la sospensione dell'ordine di demolizione, il cittadino ha l'onere di allegare elementi concreti che dimostrino la rapida e favorevole conclusione del procedimento di sanatoria. Nel caso specifico, l'immobile sorgeva in un'area con vincolo paesaggistico senza i necessari pareri favorevoli e non era stato completato entro i termini di legge. Di conseguenza, l'ordine di demolizione rimane pienamente efficace e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Decadenza agevolazioni fiscali: chi vende il terreno perde il bonus
Un'azienda acquista un terreno edificabile usufruendo di imposte ridotte. Prima di costruire, rivende il terreno a un'altra società con riserva di proprietà. L'Agenzia delle Entrate revoca i benefici, contestando la decadenza agevolazioni fiscali poiché l'edificazione non è stata eseguita dal primo acquirente. La Corte di Cassazione conferma la revoca: il bonus ha natura soggettiva. Per mantenere l'agevolazione, lo stesso soggetto che ha acquistato il terreno deve realizzare la costruzione entro cinque anni. La vendita del terreno a terzi, anche se con riserva di proprietà, comporta la perdita definitiva del beneficio fiscale.
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Ristrutturazione edilizia e distanze legali: tetto da demolire
Una proprietaria ha fatto causa a una società costruttrice lamentando che il rifacimento del tetto di un edificio vicino violasse le distanze dal confine. La società sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione. La Corte d'Appello ha invece accertato che l'intervento, avendo aumentato l'altezza di novanta centimetri e modificato la forma del tetto creando un sottotetto potenzialmente abitabile, costituiva una nuova costruzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che ogni modifica che aumenta altezza o volume si qualifica come nuova costruzione. Di conseguenza, l'opera rientra nella disciplina della ristrutturazione edilizia e distanze legali, obbligando il costruttore alla riduzione in pristino (demolizione) e al risarcimento dei danni, oltre a dover tenere indenni gli acquirenti degli appartamenti.
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Abuso edilizio e prescrizione: la prova spetta all’imputato
Un committente, ritenuto anche esecutore materiale di lavori abusivi, è stato condannato per violazioni della normativa edilizia. L'imputato ha proposto ricorso sostenendo che il reato fosse estinto per il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che in tema di abuso edilizio e prescrizione spetta all'imputato l'onere di provare la data di inizio del decorso del termine se diversa da quella accertata. La semplice assenza di operai al momento del controllo non dimostra una desistenza volontaria dai lavori. Inoltre, la Cassazione ha negato la particolare tenuità del fatto a causa delle plurime violazioni contestate. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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