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D.P.R. 309/1990 — Anno 2026

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Riparazione per ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro l'ordinanza che aveva concesso la riparazione per ingiusta detenzione a un cittadino assolto dall'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo era rimasto in carcere per cinque giorni dopo essere stato sorpreso con involucri di droga, denaro contante e materiale per il confezionamento, tentando inoltre la fuga alla vista delle forze dell'ordine. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'assoluzione penale non comporta automaticamente l'indennizzo: il giudice della riparazione deve compiere un esame autonomo sulla condotta del richiedente per verificare se la sua grave imprudenza abbia indotto in errore gli inquirenti, creando la falsa apparenza di un reato.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: mille dosi e assoluzione
La Procura ha impugnato l'assoluzione di un passeggero trovato a bordo di un treno con oltre 76 grammi di hashish, pari a circa 1033 dosi singole. Il giudice di primo grado aveva ritenuto la sostanza destinata a uso personale per l'assenza di strumenti di spaccio. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la detenzione di sostanze stupefacenti in quantitativi così elevati richiede una rigorosa verifica delle capacità economiche del possessore e delle ragioni dell'ingente scorta.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti della legge
Tre individui accusati di reati in materia di stupefacenti presentano un ricorso per cassazione contro patteggiamento. Gli imputati contestano la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento immediato e sulle circostanze del reato. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. La legge limita in modo rigoroso le ipotesi in cui è possibile impugnare una sentenza concordata. I motivi presentati dai ricorrenti non rientrano tra i casi consentiti dal codice di procedura penale. Di conseguenza, la Suprema Corte conferma la sentenza precedente e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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L’inammissibilità del ricorso per cassazione conferma la condanna
L'Imputato ha proposto impugnazione contro la condanna per il reato di spaccio di lieve entità. Il ricorrente ha chiesto alla Corte di Cassazione una nuova valutazione delle prove e ha contestato il calcolo della pena. I giudici hanno stabilito l'Inammissibilità del ricorso per cassazione poiché il giudice di legittimità non può rileggere i fatti già esaminati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la determinazione di una sanzione inferiore alla media edittale non richiede una motivazione analitica, essendo sufficiente il richiamo alla congruità della pena. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato l'Inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando la condanna dell'Imputato e imponendogli il pagamento delle spese processuali unitamente alla somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’impugnazione negata costa cara
L'Imputato, condannato per reati in materia di sostanze stupefacenti a seguito di patteggiamento davanti al Tribunale, ha proposto impugnazione in Cassazione. La difesa ha contestato la violazione di legge e la carenza di motivazione in merito al mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, ai sensi dell'articolo 448 del codice di procedura penale, la sentenza concordata si può impugnare unicamente per quattro motivi tassativi: difetti nella volontà dell'imputato, mancata corrispondenza tra accusa e sentenza, erronea qualificazione giuridica del fatto e illegalità della pena o della misura di sicurezza. La censura sulla motivazione non rientra tra questi casi. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Competenza territoriale reato associativo: la scelta del giudice
Una complessa indagine per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ha generato un conflitto tra più uffici giudiziari sulla competenza territoriale reato associativo. Le attività illecite dell'organizzazione si estendevano in vari contesti regionali e internazionali, rendendo impossibile individuare con certezza la sede principale del comando e della programmazione criminale. La Corte di Cassazione, chiamata a risolvere lo stallo tra i tribunali che rifiutavano la cognizione del caso, ha chiarito la regola applicabile. Quando l'operatività della struttura criminale è fortemente frazionata e non si può stabilire dove sia stato ideato il sodalizio, opera il criterio residuale previsto dal codice di procedura penale. La competenza spetta quindi al tribunale del luogo in cui l'ufficio del Pubblico Ministero ha iscritto per primo la notizia di reato nel registro. La Corte ha quindi assegnato il processo al tribunale della prima iscrizione.
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Custodia cautelare in carcere: errore e ricorso respinto
Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione per annullare l'ordinanza che manteneva la custodia cautelare in carcere a suo carico per reati di droga. La difesa contestava un errore del giudice di merito sulla data di un altro reato, ritenuto a torto successivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'ordinanza del Riesame si fondava su due motivi distinti: l'ulteriore reato e la straordinaria gravità dello spaccio di ingenti quantitativi di cocaina. Il ricorrente ha impugnato soltanto la ricostruzione temporale, tralasciando l'argomento della gravità dei fatti. La Suprema Corte ha ricordato che l'impugnazione limitata a una sola ragione autonoma rende il ricorso privo di specificità, confermando la misura e condannando l'indagato alle spese e al versamento di tremila euro.
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Inammissibilità del ricorso: deposito errato e carcere fermo
L'Indagato, sottoposto alla custodia cautelare in carcere per detenzione di ingenti quantitativi di stupefacenti (due chili di marijuana e due etti di hashish) e contraffazione di banconote tramite stamperia clandestina, propone impugnazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Il ricorso sostiene la lieve entità dello spaccio, la mancanza di perizia sulle banconote false e contestazioni sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso. Il deposito è avvenuto presso la cancelleria del giudice per le indagini preliminari errato e non del Tribunale del Riesame. Inoltre, le doglianze sono generiche: l'ingente droga esclude la lieve entità, la contestazione sulle banconote è del tutto nuova e le attività illecite svolte in casa rendono inidonei gli arresti domiciliari. L'Indagato perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio lieve: legittima la confisca per sproporzione
I giudici di merito condannano l'imputato per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il tribunale dispone il sequestro e la confisca del denaro trovato in suo possesso. Nei successivi gradi di giudizio, i giudici qualificano il provvedimento come confisca per sproporzione, poiché l'imputato non dimostra entrate lecite da lavoro. L'imputato ricorre per cassazione lamentando la violazione del divieto di peggiorare la sua posizione e contestando l'applicazione retroattiva della nuova normativa. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma la misura patrimoniale. La legge applicabile alle misure di sicurezza patrimoniali coincide infatti con quella vigente al momento della sentenza di primo grado, rendendo pienamente legittima la sottrazione del denaro non giustificato.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo l’accordo sulla pena
Due soggetti accusati di reati in materia di stupefacenti hanno concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, entrambi hanno proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'assenza di motivazione sul proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. La giurisprudenza stabilisce che, una volta raggiunto il concordato in appello, l'impugnazione in Cassazione è ammissibile unicamente per vizi relativi alla formazione della volontà, al consenso delle parti o all'applicazione di pene illegali. I motivi proposti non rientravano in queste ipotesi eccezionali. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella i rischi
Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagata per la partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'insussistenza del pericolo di reiterazione del reato, l'efficacia del tempo trascorso dai fatti, lo svolgimento di un'attività lavorativa regolare e presunti errori nella valutazione delle prove relative a un controllo di polizia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il mero tempo trascorso non supera la presunzione legale di pericolosità per i reati associativi di droga. Inoltre, gli eventuali errori di fatto contestati dalla difesa non risultano decisivi rispetto al quadro probatorio complessivo, caratterizzato dalla gravità delle condotte e dal costante inserimento della donna nella rete criminale.
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Connivenza non punibile e droga in casa: quando scatta il reato
L'Imputato e la convivente venivano accusati del reato di detenzione di sostanza stupefacente a seguito del ritrovamento di droga nella casa comune. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la tesi della connivenza non punibile, affermando di essere stato semplice spettatore passivo dell'attivita illecita altrui. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non sussiste connivenza non punibile quando la persona fornisce un contributo attivo all'acquisto o alla gestione della droga. Nel caso specifico, le prove hanno dimostrato la partecipazione attiva dell'Imputato nell'acquisto dello stupefacente sequestrato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, imponendo anche il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: la Cassazione respinge il ricorso
Due uomini sono stati fermati dalle forze dell'ordine con circa cinquantadue grammi di hashish. I due hanno cercato di nascondere la sostanza e di fuggire. I giudici territoriali li hanno condannati, ritenendo le modalità di occultamento e la fuga prove evidenti della destinazione della droga alla vendita, escludendo l'uso personale. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e segnalando un errore nel testo della sentenza d'appello. La Corte Suprema ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che non si possono riesaminare i fatti in sede di legittimità e che l'errore nel testo era un semplice refuso. La decisione conferma la responsabilità per detenzione ai fini di spaccio e condanna ciascun imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revoca dell’indulto e reato permanente: la conferma
La Corte d'appello dispone la revoca dell'indulto concesso a una condannata per reati di armi e stupefacenti. Il provvedimento scatta a causa di una successiva condanna definitiva per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. Tale condotta illecita si è protratta tra gennaio 2006 e gennaio 2007. La difesa propone ricorso per Cassazione sostenendo che il giudice dell'esecuzione non abbia accertato l'esatta datazione della condotta permanente. La Suprema Corte rigetta il ricorso e conferma la decisione impugnata. I giudici stabiliscono che, in caso di reato permanente con datazione chiusa e accertata in modo definitivo, basta la ricaduta di un solo frammento della condotta nel quinquennio dall'entrata in vigore della legge di clemenza per far scattare la decadenza automatica del beneficio.
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Confisca dei telefoni cellulari: stop senza prova d’uso
Un imputato patteggia la pena per detenzione di lieve entità di sostanze stupefacenti e accetta la confisca del denaro sequestrato. Il Tribunale dispone d'ufficio anche la confisca dei telefoni cellulari. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando la mancanza di motivazione sul proscioglimento e l'illegittimità del provvedimento sui dispositivi. La Suprema Corte dichiara inammissibile la censura sul patteggiamento, confermando l'accordo e il sequestro della somma di denaro. I giudici accolgono invece la doglianza sui dispositivi tecnologici: la confisca dei telefoni cellulari richiede la prova di un nesso strumentale con il fatto illecito, elemento del tutto assente nella semplice detenzione di sostanze. La sentenza viene annullata con rinvio limitatamente ai telefoni.
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Sospensione dell’ordine di esecuzione negata pur con attenuanti
Un condannato per reati di droga chiede la sospensione dell'ordine di esecuzione della pena detentiva. La difesa sostiene che l'aggravante contestata è stata considerata subvalente nel giudizio di bilanciamento con le attenuanti generiche, facendo venir meno la natura ostativa del reato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la neutralizzazione dell'aggravante influisce unicamente sulla quantificazione della pena, ossia quoad poenam. Il fatto resta comunque grave e caratterizzato dalla condotta tipizzata dalla legge. Di conseguenza, il reato rimane ostativo e la sospensione dell'ordine di esecuzione non può essere concessa. Il condannato deve quindi scontare la pena in carcere e pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro conservativo: prevale la confisca dello Stato
Un uomo accusato di spaccio e di aver ferito un agente patteggia la propria pena. Il giudice confisca il denaro provento dello spaccio a favore dello Stato. L'agente, costituitosi parte civile per ottenere i danni fisici subiti, richiede il sequestro conservativo su quelle stesse somme. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della vittima. Con il patteggiamento, il giudice penale non può accertare il danno civile né concedere misure di garanzia contestuali alla sentenza. Di conseguenza, il sequestro conservativo non può operare sui beni già confiscati dallo Stato come profitto di reato.
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Sostanze stupefacenti di lieve entità: no al taglio di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per reati in materia di droga. L'imputato richiedeva il riconoscimento delle sostanze stupefacenti di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le richieste a causa del grande quantitativo di farmaci sequestrati, pari a oltre tremila compresse tra Tramadolo e Tapentadol. La Polizia Giudiziaria ha inoltre dimostrato la sistematicità dello spaccio e l'elevato volume di affari. La Cassazione ha stabilito che la valutazione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: cade l’accusa
Un uomo viene condannato per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti a causa di alcune cessioni di droga e dei contatti con due acquirenti. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici chiariscono che vendere droga a un gruppo criminale non dimostra automaticamente la partecipazione alla struttura associativa. Occorre la prova di un accordo stabile e della consapevolezza di contribuire al programma dell'organizzazione. Semplici forniture isolate costituiscono al massimo singoli reati di spaccio, non il reato associativo. Per questa ragione, la Cassazione annulla la condanna senza rinvio, prosciogliendo l'imputato per non aver commesso il fatto.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per la vendita di sostanze stupefacenti. La difesa ha contestato il valore delle intercettazioni, eccepito la prescrizione del reato e richiesto la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità delle prove, composte dai controlli della polizia giudiziaria e da intercettazioni chiare su prezzi e quantità. La Cassazione ha escluso lo spaccio di lieve entità per via dei volumi d'affari, della quantità di sostanza e dei contatti dell'imputato con la piazza di spaccio locale. Il Ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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