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D.P.R. 309/1990 — Anno 2023

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Altri anni per D.P.R. 309/1990

Confisca del profitto del reato: no ai soldi dello spaccio
Il Tribunale applicava a un imputato, tramite patteggiamento, la pena di quattro mesi di reclusione per spaccio di cocaina, disponendo la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di prove sul legame tra la somma sequestrata e l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la misura costituisce una legittima confisca del profitto del reato, giustificata dalle dichiarazioni degli acquirenti e dall'assenza di un lavoro lecito del condannato. Inoltre, la Cassazione ha sancito che chi vende droga compie un negozio contrario alla legge e non ha alcun diritto legale alla restituzione del denaro ricevuto come pagamento, a meno che non ne dimostri una diversa e lecita provenienza.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Catania ha ripristinato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lungo tempo trascorso dai fatti, risalenti al 2016, avesse affievolito le esigenze cautelari e che la misura fosse sproporzionata rispetto alle esigenze reali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il semplice decorso del tempo non è sufficiente a superare la presunzione di pericolosità e adeguatezza del carcere prevista per i reati associativi gravi. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Estorsione invece di giustizia privata per i debiti di droga
Il caso riguarda il collaboratore di un trafficante che, insieme a dei complici, ha minacciato e aggredito un parente accusato di aver sottratto due chilogrammi di hashish, pretendendo il pagamento di quattromila euro come risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione, respingendo la tesi della difesa che chiedeva di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che non si può invocare la tutela di un diritto quando la pretesa deriva da un'attività illecita come il traffico di stupefacenti. Inoltre, la Corte ha escluso la qualifica di lieve entità per lo spaccio continuativo e ha negato l'assorbimento del porto abusivo d'arma nell'estorsione aggravata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Intercettazioni telefoniche: il linguaggio criptico incastra i colpevoli
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per spaccio di stupefacenti e detenzione abusiva di armi. Le prove principali consistevano in intercettazioni telefoniche e ambientali dal contenuto criptico, ma chiaramente allusive ad attività illecite. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione del linguaggio cifrato spetta esclusivamente al giudice di merito, purché sia logica e coerente. Inoltre, la Corte ha stabilito che chi sceglie il rito abbreviato semplice, dopo il rifiuto di quello condizionato, non può più contestare tale diniego. I ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese.
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Continuazione dei reati: scelta di vita o disegno unico?
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una donna condannata per vari reati, tra cui associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, che chiedeva il riconoscimento della continuazione dei reati in sede esecutiva. La ricorrente sosteneva che le condotte illecite, commesse tra il 2014 e il 2017, fossero collegate da un unico disegno criminoso legato al mercato della droga. I giudici hanno invece confermato la decisione del Tribunale di Catania, stabilendo che la reiterazione dei reati non derivava da una pianificazione unitaria iniziale, ma da una scelta di vita improntata al crimine per trarne sostentamento. Di conseguenza, la Cassazione ha escluso l'applicazione del trattamento sanzionatorio di favore previsto per la continuazione dei reati, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la colpevolezza e la misura della pena stabilita in appello. Tuttavia, la decisione di secondo grado era stata presa tramite concordato in appello, una procedura in cui le parti si accordano sulla pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si sceglie il concordato in appello, non si possono contestare in cassazione la colpevolezza o la congruità della pena, a meno che la sanzione non sia del tutto illegale o vi siano vizi nel consenso. L'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo che blinda la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza del Tribunale che applicava la pena concordata per reati in materia di stupefacenti. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sulla sua responsabilità penale e la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, l'impugnazione contro la sentenza di patteggiamento è limitata a casi tassativi, come i vizi della volontà, l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. I motivi sollevati dall'imputato non rientrano in queste categorie. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna definitiva
L'Imputato è stato condannato per plurimi reati di spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità commessi in concorso. La Corte di Appello ha ridotto la pena riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. L'Imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando violazioni di legge e vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi proposti erano generici e ripetitivi di questioni di fatto già ampiamente esaminate e respinte dai giudici di merito. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche e recidiva: quando il ricorso fallisce
L'Imputato è stato condannato per spaccio di lieve entità. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulla recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che la questione sulle attenuanti generiche e recidiva non era stata presentata nel precedente giudizio di appello. Inoltre, la sentenza impugnata conteneva già una motivazione logica e dettagliata sul punto. La Cassazione ha ribadito che il giudizio di bilanciamento delle circostanze spetta al giudice di merito e può essere contestato in sede di legittimità solo in caso di evidente arbitrio o manifesta illogicità. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Aggravante dell’ingente quantità: ricorso respinto in Cassazione
Il caso riguarda un uomo condannato per reati in materia di stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione dell'aggravante dell'ingente quantità per violazione di legge e difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i motivi di ricorso riproducevano genericamente le stesse censure già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d'appello. I giudici di merito avevano infatti applicato fedelmente i principi stabiliti dalle Sezioni Unite in materia di sostanze stupefacenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: la pena concordata non si cambia
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Milano per un reato in materia di stupefacenti. Il ricorrente lamentava la violazione dei criteri di determinazione della pena-base e dell'aumento per la continuazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Secondo la legge, infatti, il ricorso contro patteggiamento è limitato a casi tassativi, come i vizi della volontà, l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. La contestazione sulla misura della pena concordata non rientra in queste ipotesi. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
L'Imputata ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di appello che aveva rideterminato la pena in seguito a un concordato in appello. La ricorrente lamentava la mancata pronuncia di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si stipula un concordato in appello, il ricorso in Cassazione è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, al consenso del pubblico ministero o a difformità della decisione rispetto all'accordo. Non si possono contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato o vizi sulla pena, a meno che questa non sia illegale. Di conseguenza, l'Imputata ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: la Cassazione blocca il ricorso sulla pena
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti tramite concordato in appello per reati in materia di stupefacenti. L'Imputato lamentava la mancata applicazione del proscioglimento e l'eccessività della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che, in caso di concordato in appello, il ricorso è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sull'illegalità della pena. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a sconti sulla droga
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per reati in materia di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. I giudici di legittimità hanno rilevato che il motivo di ricorso era del tutto generico, a fronte di una sentenza d'appello motivata in modo logico e coerente riguardo al trattamento sanzionatorio. Di conseguenza, oltre alla dichiarazione di inammissibilità, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: l’uso di gruppo non salva il compratore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 7 anni e 6 mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'acquisto settimanale di cocaina per venti mesi fosse destinato all'uso di gruppo. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tale tesi inattendibile. La decisione si fonda su solidi indizi: l'ingente quantità di droga, l'acquisto a credito con saldo successivo alla rivendita e i contatti diretti con il gestore della piazza di spaccio. La Suprema Corte ha chiarito che l'assenza di prove dirette non esclude la colpevolezza se gli indizi sono gravi, precisi e concordanti. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Recidiva reiterata: perché i vecchi reati non aumentano la pena
L'Imputato era stato condannato per spaccio di lieve entità. I giudici di merito avevano applicato la recidiva reiterata, ritenendolo socialmente pericoloso solo perché riconosciuto dalle forze dell'ordine per i suoi precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la recidiva reiterata non può essere applicata in modo automatico o basandosi solo sulla presenza di vecchi reati. Il giudice deve dimostrare concretamente come i precedenti penali abbiano influenzato la nuova condotta e se esista una reale e attuale pericolosità sociale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio sul punto.
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Lieve entità dello spaccio: no allo sconto se vendi in strada
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per un uomo sorpreso a detenere dosi di hashish e marijuana pronte per la vendita, insieme a denaro contante. I giudici hanno escluso la qualificazione del fatto come lieve entità dello spaccio a causa delle modalità della condotta: il soggetto vendeva la sostanza in pieno giorno, sulla pubblica via, con dosi già confezionate e denaro in piccolo taglio. La Suprema Corte ha inoltre ritenuto valide le notifiche processuali e ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, evidenziando che l'assenza di un lavoro e di una dimora stabile giustificano la confisca del denaro trovato in suo possesso. Il ricorso è stato rigettato.
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Riconoscimento della continuazione: abitudine contro disegno unico
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione per reati di droga commessi tra ottobre e novembre 2020. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza ritenendo i fatti una mera scelta di vita criminale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare una precedente valutazione che aveva già riconosciuto il vincolo della continuazione per alcuni di quei reati. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Torino per un nuovo esame, riaffermando che il mancato riconoscimento della continuazione richiede una motivazione rigorosa se contrasta con precedenti decisioni sullo stesso disegno criminoso.
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Reato continuato: la Cassazione corregge il rigetto del giudice
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per quattro condanne definitive per spaccio di stupefacenti commesse tra il 2013 e il 2019. Il Tribunale di Bologna ha respinto l'istanza evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, sebbene il lungo tempo trascorso escluda l'unificazione per i fatti del 2013, il giudice dell'esecuzione non può ignorare le precedenti valutazioni dei giudici di merito che avevano già riconosciuto la continuazione per i reati commessi tra il 2014 e il 2015. Il Tribunale dovrà ora rivalutare l'unificazione delle pene per questi ultimi episodi.
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Revoca dell’affidamento in prova: legittima ma la data è errata
Il Tribunale di sorveglianza disponeva la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo per un condannato, a seguito di una nuova misura cautelare per gravi reati di droga. Il condannato ricorreva in Cassazione lamentando la mancata valutazione del percorso svolto e un errore materiale sulla data di decorrenza della revoca, indicata nel 2020 anziché nel 2022. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della revoca retroattiva, ritenendo l'adesione al programma terapeutico solo apparente. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente all'errore di data. Applicando il potere di rettificazione, la Cassazione ha modificato direttamente la decorrenza al 2 maggio 2022, annullando senza rinvio l'ordinanza sul punto e dichiarando inammissibile il resto del ricorso.
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