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D.Lgs. 23/2015

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Prescrizione crediti retributivi: arretrati salvi fino a fine lavoro
Due lavoratori hanno ottenuto il riconoscimento del periodo di apprendistato ai fini degli aumenti di anzianità. L'azienda ha eccepito la prescrizione dei crediti retributivi, sostenendo che il termine per richiedere le somme fosse già scaduto durante il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, a causa della mancanza di stabilità reale nel rapporto di lavoro dopo le riforme del 2012 e 2015, la prescrizione inizia a decorrere solo dalla cessazione del contratto. I lavoratori hanno quindi diritto a ricevere tutti gli arretrati maturati, poiché il timore di ritorsioni impedisce il decorso del tempo mentre il rapporto è ancora attivo.
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Azienda condannata: stop alla prescrizione dei crediti da lavoro
Un Lavoratore, formalmente assunto da ditte esterne, guidava furgoni per una grande Azienda Committente. L'Azienda gestiva direttamente i suoi orari e gli dava ordini. Il giudice riconosce l'interposizione illecita e dichiara il Lavoratore dipendente diretto dell'Azienda. Tuttavia, la Corte d'Appello limita i pagamenti arretrati applicando la prescrizione di cinque anni durante il rapporto di lavoro. Il Lavoratore fa ricorso in Cassazione. La Suprema Corte gli dà ragione e stabilisce un principio fondamentale sulla prescrizione dei crediti da lavoro. Dopo le riforme del 2012 e 2015, il posto di lavoro non ha più una stabilità assoluta. Pertanto, il tempo per richiedere gli stipendi arretrati non scade mentre il lavoratore è ancora in servizio. Il conteggio dei cinque anni inizia solo alla fine del rapporto lavorativo. Il Lavoratore vince e l'Azienda dovrà ricalcolare e pagare tutti gli arretrati.
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Titolo esecutivo per crediti di lavoro: Cassazione batte Appello
Una lavoratrice, dopo aver ottenuto l'annullamento del licenziamento e il diritto a un'indennità, richiede un decreto ingiuntivo poiché l'azienda non paga. La Corte d'Appello revoca il decreto, sostenendo che la prima sentenza fosse già un titolo esecutivo per crediti di lavoro e che il nuovo provvedimento fosse un'inutile duplicazione. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici supremi chiariscono che una sentenza di condanna generica al pagamento di mensilità non basta da sola per il pignoramento se richiede calcoli basati su documenti esterni, come le buste paga. In questi casi, la sentenza vale come prova scritta per ottenere un decreto ingiuntivo. La Cassazione accoglie il ricorso della dipendente e rinvia la causa per un nuovo esame.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: stop all’azienda
Un'azienda tenta di intimare un licenziamento per giustificato motivo oggettivo inviando la lettera a un vecchio indirizzo del dipendente. La raccomandata torna indietro. Convinta di aver risolto il rapporto, la società reitera il recesso settimane dopo, ma in piena pandemia, violando il blocco dei licenziamenti imposto dal Governo. L'azienda si difende sostenendo l'impossibilità di pagare gli stipendi a causa delle chiusure forzate. La Corte di Cassazione respinge la tesi datoriale. La prima notifica risulta inefficace senza l'avviso di ricevimento ufficiale, e il secondo recesso è radicalmente nullo. Inoltre, l'azienda avrebbe dovuto attivare gli ammortizzatori sociali invece di lasciare il lavoratore senza stipendio. Scatta quindi la reintegra e la condanna al pagamento delle retribuzioni arretrate.
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Licenziamento economico: le regole sulla reintegra
La Corte di Cassazione ha esaminato la legittimità di un licenziamento economico basato sulla soppressione di una posizione lavorativa. Il fulcro della decisione riguarda l'obbligo di repêchage e la valutazione della manifesta insussistenza del fatto. La Corte ha chiarito che, qualora le ragioni economiche risultino pretestuose o non provate, il lavoratore ha diritto alla tutela reintegratoria attenuata. La sentenza sottolinea come il datore di lavoro debba fornire prova rigorosa dell'impossibilità di ricollocamento interno.
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Contratto di apprendistato: il rischio del ritardo nel recesso
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento avvenuto al termine di un contratto di apprendistato professionalizzante durato tre anni. Il ricorrente sosteneva che la prestazione lavorativa fosse proseguita per due giorni oltre la scadenza naturale del termine, determinando così la trasformazione automatica del rapporto in un contratto a tempo indeterminato ordinario. Dopo i rigetti nei primi due gradi di giudizio, la questione è giunta in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando l'importanza della questione interpretativa riguardante l'esatto momento in cui il datore di lavoro può esercitare il recesso 'al termine' del periodo formativo, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Il caso è stato rimesso alla pubblica udienza per definire se una minima prosecuzione dell'attività lavorativa impedisca o meno il recesso libero previsto dalla legge.
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Indennità di preavviso e licenziamento illegittimo
La Corte d'Appello di Milano ha stabilito che l'indennità di preavviso è pienamente cumulabile con il risarcimento per licenziamento illegittimo. Il caso riguardava un dirigente licenziato per una giusta causa rivelatasi insussistente; la Corte ha chiarito che il preavviso tutela la continuità reddituale, mentre il risarcimento sanziona l'illegittimità del recesso.
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NASpI e risoluzione consensuale: limiti e regole
La Corte di Cassazione ha stabilito che la NASpI non spetta in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro avvenuta in sede sindacale con incentivo all'esodo, a meno che non rientri nelle specifiche procedure previste dalla legge. Nel caso esaminato, un'azienda e una dipendente avevano concordato la fine del rapporto per evitare una lite giudiziaria. L'ente previdenziale ha richiesto la restituzione delle somme erogate, sostenendo l'assenza del requisito della disoccupazione involontaria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente, negando la possibilità di applicare l'analogia per estendere il beneficio a fattispecie non espressamente previste dal legislatore.
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Scarso rendimento: guida al licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per scarso rendimento intimato da una società a un proprio dipendente. I giudici hanno stabilito che, per giustificare il recesso, il datore di lavoro deve fornire prove rigorose basate su parametri comparativi oggettivi. Nel caso di specie, l'azienda non ha dimostrato un divario significativo tra la prestazione del lavoratore e la media dei colleghi, rendendo il fatto contestato insussistente e confermando il diritto alla reintegrazione e al risarcimento del danno.
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Retribuzione ferie annuali: calcolo e indennità
La Corte di Cassazione ha confermato che la retribuzione ferie annuali deve comprendere tutte le indennità fisse e continuative legate alle mansioni ordinarie, come quelle per lavoro notturno o straordinario regolare. La decisione sottolinea che il dipendente non deve subire perdite economiche che possano scoraggiare la fruizione delle ferie. Inoltre, è stato chiarito che la prescrizione per i crediti retributivi nei contratti a tempo indeterminato moderni inizia a decorrere solo al termine del rapporto di lavoro.
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Patto di prova: quando è valido nel pubblico impiego
Il Tribunale ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava il licenziamento per mancato superamento del patto di prova. La sentenza chiarisce che nel pubblico impiego il periodo di prova è obbligatorio per legge anche se il dipendente ha già lavorato per l'ente con contratti a termine, e la sua durata va calcolata sui giorni di lavoro effettivo.
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Tempo tuta: la guida al pagamento dei minuti
La Corte di Cassazione chiarisce i presupposti per il pagamento del tempo tuta, confermando che i minuti impiegati per la vestizione sono orario di lavoro se soggetti al potere direttivo. La sentenza affronta anche il tema della prescrizione dei crediti retributivi nei rapporti di lavoro moderni.
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Retribuzione ferie: indennità variabili incluse
Una società di trasporti ha contestato l'inclusione di indennità variabili nella retribuzione ferie dei suoi dipendenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che, in linea con il diritto europeo, la retribuzione durante le ferie deve essere paragonabile a quella ordinaria per non dissuadere i lavoratori dal fruirne. La Corte ha inoltre chiarito che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto.
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Retribuzione Feriale: Calcolo e Direttiva Europea
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33713/2023, ha stabilito che nella retribuzione feriale devono essere incluse tutte le indennità collegate alla mansione, anche quelle variabili. La decisione, basata sulla direttiva UE 2003/88/CE, mira a evitare che una paga ridotta durante le ferie possa disincentivare il lavoratore dal goderne. La Corte ha rigettato il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando che gli incentivi e le indennità corrisposte con continuità fanno parte della retribuzione ordinaria e, quindi, anche di quella feriale.
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Modifica unilaterale contratto: quando prevale?
La Cassazione conferma che un accordo collettivo aziendale non può peggiorare le condizioni di un contratto individuale, come un 'premio di collaborazione' incondizionato. Questa è una modifica unilaterale contratto illegittima. La prescrizione dei crediti decorre solo dalla fine del rapporto di lavoro, data l'assenza di stabilità reale post-riforma Fornero.
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Contratto individuale: più forte del collettivo
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contratto individuale di lavoro che prevede condizioni più favorevoli per il dipendente, come un bonus incondizionato, non può essere peggiorato da un successivo contratto collettivo aziendale. La Corte ha confermato che la previsione individuale rappresenta un diritto acquisito. Inoltre, ha ribadito che il termine di prescrizione per i crediti retributivi, in assenza di un regime di stabilità reale del posto di lavoro, inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto.
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Inidoneità e repechage: licenziamento illegittimo
Un operatore ecologico, dichiarato inidoneo alla mansione, viene licenziato per impossibilità di ricollocamento. La Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il licenziamento è illegittimo se l'azienda omette la procedura di confronto sindacale prevista dal CCNL per la verifica del possibile repechage, anche in assenza di sanzioni esplicite.
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Insussistenza fatto materiale: licenziamento illegittimo
La Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento per un alterco con un cliente. Viene chiarito il concetto di insussistenza del fatto materiale: non basta che l'evento sia accaduto, ma deve avere anche un carattere di illiceità, che il datore di lavoro ha l'onere di provare. In assenza di tale prova, il fatto è giuridicamente insussistente e si applica la tutela reintegratoria.
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Tutela reintegratoria: licenziamento nullo e Jobs Act
Un dipendente del settore trasporti, assunto con contratto a tutele crescenti, viene licenziato. Il licenziamento è dichiarato nullo per un grave vizio procedurale, ma la Corte d'Appello nega la tutela reintegratoria, concedendo solo un'indennità economica. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza interlocutoria n. 9530/2023, solleva una questione di legittimità costituzionale, sospettando che la norma del Jobs Act che limita la reintegrazione ai soli casi di nullità "espressa" violi la legge delega del Parlamento, e rimette gli atti alla Corte Costituzionale.
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Licenziamento per giusta causa: quando è legittimo?
Un lavoratore, riammesso in servizio dopo la conversione giudiziale del suo contratto da tempo determinato a indeterminato, viene licenziato per giusta causa a seguito del suo rifiuto di cambiare reparto. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo la reazione del dipendente (grave insubordinazione con toni aggressivi e contatti fisici) sproporzionata rispetto alle modifiche datoriali (cambio di turno e mansioni coerenti con l'inquadramento), considerate normali prassi aziendali. La Corte ha escluso la ritorsività del licenziamento, poiché la causa principale era la condotta del lavoratore.
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