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D.Lgs. 23/2015

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Esonero scarso rendimento: licenziamento nullo
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'esonero per scarso rendimento di un dipendente del settore autoferrotranviario, adottato senza il parere obbligatorio del Consiglio di Disciplina, è nullo. Questa violazione procedurale non è una mera irregolarità, ma un vizio sostanziale che comporta la tutela reintegratoria piena per il lavoratore, e non un semplice indennizzo economico. La sentenza ribadisce l'importanza delle garanzie procedurali previste dalla normativa speciale di settore.
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Procedura disciplinare autoferrotranvieri: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che non ogni irregolarità nella procedura disciplinare autoferrotranvieri comporta automaticamente la nullità del licenziamento. Analizzando il caso di un dipendente licenziato per gravi condotte extralavorative, la Corte ha chiarito che l'omissione della relazione scritta, prevista dall'art. 53 del R.D. 148/1931, non invalida il provvedimento se le indagini sono svolte direttamente dal direttore e se il diritto di difesa del lavoratore è stato pienamente garantito. La sentenza privilegia un approccio sostanziale, riservando la sanzione della nullità solo alle violazioni procedurali qualificate che ledono effettivamente e irrimediabilmente il diritto di difesa.
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Licenziamento autoferrotranvieri: regole procedurali
Un lavoratore del settore trasporti impugna il licenziamento disciplinare per vizi procedurali. La Cassazione analizza la normativa speciale per gli autoferrotranvieri (R.D. 148/1931), distinguendo tra violazioni procedurali sostanziali, che causano la nullità del licenziamento, e irregolarità formali. In questo caso, né la tardiva costituzione del Consiglio di Disciplina né la concentrazione di alcune funzioni istruttorie in un unico soggetto sono state ritenute lesive del diritto di difesa, portando al rigetto del ricorso del lavoratore e alla validazione del licenziamento.
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Codatorialità: licenziamento illegittimo nel gruppo
Il Tribunale di Milano ha riconosciuto la sussistenza di un rapporto di codatorialità tra una società italiana e la sua controllante estera. Di conseguenza, ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un dipendente perché l'azienda non ha provato l'impossibilità di ricollocarlo in una delle due società del gruppo, condannandola al risarcimento del danno.
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Prescrizione crediti di lavoro: quando decorre?
Una lavoratrice ha contestato il rigetto parziale delle sue pretese retributive, ritenute prescritte. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che, a seguito delle riforme del lavoro dal 2012, la prescrizione crediti di lavoro decorre dalla cessazione del rapporto e non più in sua costanza, a causa della venuta meno della stabilità reale. Il caso è stato rinviato al Tribunale per un nuovo esame.
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Spese legali soccombenza parziale: chi paga?
Due lavoratrici, licenziate per motivo oggettivo, ottengono in primo grado la reintegrazione. La Corte d'Appello, pur confermando l'illegittimità del licenziamento, nega il carattere ritorsivo, converte la reintegra in indennità e le condanna a pagare parte delle spese legali della controparte. La Cassazione interviene sul punto, stabilendo un principio chiave sulle spese legali soccombenza parziale: la parte che vince, anche solo in parte, non può essere condannata a rimborsare le spese legali dell'avversario. Al massimo, il giudice può compensarle.
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Prescrizione crediti di lavoro: la Cassazione decide
Una lavoratrice si oppone all'esclusione di parte dei suoi crediti dallo stato passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria. Il Tribunale aveva dichiarato la prescrizione dei crediti più vecchi, ritenendo il rapporto di lavoro stabile. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che a seguito delle riforme del 2012 e 2015, la stabilità del posto non è più tale da giustificare la decorrenza della prescrizione crediti di lavoro in costanza di rapporto. Pertanto, il termine di cinque anni inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto stesso.
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Prescrizione crediti di lavoro: quando decorre?
Una società in amministrazione straordinaria ha impugnato una decisione che riconosceva a un ex dipendente un premio di collaborazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando un principio chiave: in assenza di un regime di stabilità reale del posto di lavoro, la prescrizione dei crediti di lavoro inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto. Questa sentenza consolida l'orientamento secondo cui le riforme del mercato del lavoro (L. 92/2012 e D.Lgs. 23/2015) hanno ridotto le tutele, giustificando il differimento della decorrenza della prescrizione per proteggere il lavoratore.
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Obbligo di repechage: licenziamento illegittimo
Un lavoratore viene licenziato per giustificato motivo oggettivo alla fine di un appalto. Il Tribunale dichiara il licenziamento illegittimo non per l'insussistenza del motivo, ma per la violazione dell'obbligo di repechage, in quanto il datore di lavoro non ha provato di aver cercato una ricollocazione. In applicazione di recenti principi, la sanzione non è il reintegro ma un'indennità risarcitoria. La sentenza chiarisce anche i limiti della responsabilità solidale del committente, escludendo i crediti di natura risarcitoria come le ferie non godute.
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Retribuzione feriale: incluse le indennità variabili
Una società di trasporti ferroviari ha negato a un macchinista l'inclusione di indennità variabili nella retribuzione durante le ferie. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, stabilendo che la retribuzione feriale deve comprendere tutte le voci retributive collegate alla mansione per non creare un deterrente economico al godimento delle ferie, in linea con il diritto dell'Unione Europea. Ha inoltre confermato che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto.
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Retribuzione feriale: le indennità vanno incluse
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19992/2024, ha stabilito che le indennità accessorie, come quella di assenza dalla residenza e di utilizzazione professionale, devono essere incluse nella retribuzione feriale. La decisione si fonda sul principio del diritto europeo secondo cui la retribuzione durante le ferie non deve essere inferiore a quella ordinaria, per non scoraggiare il lavoratore dal godere del proprio diritto al riposo. Di conseguenza, il ricorso dell'azienda di trasporti è stato respinto, confermando le sentenze dei gradi precedenti a favore dei lavoratori.
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Licenziamento ritorsivo: i limiti del ricorso
Un lavoratore, assunto con un contratto part-time fittizio ma impiegato a tempo pieno, viene licenziato dopo aver richiesto il pagamento delle differenze retributive tramite sindacato. La Corte d'Appello dichiara nullo il licenziamento ritorsivo, ordinando la reintegra. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda e chiarendo che la valutazione dei fatti e la sufficienza della motivazione della sentenza di merito non sono sindacabili in sede di legittimità, se non in casi eccezionali di motivazione assente o meramente apparente.
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Lavoro in malattia: quando il licenziamento è giusto
Un autista, in assenza per infortunio sul lavoro, viene licenziato dopo essere stato sorpreso a svolgere un'attività di noleggio con conducente. La Corte d'Appello conferma la legittimità del licenziamento, ritenendo che il secondo lavoro in malattia, essendo simile al primo, potesse ritardare la guarigione e violasse l'obbligo di fedeltà, ledendo il vincolo fiduciario con il datore di lavoro.
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Impugnazione secondo licenziamento: quando è inutile?
Una lavoratrice, licenziata una prima volta e reintegrata, opta per l'indennità sostitutiva ma viene licenziata di nuovo. Impugna il secondo licenziamento, ma nel frattempo una sentenza d'appello dichiara il rapporto di lavoro già risolto alla data del primo. La Cassazione, con ordinanza 26769/2024, dichiara inammissibile il ricorso contro il secondo licenziamento per sopravvenuto difetto di interesse, poiché il rapporto di lavoro era legalmente inesistente al momento del secondo atto espulsivo.
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Contestazione disciplinare: se assente, scatta la reintegra
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28927/2024, ha stabilito che un licenziamento disciplinare intimato senza alcuna preventiva contestazione di addebito al lavoratore è radicalmente nullo. Tale omissione non costituisce un mero vizio procedurale, ma un difetto sostanziale che equivale all'insussistenza del fatto contestato. Di conseguenza, al lavoratore spetta la tutela reintegratoria prevista dall'art. 18, comma 4, della Legge 300/1970, e non la più debole tutela indennitaria.
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Litisconsorzio necessario con INPS: la Cassazione decide
Un lavoratore ha richiesto in giudizio il corretto inquadramento contrattuale e la conseguente regolarizzazione della propria posizione contributiva. La Corte di Cassazione, investita del caso, ha sospeso la decisione sul merito per affrontare una questione procedurale fondamentale e controversa: la necessità di integrare il contraddittorio con l'INPS. Rilevando un profondo contrasto giurisprudenziale sul tema del litisconsorzio necessario in materia di contributi, l'ordinanza interlocutoria ha disposto la trattazione della causa in pubblica udienza per giungere a una soluzione nomofilattica che chiarisca se e quando l'ente previdenziale debba essere obbligatoriamente parte del processo.
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Litisconsorzio necessario INPS: la Cassazione riflette
Un lavoratore cita in giudizio la nuova azienda appaltatrice per ottenere il corretto inquadramento e la regolarizzazione dei contributi. La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, non decide il merito ma solleva una questione fondamentale: in questi casi, è obbligatoria la partecipazione al processo dell'INPS? Evidenziando un contrasto giurisprudenziale sul tema del litisconsorzio necessario INPS, la Corte rimette la causa a pubblica udienza per una decisione di principio.
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Obbligo di repechage: reintegra se non rispettato
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di reintegrare un lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo. Il licenziamento è stato ritenuto illegittimo a causa della violazione dell'obbligo di repechage, in quanto l'azienda non ha offerto al dipendente una posizione alternativa, o la possibilità di acquisire le competenze necessarie per ricoprirla, come invece concesso ai neoassunti.
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Apprendistato: la prova del periodo precedente vale?
La Corte di Cassazione conferma la trasformazione di un contratto di apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Un lavoratore ha dimostrato di aver superato la durata massima di 36 mesi sommando un periodo di apprendistato precedente svolto presso un'altra azienda. La Corte ha chiarito che la prova di tale periodo può essere fornita con vari documenti, non solo con un certificato di servizio, e che in appello possono essere ammesse nuove prove documentali se ritenute indispensabili.
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Patto di Prova: licenziamento e onere della prova
Una lavoratrice ha citato in giudizio l'azienda per differenze retributive e per l'illegittimità del licenziamento avvenuto durante il patto di prova. Il Tribunale di Milano ha accolto la domanda per il pagamento delle somme dovute, ma ha respinto l'impugnazione del licenziamento, ritenendolo un valido recesso durante il patto di prova. La sentenza chiarisce l'onere della prova a carico del datore di lavoro per i pagamenti e la non retroattività delle nuove norme sulla durata del patto di prova.
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