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art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 — Anno 2022

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Altri anni per art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990

Confisca di beni: quando lo spaccio è certo ma manca il nesso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un uomo condannato per detenzione di 1,4 kg di marijuana. L'imputato contestava la gravità della pena e la confisca di beni (un monitor, un telefono e del denaro), ritenendo assente il legame tra questi oggetti e l'attività illecita. La Suprema Corte ha confermato la condanna e la pena, evidenziando la gravità del fatto, dimostrata anche da un sofisticato sistema di videosorveglianza. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente alla confisca di beni, poiché i giudici d'appello non avevano motivato la relazione tra tali oggetti e il reato. La sentenza è stata quindi annullata parzialmente, con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: fornitore o complice?
Il Tribunale di Potenza aveva applicato gli arresti domiciliari a un uomo indagato per cessione di droga e partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. I giudici hanno confermato gli indizi per la singola cessione di hashish, ma hanno ritenuto insufficiente la motivazione riguardante la partecipazione all'associazione criminale. La Corte ha chiarito che la semplice fornitura ripetuta di droga a singoli membri non dimostra automaticamente l'inserimento stabile nella struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame delle esigenze cautelari.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: spaccio o vincolo
Il Tribunale di Potenza confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari per un uomo accusato di singoli episodi di spaccio e di partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove circa il suo effettivo inserimento nella struttura criminale organizzata. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione limitatamente al reato associativo. I giudici hanno chiarito che i rapporti di fiducia individuali e sporadici con singoli spacciatori non bastano a dimostrare l'inserimento in una consorteria criminale. La causa è stata rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Intercettazioni telefoniche: la difesa cede davanti ai fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per spaccio di cocaina. La donna sosteneva di essere estranea ai fatti e contestava l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche, ritenendosi al massimo connivente con il compagno. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione e l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche spettano esclusivamente al giudice di merito. Il giudice di legittimità non può sindacare tale apprezzamento, a meno che la motivazione non sia palesemente illogica o irragionevole. Di conseguenza, la condanna a quattro anni di reclusione è stata confermata e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il padre e complice, non connivente
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di concorso nella produzione e nello spaccio di sostanze stupefacenti insieme al figlio. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto una serra per marijuana in una stanza comune, materiale per il confezionamento, una pistola scacciacani e ingenti somme di denaro in contanti, di cui una parte nascosta nella cassaforte del padre. L'indagato sosteneva di essere un semplice connivente estraneo alle attivita illecite del figlio. I giudici hanno invece accertato la sua partecipazione attiva come custode del denaro e garante della preparazione delle sostanze. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo legittima la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e l'assenza di fonti di reddito lecite della famiglia.
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Revoca delle misure cautelari: il tempo non cancella lo spaccio
L'Indagato, accusato di spaccio di sostanze stupefacenti, ha richiesto la revoca delle misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. Il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta, evidenziando la mancanza di un lavoro lecito e la disponibilità di ingenti quantitativi di droga come indici di inserimento stabile nella malavita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando che il semplice decorso del tempo è un elemento neutro e non giustifica la revoca delle misure cautelari in assenza di elementi concreti di cambiamento. L'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: no a sconti se la droga costa cara
L'Imputato è stato condannato per spaccio di lieve entità per aver venduto 1,2 grammi di cocaina e averne detenuti altri 9 grammi. La Corte d'appello ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione e 1.600 euro di multa. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'eccessività della sanzione e la mancanza di analisi chimiche sulla qualità della droga. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena spetta alla discrezionalità del giudice di merito. Nel caso specifico, la pena è stata calcolata correttamente partendo da un quantitativo non trascurabile e desumendo la buona qualità dello stupefacente dall'alto prezzo di vendita (100 euro a dose). L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per il corriere recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per detenzione di circa cinquanta grammi di droga (eroina e altre sostanze). L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo che la reale efficacia psicotropa di alcune sostanze fosse minima. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo l'attenuante sia per il dato quantitativo (oltre mille dosi ricavabili), sia per il ruolo di corriere emerso dalle indagini. È stata inoltre confermata l'aggravante della recidiva, data la presenza di precedenti condanne specifiche e l'uso di falsi nomi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: farmaco o droga in strada?
Un uomo è stato condannato per la cessione di sostanze stupefacenti dopo essere stato sorpreso a vendere due blister di Rivotril, un farmaco contenente sostanze psicotrope, al prezzo di cinque euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza dell'elemento soggettivo, poiché riteneva il farmaco un semplice stabilizzatore dell'umore facilmente reperibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sul verbale di arresto in flagranza e sulle dichiarazioni dell'acquirente. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la collaborazione non cancella la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un gestore di un chiosco condannato per spaccio di lieve entità. La polizia giudiziaria aveva notato movimenti sospetti vicino al locale e fermato due giovani acquirenti, i quali avevano confermato l'acquisto dal gestore. Quest'ultimo aveva poi consegnato spontaneamente altra droga agli agenti. La difesa contestava l'uso delle intercettazioni telefoniche e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha legittimamente negato le attenuanti a causa dei precedenti penali specifici dell'imputato e della continuità dello spaccio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: inutile l’alibi per capelli
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato fermato dopo una brusca frenata alla vista della polizia. Gli agenti avevano trovato oltre 500 grammi di cocaina nascosti nel bagagliaio e, successivamente, altra droga, un bilancino e sostanza da taglio nella sua abitazione. La difesa sosteneva che il nervosismo dipendesse dai precedenti del passeggero e che le sostanze in casa servissero per tingere i capelli. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio se la ricostruzione è logica e coerente. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Droga parlata: condannati anche senza il sequestro fisico
Cinque imputati sono stati condannati per traffico illecito di stupefacenti. Nei ricorsi in Cassazione, i ricorrenti hanno contestato la ricostruzione dei fatti basata sulle intercettazioni, definendo la vicenda come un caso di droga parlata e lamentando l'errata interpretazione dei dialoghi criptici. Uno degli imputati ha inoltre contestato la conversione di un sequestro in sequestro conservativo per un valore di 25.000 euro, mentre un altro ha impugnato la pena nonostante un precedente concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta solo al giudice di merito e che, per il sequestro conservativo, basta l'attuale insufficienza patrimoniale del debitore. Di conseguenza, le condanne e le sanzioni pecuniarie sono state interamente confermate.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a otto anni di reclusione per la sua partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Imputato sosteneva di aver avuto un ruolo marginale, limitato a fornire un contatto telefonico, e contestava l'assenza di sequestri diretti a suo carico. I giudici hanno invece confermato la sua piena integrità nel sodalizio criminale: l'uomo aveva organizzato i contatti con i corrieri per l'importazione di 298 chili di hashish dalla Spagna e aveva svolto funzioni di scorta ("staffetta"). La Suprema Corte ha ribadito che anche l'apporto conoscitivo e organizzativo integra la responsabilità penale, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio abituale: no alle circostanze attenuanti generiche
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. Nonostante fosse sottoposto all'obbligo di firma, ha continuato a spacciare in strada, dimostrando che l'attività illecita rappresentava il suo stile di vita. I giudici di merito hanno negato le circostanze attenuanti generiche e applicato la recidiva qualificata, aumentando la pena. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha confermato che la condotta abituale e l'insensibilità alle precedenti sanzioni giustificano pienamente il diniego delle circostanze attenuanti generiche. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa, deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi nuovi
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la valutazione delle prove, ma tale contestazione non era stata sollevata in appello, dove si era discusso solo della pena e della recidiva. La Suprema Corte ha stabilito che non si possono presentare motivi del tutto nuovi in Cassazione, né formulare critiche generiche. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso nel reato di spaccio: quando la convivenza diventa colpa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una madre e un figlio accusati di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto oltre un chilo di hashish e circa ottocento grammi di marijuana nella camera da letto condivisa dai due. La difesa sosteneva la semplice connivenza non punibile della madre. I giudici hanno invece ravvisato il concorso nel reato di spaccio. La coabitazione attiva, la condivisione dell'armadio contenente la droga già confezionata e la presenza di materiale per il confezionamento sulla scrivania dimostrano un aiuto concreto e consapevole. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando i ricorrenti anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione condanna il pusher in bici
Un uomo è stato condannato per spaccio continuato di stupefacenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come spaccio di lieve entità, sostenendo di aver agito da solo e senza una vera organizzazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'attività non era affatto occasionale: l'uomo vendeva dosi quotidianamente da cinque anni, aveva fidelizzato dieci clienti stabili, utilizzava un telefono dedicato e si recava regolarmente in un'altra città per rifornirsi. Questa continuità e professionalità escludono l'applicazione della minore gravità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità dello spaccio: quando tremila dosi costano caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti. L'imputato nascondeva in un sottoscala un secchio con marijuana equivalente a quasi tremila dosi e possedeva oltre settemila euro in contanti non giustificati. La difesa chiedeva il riconoscimento della lieve entità dello spaccio e delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la richiesta a causa dell'ingente quantitativo di droga, delle modalità di occultamento e dell'irrilevanza della confessione tardiva. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Notifica della sentenza all’imputato assente: ricorso inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità. La difesa lamentava la mancata notifica della sentenza all'imputato assente (notifica dell'estratto della sentenza di secondo grado) e una presunta condanna per sostanze non contestate. La Suprema Corte ha chiarito che, a seguito della riforma della contumacia introdotta dalla Legge 67/2014, la notifica della sentenza all'imputato assente non è più obbligatoria se questi non ha partecipato al processo pur essendone a conoscenza. Inoltre, il giudice d'appello aveva già escluso la rilevanza della seconda sostanza ai fini della pena. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio e graduazione della pena: la Cassazione nega sconti
Un uomo, sorpreso a spacciare cocaina a un tassista, è stato condannato a un anno di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso lamentando l'eccessiva severità della sanzione e contestando la gravità del fatto, vista la modesta quantità di droga sequestrata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la graduazione della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito. Per giustificare la sanzione è sufficiente richiamare la gravità del reato o la capacità a delinquere del colpevole, senza necessità di motivazioni dettagliate, a meno che la pena non superi di molto la media edittale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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