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Art. 674 Codice Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 674 Codice Penale

Estinzione del reato per morte del reo: stop al processo
Una donna impugnava la condanna per la contravvenzione di getto pericoloso di cose. L'imputata sosteneva l'assenza dell'elemento soggettivo. Durante la salita su un autobus con un passeggino, una bottiglia di birra era scivolata accidentalmente dalla sua mano. La bevanda aveva bagnato una passeggera vicina. Nelle more del ricorso per cassazione, il difensore ha depositato via PEC il certificato di morte della donna. I giudici hanno preso atto del decesso avvenuto prima della decisione. La Suprema Corte ha pronunciato l'annullamento senza rinvio della sentenza. La causa estintiva cancella ogni profilo sanzionatorio per estinzione del reato per morte del reo.
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Trattazione orale in appello: rito cartolare e sanzione
La Corte d'appello condanna l'imputato per getto pericoloso di cose, concedendo la non menzione con rito cartolare. Il difensore ricorre per Cassazione lamentando la violazione del contraddittorio, poiché la Corte d'appello non ha ammesso la tempestiva richiesta di trattazione orale in appello inviata tramite posta elettronica certificata. Il difensore eccepisce inoltre la mancata dichiarazione di prescrizione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici rilevano che la richiesta telematica non risulta pervenuta agli atti del fascicolo d'appello. Inoltre, il difensore conosceva la requisitoria scritta del procuratore generale e non ha contestato il rito cartolare nelle note d'udienza, decadendo dall'eccezione di nullità a regime intermedio. Infine, i termini di improcedibilità non risultavano decorsi. La Cassazione condanna il ricorrente al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Emissioni moleste: i filtri non salvano il locale dalla condanna
La titolare di un locale commerciale è stata condannata per il reato legato alle emissioni moleste propagate nell'aria e per l'occupazione prolungata di una consistente porzione di suolo pubblico. La difesa ha sostenuto l'avvenuto acquisto di filtri a carboni attivi e ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che l'installazione dei filtri era successiva al primo sopralluogo e che i fumi intollerabili erano comunque proseguiti. Inoltre, la gravità complessiva della condotta e l'invasione prolungata dello spazio pubblico escludono ogni attenuazione. La condanna della gestrice diviene definitiva, con l'obbligo di pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Getto pericoloso di cose e urine del cane: condanna confermata
Un residente ha denunciato la proprietaria dell'appartamento sovrastante per il costante imbrattamento del proprio balcone causato dalle urine del cane. Il Tribunale ha condannato la donna per il reato di getto pericoloso di cose a una pena pecuniaria e al risarcimento dei danni in favore della parte civile. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputata. I giudici hanno chiarito che l'omessa custodia dell'animale sul balcone, con conseguente versamento reiterato di deiezioni sul piano sottostante, integra pienamente la fattispecie penale in quanto condotta idonea a imbrattare e arrecare molestia. L'imputata dovrà pagare la pena pecuniaria, le spese processuali e risarcire la parte lesa.
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Inammissibilità del ricorso in cassazione: regole e sanzioni
Due cittadini, condannati in primo grado alla sola pena pecuniaria per il reato di getto pericoloso di cose, hanno proposto appello. Trattandosi di condanna a sola ammenda, la sentenza risultava inappellabile per legge e gli atti sono stati trasferiti alla Corte di Cassazione. I giudici supremi hanno accertato l'inammissibilità del ricorso in cassazione per motivi procedurali e formali. Il primo imputato ha sollevato contestazioni di mero fatto senza allegare le relative prove. Il secondo imputato ha presentato l'atto con la firma di un avvocato non iscritto all'albo dei cassazionisti. La Corte ha ribadito che la conversione dell'atto non sana la difetto di rappresentanza legale. Entrambi i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Gatti randagi e getto pericoloso di cose: no alla condanna
Una volontaria sfamava periodicamente una colonia di felini mediante scodelle collocate su una via pubblica. Un vicino di casa lamentava la presenza di escrementi ed esalazioni maleodoranti nel proprio giardino privato derivanti dalla concentrazione di animali. Il Tribunale condannava la donna per il reato di getto pericoloso di cose, ritenendo che la cura degli animali le imponesse una posizione di garanzia e di custodia. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. La Corte ha chiarito il rapporto tra gatti randagi e getto pericoloso di cose: l'accudimento di animali liberi non attribuisce alcuna custodia legale ne l'obbligo di impedire i loro bisogni fisiologici. Inoltre, un giardino privato non rientra tra i luoghi d'uso comune previsti dalla norma incriminatrice.
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Lancio di rifiuti e minacce: stop alla pena ma resta l’ammenda
Un condomino lancia dalla finestra un sacco di rifiuti contenente una bottiglia di vetro al culmine di una lite e minaccia la vicina del piano inferiore intervenuta per protestare. I giudici di merito condannano l'uomo per getto pericoloso di cose e minaccia aggravata. L'imputato ricorre in Cassazione eccependo la presenza di altri condomini nello stabile e la remissione di querela per la minaccia. La Suprema Corte accoglie il ricorso limitatamente alla minaccia, cancellando la pena detentiva per intervenuta remissione di querela. I giudici confermano invece la condanna per getto pericoloso di cose, ritenendo la ricostruzione dei fatti solida e priva di vizi logici.
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Termini di impugnazione penale: ricorso tardivo e sanzione
Un cittadino condannato per il reato di getto pericoloso di cose ha impugnato la sentenza della Corte di Appello davanti alla Corte di Cassazione. Il giudice di secondo grado aveva fissato novanta giorni per depositare la motivazione, rispettando puntualmente la scadenza prefissata. Di conseguenza, il termine di quarantacinque giorni per presentare il ricorso decorreva dalla scadenza del termine di deposito stabilito per il giudice. Il difensore ha però notificato il ricorso con un mese di ritardo rispetto alla scadenza perentoria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per tardività, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per il mancato rispetto dei termini di impugnazione penale.
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Getto pericoloso di cose: limiti industriali o allarme sociale?
Il Tribunale aveva condannato i vertici di uno stabilimento industriale per il reato di getto pericoloso di cose a causa di forti odori denunciati dai residenti vicini. I giudici di merito avevano basato la condanna sulle lamentele della popolazione, ignorando le perizie tecniche favorevoli all'impianto. La difesa ha impugnato la sentenza dimostrando il possesso di regolari autorizzazioni e il pieno rispetto dei limiti di legge sulle emissioni odorigene. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la condanna con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che, in presenza di un'attività produttiva regolarmente autorizzata, non basta il mero allarme sociale per punire l'impresa, ma serve accertare il reale superamento della normale tollerabilità contemperando le esigenze produttive con il diritto dei vicini.
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Getto pericoloso di cose: no alla tenuità tra condomini
Due vicini di casa versavano continuamente dal proprio balcone acqua sporca ed escrementi di cane sul cortile comune sottostante. Inoltre accatastavano mobili vecchi che causavano la proliferazione di topi vicino all'abitazione della persona offesa. I responsabili hanno proposto ricorso per cassazione invocando la prescrizione, l'inattendibilità dei testimoni e la particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha confermato la condanna per il reato di getto pericoloso di cose. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, escluso la prescrizione grazie ai periodi di sospensione e negato la lieve entità a causa della condotta molesta ripetuta nel tempo.
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Emissioni Moleste: Azienda Condannata Nonostante Altre Fonti
L'amministratore di un'azienda viene condannato per il reato di emissioni moleste a causa dei cattivi odori provenienti dal suo impianto. L'imputato ricorre in Cassazione sostenendo che non vi fosse prova certa della provenienza degli odori, data la presenza di altre fonti inquinanti nella zona. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile e conferma la condanna. I giudici chiariscono che, trattandosi di un reato permanente, non è necessario provare ogni singolo episodio di molestia. Le prove raccolte erano sufficienti a dimostrare che l'attività dell'azienda era la causa principale dei miasmi, rendendo definitiva la responsabilità penale dell'amministratore e il suo obbligo di risarcire il Comune.
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Prescrizione del reato: condannato ma il tempo era già scaduto
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna perché emessa dopo la scadenza dei termini. Un'imputata, inizialmente accusata di un delitto, ha visto il suo reato riqualificato dal giudice in una contravvenzione, un illecito meno grave. Questo cambiamento ha accorciato i tempi necessari per la prescrizione del reato. La Cassazione ha calcolato che il termine massimo di cinque anni era già scaduto prima della data della sentenza di condanna. Di conseguenza, ha dichiarato il reato estinto, annullando la condanna e revocando anche l'obbligo di risarcire la parte civile. La decisione sottolinea l'importanza di calcolare correttamente i tempi processuali, specialmente in caso di riqualificazione del fatto.
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Getto pericoloso di cose: lancia vasi al vicino, condanna dura
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per il reato di getto pericoloso di cose. Il soggetto aveva lanciato dei vasi verso il balcone sottostante, proferendo anche insulti. L'imputato aveva presentato ricorso non per negare il fatto, ma per ottenere una pena più mite e il riconoscimento di circostanze attenuanti. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, giudicandolo generico e infondato. I giudici hanno sottolineato che la pericolosità intrinseca del gesto e l'assenza di qualsiasi comportamento riparatorio da parte del colpevole giustificavano pienamente la decisione dei precedenti gradi di giudizio, confermando la sanzione e condannandolo al pagamento delle spese.
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Rogo in giardino: reato prescritto ma resta la combustione illecita
Un privato cittadino viene condannato per aver bruciato illegalmente plastica e legno nel proprio terreno. La Corte di Cassazione interviene sul caso con un duplice esito. Da un lato, dichiara estinto per prescrizione il reato minore relativo alle emissioni moleste. Dall'altro, conferma in pieno la condanna per il reato di combustione illecita di rifiuti. I giudici sottolineano che bruciare plastica, anche in piccole quantità, non può mai essere considerato un fatto di lieve entità a causa della sua intrinseca pericolosità per l'ambiente. La pena viene quindi solo leggermente ridotta, ma la responsabilità per il reato ambientale resta.
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Condannato per roghi, pena annullata: il trattamento sanzionatorio
Un imprenditore, condannato per combustione illecita di rifiuti, ha ottenuto dalla Corte di Cassazione l'annullamento della sua pena. La condanna per il reato resta valida, ma il calcolo della sanzione è stato giudicato errato. I giudici di merito non avevano specificato la pena base per il reato più grave né motivato gli aumenti per gli altri illeciti, violando le regole sul reato continuato. La Cassazione ha quindi rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo e corretto calcolo del trattamento sanzionatorio, che dovrà essere adeguatamente motivato. La decisione sottolinea l'obbligo per i giudici di spiegare in modo trasparente ogni passaggio che porta alla determinazione della pena finale.
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Roghi su fondo aperto: condanna per smaltimento illecito rifiuti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per smaltimento illecito di rifiuti a carico di un affittuario di un fondo rustico. L'uomo era stato accusato di aver bruciato bancali, pneumatici e altre masserizie. Secondo i giudici, la semplice qualità di affittuario e quindi la disponibilità giuridica dell'area, unita alla sua presenza sul posto al momento dei roghi e alle tracce di precedenti incendi, costituiscono prove sufficienti per attribuirgli la responsabilità. La difesa, che sosteneva la mancanza di prove dirette sulla sua partecipazione all'incendio data la natura aperta e non recintata del terreno, è stata respinta. La Corte ha ritenuto logica e completa la motivazione del tribunale, rendendo il ricorso inammissibile.
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Getto pericoloso di cose: l’ostinazione costa cara alla vicina
Una Vicina viene condannata al pagamento di un'ammenda per il reato di getto pericoloso di cose. La donna fa ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione o l'applicazione della non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici confermano che la condotta della Vicina non è stata occasionale. La donna ha continuato il getto pericoloso di cose in modo ininterrotto, ignorando le ripetute lamentele dei Vicini. Per questo motivo, il fatto non può essere considerato lieve. La Vicina perde la causa in via definitiva. Deve pagare le spese processuali, versare una sanzione di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende e rimborsare 4.600 euro per le spese legali sostenute dai Vicini.
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Motivazione apparente: annullata sentenza penale
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di merito relativa al reato di getto pericoloso di cose, ravvisando il vizio di motivazione apparente. Il giudice di primo grado aveva dichiarato la non punibilità degli imputati per particolare tenuità del fatto, condannandoli però al risarcimento dei danni. Tuttavia, la sentenza mancava totalmente dell'analisi delle prove e delle ragioni critiche alla base della decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'assenza di una spiegazione logica sulle prove assunte rende nullo il provvedimento, disponendo il rinvio per un nuovo giudizio davanti al Tribunale in diversa composizione.
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Sequestro dispositivi elettronici e proporzionalità
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro dispositivi elettronici anche a fronte di una motivazione iniziale sintetica, purché integrata dal Pubblico Ministero durante il riesame. La decisione ribadisce che il sequestro non deve essere esplorativo e deve rispettare criteri di proporzionalità, limitando l'apprensione dei dati al tempo necessario per la copia forense.
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Sequestro probatorio: limiti e criteri di legittimità
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro il sequestro probatorio di dispositivi elettronici e documenti. La sentenza stabilisce che il Pubblico Ministero può integrare la motivazione durante il riesame e che il sequestro di un intero dispositivo è proporzionato se finalizzato a una successiva selezione tecnica dei dati pertinenti ai reati ambientali contestati.
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