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Art. 629 Codice Penale — Anno 2023

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Estorsione ambientale: quando l’appuntamento non è reato
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Pubblico Ministero contro la revoca della custodia in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata. Il PM sosteneva che, nel contesto dell'estorsione ambientale, bastasse una semplice richiesta di appuntamento per configurare il tentativo di reato. La Suprema Corte ha invece chiarito che, anche nell'estorsione ambientale, è indispensabile che vi sia una richiesta specifica di compiere o omettere un'azione. Una richiesta di incontro generica e priva di contenuto non è sufficiente a integrare il reato, poiché l'estorsione è un reato di danno e non si può anticipare eccessivamente la soglia di punibilità. Di conseguenza, l'indagato ha vinto il ricorso cautelare, confermando la sua scarcerazione.
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Stato di bisogno nell’usura: condannato chi sfrutta la crisi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura ed estorsione a carico di un soggetto che aveva concesso prestiti a tassi usurari a un imprenditore in difficoltà. La difesa contestava la sussistenza dell'aggravante legata allo stato di bisogno della vittima, sostenendo che la crisi economica fosse dovuta alla sua stessa incapacità gestionale. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che lo Stato di bisogno nell'usura sussiste oggettivamente anche se causato da scelte imprudenti o negligenti della vittima, poiché rileva solo l'approfittamento della sua vulnerabilità. Inoltre, la Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, non automatiche per la sola incensuratezza, e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di risarcimento per le parti civili.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del caporale
Un imprenditore agricolo, indagato per sfruttamento del lavoro ed estorsione, ha impugnato l'ordinanza che disponeva nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di pericoli concreti, evidenziando l'incensuratezza dell'indagato e il sequestro della sua azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove è concreto e attuale fino a quando le testimonianze delle vittime non sono pienamente consolidate in dibattimento. Di conseguenza, la decisione di applicare la custodia cautelare in carcere è stata confermata, poiché supportata da una motivazione logica e coerente del tribunale di merito.
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Concorso nel reato di estorsione: scarcerato anziano padre
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo ultrasettantenne, accusato di associazione mafiosa e concorso nel reato di estorsione. I giudici di merito avevano ritenuto il soggetto un esponente di spicco del clan, basandosi su intercettazioni in cui i figli parlavano di estorsioni in sua presenza e sulla consegna successiva di una somma di denaro. La Suprema Corte ha invece rilevato l'assenza di gravi indizi di colpevolezza. Ascoltare passivamente i familiari o ricevere denaro dopo la consumazione del reato, senza un accordo preventivo, non costituisce concorso nel reato di estorsione né partecipazione all'associazione. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Attenuante del risarcimento del danno: no sconti per l’estorsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per estorsione continuata. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante del risarcimento del danno e la severità della pena. I giudici hanno chiarito che il risarcimento offerto era solo parziale, non coprendo interamente il grave turbamento morale causato alla vittima, come emerso anche dai messaggi scambiati su WhatsApp. Inoltre, la determinazione della pena, già vicina ai minimi edittali, è stata ritenuta corretta e proporzionata alla personalità negativa del colpevole. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati per concorso in tentata estorsione, violazione di domicilio e lesioni personali. La difesa contestava la sussistenza dell'ingiusto profitto, chiedendo di declassare il reato in minaccia semplice. I giudici di legittimità hanno respinto la richiesta, chiarendo che il ricorso mirava esclusivamente a una inammissibile rivalutazione delle prove, già ampiamente analizzate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di estorsione: quando riscuotere un credito diventa reato
Un uomo è stato condannato per il reato di estorsione dopo aver usato una violenza gratuita e sproporzionata per riscuotere una modesta somma di denaro. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di rapporti pregressi tra i soggetti e l'uso immediato della forza dimostrano l'intenzione di agire per un mero tornaconto economico, al di fuori della legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova terapeutico negato per pericolosità
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza relativo alle richieste di detenzione domiciliare e di affidamento in prova terapeutico. Il ricorrente sosteneva che l'aggravante dell'uso di un coltello nel reato di estorsione fosse stata esclusa in appello e contestava la valutazione sulla sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'aggravante non era stata eliminata, ma solo ritenuta subvalente rispetto alle attenuanti generiche. Inoltre, la richiesta di affidamento in prova terapeutico è stata legittimamente respinta a causa della persistente pericolosità del soggetto, non scalfita dalla semplice proposta di un programma di recupero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la cella non cancella le accuse
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. La difesa sosteneva l'insufficienza degli indizi, evidenziando che l'indagato si trovava in stato di detenzione durante alcuni degli episodi contestati e contestando l'attendibilità delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, ritenendo logica e coerente la ricostruzione del Tribunale del Riesame. Le prove raccolte, comprese le conversazioni tra i sodali, dimostrano il ruolo di vertice dell'indagato nella gestione delle estorsioni legate alle attività agricole, anche durante i periodi di detenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio del clan diventa minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite e l'esistenza di un debito della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che si configura il reato di estorsione ambientale anche senza violenza fisica o verbale diretta. La sola appartenenza del richiedente a un clan mafioso e la sua forza intimidatrice bastano a costringere la vittima al pagamento di somme non dovute. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata: patto spontaneo o tangente del clan?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Capo del Clan contro la custodia cautelare in carcere. L'imputato era accusato di associazione mafiosa e di estorsione aggravata ai danni di un gestore di una piazza di spaccio. La difesa sosteneva che il pagamento di diecimila euro da parte della vittima fosse un accordo spontaneo di sottomissione al sistema criminale e non il frutto di una costrizione. La Suprema Corte ha invece confermato la presenza di gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno evidenziato che il pagamento è stato imposto con una violenta aggressione fisica, integrando pienamente il reato di estorsione aggravata e non un patto associativo. Il ricorrente resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di tipo mafioso: un solo reato non prova l’affiliazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione e partecipazione a un'associazione di tipo mafioso. Mentre i giudici hanno confermato la gravità degli indizi per il singolo episodio di estorsione, hanno accolto il ricorso sul reato associativo. La Suprema Corte ha stabilito che la semplice cooperazione in un singolo reato-fine non basta a dimostrare l'affiliazione stabile a un clan. Per configurare il reato di associazione di tipo mafioso occorre infatti una prova rigorosa della stabile messa a disposizione del soggetto a favore del sodalizio criminale. Di conseguenza, l'ordinanza cautelare è stata annullata limitatamente a questa accusa, con rinvio al Tribunale del riesame per una nuova valutazione.
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Estorsione aggravata: condannato il padre anche se era in carcere
Un uomo è stato condannato per il reato di estorsione aggravata per aver minacciato una persona al fine di recuperare un debito di droga. Successivamente al suo arresto, il figlio e un complice hanno continuato le minacce per riscuotere il denaro. La difesa ha impugnato la condanna sostenendo che la modifica dell'accusa durante il processo avesse violato il diritto di difesa e che l'aggravante delle più persone riunite non potesse essere applicata al padre detenuto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che le modifiche marginali alle date non ledono la difesa e che l'aggravante si estende anche al mandante che, incaricando il figlio della riscossione, ha accettato il rischio che agisse con altri complici. La condanna è quindi definitiva.
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Estorsione consumata: la trappola della polizia non salva il reo
Il Proprietario del Terreno scopre e distrugge una piantagione abusiva di canapa coltivata a sua insaputa da Il Coltivatore. Quest'ultimo lo minaccia di morte, pretendendo mille euro come risarcimento. La vittima avverte la polizia, che organizza una consegna controllata con banconote fotocopiate, arrestando l'estorsore subito dopo lo scambio. La difesa sostiene che si tratti di tentata estorsione o reato impossibile a causa dell'intervento delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che si configura il reato di estorsione consumata anche se la consegna del denaro avviene sotto il controllo della polizia giudiziaria, poiché l'intervento delle forze dell'ordine non elimina lo stato di costrizione psicologica subito dalla vittima a causa delle minacce.
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Tentata estorsione o recupero crediti: la Cassazione divide i ruoli
Il Mandante incaricava tre soggetti, definiti I Terzi, di recuperare un presunto credito commerciale di 180.000 euro nei confronti della Vittima. I Terzi attuavano pesanti minacce, tra cui telefonate intimidatorie e il recapito di una tanica di benzina con proiettili. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione nei confronti del Mandante, in quanto la sua azienda era fallita e solo il curatore fallimentare avrebbe potuto agire in giudizio, rendendo il profitto ingiusto. La Corte ha invece annullato con rinvio la condanna per I Terzi. I giudici d'appello dovranno verificare se questi ultimi fossero consapevoli dell'impossibilità di agire legalmente e se avessero un reale interesse economico personale nel recupero della somma.
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Tentata estorsione: la Cassazione nega lo sconto per soli 50 euro
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentata estorsione e calunnia. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione dell'attenuante del danno di speciale tenuità, sostenendo che la richiesta estorsiva ammontasse a soli cinquanta euro e non avesse causato turbamento alla vittima. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, nei casi di tentata estorsione, la valutazione sulla gravità del danno deve essere complessiva. Non ci si può limitare al solo valore economico della richiesta, ma occorre considerare anche gli effetti psicologici e intimidatori sulla vittima, data la natura plurioffensiva del reato che colpisce sia il patrimonio sia la libertà personale.
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Contestazione a catena: no alla scarcerazione per l’estorsore
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un cittadino per ottenere i proventi di un appalto di rifiuti, ha impugnato l'ordinanza cautelare. La difesa ha invocato la contestazione a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a una precedente misura per associazione mafiosa, sostenendo che i termini fossero ormai scaduti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione della contestazione a catena non può essere sollevata in sede di riesame se i termini non sono già interamente scaduti al momento della nuova ordinanza. Inoltre, mancava la prova che i fatti fossero desumibili dagli atti del primo procedimento. L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la violenza cancella i domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione e lesioni gravissime. L'indagato aveva preteso con brutale violenza il pagamento di somme legate a un patto usuraio, sferrando un pugno al volto della vittima e causandole la perdita della vista da un occhio. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, contestando il pericolo di reiterazione e di inquinamento probatorio. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di autosufficienza e genericità, ritenendo la custodia cautelare in carcere l'unica misura proporzionata e idonea a fronteggiare l'elevata pericolosità del soggetto, dimostrata da cinque anni di condotte aggressive e dalle minacce telefoniche rivolte alla vittima anche dopo il pestaggio.
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Evasione dai domiciliari per aggredire i proprietari: condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentata estorsione e aggressione. Il soggetto, mentre scontava la detenzione domiciliare, si era reso responsabile di un'evasione dai domiciliari per aggredire i proprietari di un immobile che tentavano di rientrare in possesso del bene, precedentemente occupato abusivamente dall'uomo. Il ricorrente sosteneva si trattasse di una reazione occasionale per difendere i propri beni, ma i giudici hanno ritenuto il ricorso privo di motivi di diritto, concentrato solo sulla ricostruzione dei fatti. Di conseguenza, l'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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