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Art. 628 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Estorsione aggravata dal metodo mafioso: carcere sì, clan no
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un'impresa olearia. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente escluso l'accusa di associazione mafiosa, ritenendo i singoli episodi estorsivi, avvenuti a distanza di dieci anni (nel 2010 e nel 2020), insufficienti a dimostrare una stabile appartenenza al clan. Sia il Pubblico Ministero, che chiedeva il ripristino dell'accusa associativa, sia l'indagato, che contestava la custodia cautelare per le estorsioni, hanno presentato ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, confermando che la valutazione del giudice di merito era logica e insindacabile. L'indagato resta quindi in custodia per le sole estorsioni.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: svista contro giudizio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto presentato da un uomo condannato per rapina aggravata. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero ignorato una dichiarazione scritta favorevole, scambiandola per un errore di percezione. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore di fatto consiste solo in una svista materiale e non in una diversa valutazione delle prove. Nel caso specifico, i giudici avevano già valutato gli elementi, tra cui il ritrovamento della refurtiva a casa dell'imputato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Differenza tra truffa ed estorsione: la condanna per la minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per estorsione a carico di un uomo che si era introdotto nell'abitazione di due anziani coniugi, rifiutandosi di andarsene finché non avesse ottenuto del denaro. L'imputato sosteneva si trattasse di una semplice truffa. I giudici hanno chiarito la differenza tra truffa ed estorsione: si ha truffa se il danno prospettato è eventuale e non dipende direttamente dal colpevole; si configura invece l'estorsione quando la vittima subisce una minaccia reale e immediata che non le lascia altra scelta se non quella di pagare. Nel caso specifico, la presenza minacciosa dell'uomo in casa ha costretto le vittime a pagare per riprendere il controllo della propria abitazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Rapina a più persone: un solo colpo ma la pena raddoppia
Il caso riguarda un uomo condannato per aver rapinato contemporaneamente due donne che parlavano tra loro. La difesa sosteneva che, essendo l'azione avvenuta nello stesso momento e luogo, si trattasse di un unico reato. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la condotta configura una pluralità di reati, precisamente una rapina a più persone in concorso formale. Quando l'azione colpisce più vittime e c'è la volontà di danneggiare ciascuna di esse, si producono tanti reati quante sono le persone offese, anche se l'episodio avviene nello stesso istante. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il condannato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di rapina: condanna anche senza refurtiva addosso
L'Imputata è stata condannata per il reato di rapina e lesioni personali. Insieme a un complice, ha aggredito la vittima dopo il suo rifiuto di consegnare alcune bottiglie di birra. Nonostante la reazione difensiva della vittima e il mancato ritrovamento della refurtiva addosso agli aggressori al momento dell'arresto, i giudici di merito hanno ritenuto consumato il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputata. I giudici hanno chiarito che il reato di rapina si considera pienamente consumato quando l'impossessamento della cosa avviene con violenza immediata, rendendo irrilevante il successivo smarrimento della refurtiva o la reazione della vittima. L'Imputata perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Richiesta di denaro e violenza immediata: è tentata rapina
L'Imputato ha intimato a un Sacerdote di consegnargli del denaro. Al rifiuto di quest'ultimo, ha tentato di sfondare la porta a calci estraendo un cacciavite. In primo grado l'uomo è stato condannato per tentata rapina, ma la Corte d'Appello ha riqualificato il fatto in minaccia aggravata, ritenendo che la mancata ripetizione della richiesta di denaro escludesse l'intento predatorio. La Cassazione ha accolto il ricorso della Pubblica Accusa, annullando la decisione d'appello. I giudici di legittimità hanno stabilito che la violenza e le minacce, poste in essere subito dopo il rifiuto senza interruzioni, dimostrano in modo univoco l'intenzione di impossessarsi del denaro. Il processo dovrà quindi essere rifatto davanti a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Reato di evasione: basta un attimo di fuga per la condanna
Un uomo, dopo essere stato arrestato, è riuscito a sfuggire temporaneamente alla custodia della polizia per il tempo necessario a sbarazzarsi di alcuni panetti di droga precedentemente sequestrati. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina e per il consumato reato di evasione. La difesa sosteneva che si trattasse solo di un tentativo, poiché l'inseguimento era stato breve. I giudici hanno invece chiarito che il reato di evasione si perfeziona nel momento stesso in cui il soggetto si sottrarre alla sfera di vigilanza delle forze dell'ordine, rendendo irrilevante la distanza percorsa o la durata della fuga. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento proposto da due soggetti condannati per rapina aggravata e altri reati. I ricorrenti contestavano l'applicazione di un'aggravante e la quantificazione della pena concordata. La Suprema Corte ha chiarito che, dopo l'introduzione dell'articolo 448-bis del codice di procedura penale, i motivi per proporre il ricorso per cassazione contro patteggiamento sono tassativi. Non è possibile contestare la motivazione del giudice sul mancato proscioglimento o la misura della pena concordata, a meno che non si tratti di una pena totalmente illegale. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo blindato senza ripensamenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per rapina in abitazione. L'imputato aveva concordato la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello, ma successivamente ha proposto ricorso contestando il calcolo della pena e il mancato bilanciamento delle attenuanti generiche con l'aggravante della rapina in domicilio. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso è limitato a vizi specifici sulla formazione della volontà o sull'illegalità della pena. Inoltre, la legge vieta espressamente il giudizio di bilanciamento tra le attenuanti e l'aggravante della rapina in abitazione, data la gravità del reato. L'imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Delitto di ricettazione: il falso alibi non salva il colpevole
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente, confermando la condanna per il delitto di ricettazione, falso ideologico, rapina impropria e resistenza. Il caso nasce dal possesso e dal tentativo di riscuotere biglietti "Gratta e Vinci" rubati in un bar. La difesa lamentava una discrepanza di un giorno sulla data del fatto e la mancanza di prove sul falso ideologico, legato alla falsa denuncia di smarrimento della patente. La Suprema Corte ha chiarito che nel delitto di ricettazione la data esatta dell'accertamento non incide sul diritto di difesa se l'arco temporale è chiaro. Inoltre, la denuncia di smarrimento dei documenti, lasciati nell'auto usata per la fuga dopo il tentato furto, era un chiaro tentativo di sviare le indagini. Il Ricorrente perde e viene condannato anche alle spese.
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Rapina pluriaggravata: l’impronta digitale cancella ogni dubbio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l'Imputato, ritenuto colpevole dei reati di sequestro di persona e rapina pluriaggravata. La difesa contestava l'identificazione basata sulla descrizione di un tatuaggio e la mancata audizione del proprio consulente tecnico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'identificazione poggia su elementi solidi: la perfetta corrispondenza dei tratti fisici, la presenza del tatuaggio descritto dalla vittima e, soprattutto, il rinvenimento di un'impronta digitale sul veicolo sottratto con ben 22 punti di corrispondenza. La mancata audizione del consulente è stata legittimamente compensata dall'acquisizione della sua relazione scritta e da una perizia d'ufficio che ha confermato l'identità dell'impronta.
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Remissione di querela: cancellati sequestro e lesioni
Un uomo, condannato in appello per rapina, lesioni personali e sequestro di persona, ha proposto ricorso in Cassazione. Durante il procedimento, la persona offesa ha presentato la remissione di querela per i reati di lesioni e sequestro di persona, formalmente accettata dalla difesa dell'imputato. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, disponendo l'annullamento senza rinvio della condanna limitatamente a questi due reati, ormai estinti proprio grazie alla remissione di querela. Di conseguenza, i giudici hanno eliminato la relativa pena di quattro mesi di reclusione e quattrocento euro di multa. Il resto del ricorso, riguardante il reato di rapina, è stato invece dichiarato inammissibile poiché basato su motivi generici e di merito. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Rapina aggravata: incastrato dalle impronte sulla bottiglia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per rapina impropria e rapina aggravata. La difesa contestava l'uso di un coltello durante il secondo colpo, sostenendo un travisamento delle prove basato su filmati inesistenti. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza dell'imputato valorizzando elementi decisivi: la testimonianza attendibile della vittima, il ritrovamento delle sue impronte digitali su una bottiglia d'acqua lasciata vicino alla cassa e il rilevamento della sua auto nei pressi del luogo del delitto. Negate anche le attenuanti generiche e per danno lieve a causa dei precedenti penali dell'uomo.
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Notifica alla persona offesa: obbligatoria anche senza legami
L'Indagato, sottoposto agli arresti domiciliari per rapina aggravata, ha richiesto la revoca della misura cautelare. Il Giudice ha respinto la richiesta perché l'istanza non era stata notificata alle vittime. L'Indagato ha fatto ricorso, sostenendo che la notifica alla persona offesa non fosse necessaria in mancanza di una relazione pregressa con la vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nei reati commessi con violenza alla persona, la notifica alla persona offesa dell'istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare è sempre obbligatoria. Non serve che vi sia un rapporto precedente tra aggressore e vittima, né un pericolo specifico di recidiva verso quest'ultima. L'Indagato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo diventa definitivo
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP per il reato di rapina aggravata. La difesa contestava la sussistenza delle aggravanti, la mancata concessione delle attenuanti generiche e la quantificazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi formali e di legalità della pena. Le contestazioni sollevate, riguardando valutazioni di fatto e la misura della pena concordata, non rientrano nei casi consentiti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari senza indirizzo
L'Indagata, accusata del reato di rapina, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere. La difesa ha contestato la gravità della misura, chiedendo gli arresti domiciliari e lamentando carenze motivazionali sul pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere, evidenziando che il pericolo di reiterazione era concreto e attuale, supportato da gravi indizi e dal riconoscimento della vittima. Inoltre, la difesa non ha fornito prove idonee circa l'esistenza di un domicilio stabile per l'applicazione di misure alternative meno afflittive. Di conseguenza, l'indagata rimane in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: rapina nell’ora di permesso
Un uomo, mentre si trovava in detenzione domiciliare con un permesso di uscita di un'ora, ha tentato una rapina a mano armata in una tabaccheria, camuffandosi e cambiandosi d'abito nei bagni pubblici per sviare le indagini. La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere, dichiarando inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che i gravi indizi di colpevolezza, ricostruiti tramite le telecamere comunali e le testimonianze, giustificano la misura restrittiva. Inoltre, la Corte ha chiarito che lo stato di detenzione per altra causa non esclude il pericolo di reiterazione del reato, poiché i titoli detentivi possono variare nel tempo, rendendo indispensabile un autonomo presidio cautelare per prevenire nuovi illeciti.
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Rapina impropria: il pugno al marito trasforma il furto in condanna
Un uomo, mentre si trovava agli arresti domiciliari, si è impossessato della borsa di una donna e ha colpito con un pugno al volto il marito di quest'ultima per assicurarsi la fuga. Accusato di evasione e rapina impropria, l'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto andasse qualificato come furto o tentata rapina e contestando l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'uso della violenza subito dopo la sottrazione integra pienamente il reato di rapina impropria. La Corte ha inoltre ribadito che l'aumento di pena per la continuazione si applica anche se la recidiva è considerata equivalente alle attenuanti. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Riconoscimento fotografico: condanna definitiva per la rapina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per una donna accusata di rapina aggravata e lesioni personali ai danni di un anziano. L'imputata, insieme a dei complici, aveva aggredito la vittima per rubargli un orologio di valore, causandogli gravi fratture. La difesa contestava l'attendibilità del riconoscimento fotografico effettuato dalla vittima e dai testimoni, sostenendo inoltre che il cellulare dell'imputata si trovasse altrove. I giudici hanno stabilito che il riconoscimento fotografico costituisce una prova atipica pienamente valida e che lo stato di shock iniziale della vittima non inficia la successiva identificazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la colpevolezza della donna.
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Danno di speciale tenuità: la rapina con minaccia non ha sconti
L'Imputato, condannato per il reato di rapina aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La difesa sosteneva che il bene sottratto avesse un valore economico irrisorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel reato di rapina, per la configurabilità dell'attenuante del danno di speciale tenuità non basta il modesto valore economico del bene sottratto. Trattandosi di un reato plurioffensivo, occorre valutare anche la gravità della violenza o della minaccia esercitata sulla vittima, che nel caso specifico consisteva in una grave minaccia di morte. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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