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Art. 628 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 628 Codice Penale

Tentata estorsione: condanna confermata anche dopo le scuse
Due soggetti sono stati condannati per il reato di tentata estorsione aggravata in concorso ai danni del titolare di una discoteca. I due avevano intimato alla vittima di assumere quattro addetti alla sicurezza, affermando che si trattava di un ordine proveniente dal carcere. Nonostante il rifiuto della vittima e le successive scuse di uno dei colpevoli, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la tentata estorsione si configura anche se la vittima non si lascia intimorire, purché la minaccia sia oggettivamente idonea a condizionarla. Inoltre, le scuse successive non integrano la desistenza volontaria né il recesso attivo, poiché la richiesta estorsiva era già stata formulata e il reato non si è consumato solo per il fermo rifiuto del titolare del locale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Estorsione aggravata: cantiere minacciato e ricorso respinto
Un imprenditore edile viene costretto a pagare una somma di denaro per la cosiddetta "messa a posto" del proprio cantiere. L'Imputato, insieme ad altri complici, avanza le richieste estorsive utilizzando minacce gravi, tra cui l'uso di armi da guerra. Condannato in appello, L'Imputato ricorre in Cassazione contestando l'applicazione delle aggravanti e il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano la sussistenza del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla presenza di più persone riunite. La richiesta di "messa a posto" implica di per sé l'uso del metodo mafioso, poiché presuppone il controllo criminale del territorio. Inoltre, il risarcimento offerto è stato ritenuto insufficiente a coprire il grave danno morale subito dalla vittima, escludendo così ogni sconto di pena.
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Dolo di rapina: quando il rancore personale diventa reato
Due imputati hanno pianificato per un anno un'aggressione ai danni di una rivale. Introdottisi nell'abitazione della vittima, l'hanno immobilizzata e minacciata, sottraendole denaro e tentando successivamente di estorcerle altre somme. La Corte d'Appello ha condannato entrambi per rapina e tentata estorsione in concorso. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità della vittima e la sussistenza del dolo di rapina, sostenendo che l'azione derivasse da motivi personali. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il dolo di rapina sussiste pienamente quando vi è la sottrazione di denaro per un profitto economico, anche se l'iniziativa nasce da rancori personali. Inoltre, la lunga pianificazione esclude l'attenuante della provocazione, qualificando l'azione come mera rappresaglia.
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Rapina impropria: il palo risponde anche se resta in auto
Tre soggetti compiono un furto in un circolo sportivo. Dopo aver caricato la refurtiva sul furgone, uno di loro minaccia di morte una passante per garantirsi la fuga. L'autista del furgone attende armato di coltello. La Corte di Cassazione conferma la condanna per rapina impropria consumata e non tentata, poiché i beni erano già usciti dalla disponibilità del proprietario. Inoltre, viene ribadito il concorso nel reato più grave per tutti i partecipanti, compreso l'autista: l'uso della violenza o minaccia è uno sviluppo logico e prevedibile del furto programmato in luogo pubblico. I ricorsi sono dichiarati inammissibili, con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: la pena finale non può essere peggiorata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino condannato per plurime rapine e porto d'armi. Il ricorrente contestava il calcolo della pena effettuato in appello, sostenendo che fosse stato violato il divieto di peggioramento della sanzione (reformatio in peius) e che fosse stato applicato in modo errato l'istituto del reato continuato. I giudici hanno chiarito che, nel rimodulare la pena complessiva unificando i reati sotto il vincolo della continuazione, il giudice può aumentare la sanzione per un singolo reato satellite, purché la pena finale complessiva non risulti superiore a quella precedente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione e settecento euro di multa, respingendo le censure della difesa e ordinando il pagamento delle spese processuali.
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Concorso nel reato di estorsione: condannato anche chi tace
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per estorsione e rapina. L'Imputata aveva minacciato la vittima con una pistola per sottrarle un Rolex, mentre il Coimputato aveva partecipato attivamente alle pressioni psicologiche. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo per il concorso nel reato di estorsione, stabilendo che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto è sufficiente a configurare la complicità se rafforza l'intento criminoso del complice o intimidisce la vittima. Di conseguenza, i giudici hanno confermato le condanne precedenti e inflitto una sanzione pecuniaria ai ricorrenti.
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Legittimo impedimento del difensore ignorato: condanna annullata
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per rapina inflitta a un imputato a causa della violazione del diritto di difesa. I difensori dell'imputato avevano inviato tempestivamente tramite posta elettronica certificata una richiesta di rinvio dell'udienza per legittimo impedimento del difensore. La Corte d'Appello ha tuttavia respinto l'istanza sostenendo erroneamente di non aver ricevuto alcuna comunicazione, procedendo alla discussione e alla decisione del caso. La Suprema Corte ha stabilito che l'omesso rinvio in presenza di un documentato legittimo impedimento del difensore determina la nullità assoluta della sentenza, poiché l'udienza si è svolta senza l'assistenza legale necessaria e ha portato alla decisione finale. Il processo dovrà essere interamente rifatto davanti a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Rapina impropria: lo speronamento dopo il furto costa il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina impropria. L'indagato, dopo aver forzato dei distributori automatici di bevande per rubarne il contenuto, ha speronato l'auto del gestore dell'attività che lo stava inseguendo per assicurarsi la fuga. La difesa sosteneva che l'impatto fosse una manovra difensiva e contestava la gravità delle esigenze cautelari. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la pericolosità del soggetto, desunta dal tentativo di forzare un posto di blocco, dai precedenti penali specifici e dalla mancanza di un lavoro stabile. L'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di rapina: l’esca rischia i domiciliari
Il Tribunale di Bologna confermava la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di concorso nel reato di rapina e tentata estorsione. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo il ruolo marginale del soggetto e la mancanza di prove dirette sulla sua partecipazione attiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ruolo dell'indagato non era affatto marginale, avendo egli attirato la vittima in un'imboscata e partecipato attivamente alle trattative estorsive. La Cassazione ha ribadito che non spetta al giudice di legittimità rivalutare il merito delle prove, ma solo verificare la coerenza logica della motivazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Interdizione dai pubblici uffici: pena ridotta, stop al perpetuo
Il Tribunale di Rimini condannava Il Condannato a cinque anni di reclusione per rapina in concorso, applicando l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e l'interdizione legale. In appello, tramite concordato, la pena veniva ridotta a tre anni e tre mesi di reclusione, ma i giudici omettevano di ricalcolare le pene accessorie. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del difensore, ha stabilito che la riduzione della pena principale sotto i cinque anni impone la sostituzione dell'interdizione perpetua con quella temporanea di cinque anni e la revoca dell'interdizione legale, in quanto priva di base normativa. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la decisione sul punto, rideterminando direttamente l'interdizione dai pubblici uffici in cinque anni ed eliminando l'interdizione legale.
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Porto abusivo di armi e rapina: la Cassazione nega gli sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per rapina, lesioni aggravate e porto abusivo di armi. L'imputato era stato trovato in possesso di uno spray urticante, un coltello, un taglierino e delle forbici, oltre ad aver aggredito una donna causandone la caduta e lesioni fisiche. La difesa contestava la qualificazione dello spray e chiedeva l'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato la condanna, stabilendo che la caduta della vittima era un evento del tutto prevedibile durante l'aggressione. Inoltre, la presenza di altri oggetti da taglio configura pienamente il porto abusivo di armi. Infine, l'attenuante del danno tenue è stata negata a causa della natura plurioffensiva della rapina, che colpisce non solo il patrimonio ma anche la libertà e l'integrità della persona.
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Tentata rapina senza refurtiva: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per un uomo colpevole di rapina consumata e tentata. La difesa sosteneva l'inesistenza del reato di tentata rapina (reato impossibile) poiché l'oggetto del furto non era presente al momento del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tentata rapina è punibile anche se l'oggetto è temporaneamente assente, purché non vi sia un'inesistenza assoluta e originaria del bene. Inoltre, i giudici hanno negato le attenuanti generiche e quella del danno di speciale tenuità, evidenziando la gravità del reato pluroffensivo e il fatto che l'imputato stesse già scontando gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico al momento dei fatti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Tentata rapina aggravata: la fuga della vittima nega la desistenza
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentata rapina aggravata. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'azione si fosse interrotta per desistenza volontaria e che lo stato di ubriachezza dell'uomo avesse escluso l'elemento psicologico del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non può esserci desistenza volontaria se l'azione delittuosa si interrompe solo grazie alla fuga della vittima. Inoltre, lo stato di ubriachezza volontaria non esclude la consapevolezza e la volontà di commettere il reato. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Differenza tra rapina e furto con strappo: il peso della spinta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina e lesioni aggravate nei confronti di un uomo che ha spinto a terra la vittima per strapparle una catenina d'oro. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in furto con strappo e lesioni colpose. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la netta differenza tra rapina e furto con strappo. Nel furto con strappo la violenza è esercitata unicamente sull'oggetto, mentre nella rapina la violenza fisica o la minaccia colpiscono direttamente la persona per vincerne la resistenza. Poiché l'aggressore ha spinto violentemente a terra la vittima intimandole di non muoversi, si configura pienamente il reato di rapina. Anche le lesioni sono state ritenute dolose, in quanto conseguenza diretta di una deliberata aggressione alle spalle. L'aggressore perde il ricorso e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Contestazioni dibattimentali: se la vittima tace la prova resta
Due soggetti sono stati condannati per rapina e lesioni aggravate dopo aver aggredito la vittima con una sbarra di ferro per sottrarle il portafogli. In sede di incidente probatorio, la vittima ha mostrato reticenza, dichiarando di non ricordare i fatti per ridimensionare l'accusa. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'uso delle precedenti dichiarazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la validità delle contestazioni dibattimentali ex art. 500 c.p.p. quando il testimone finge di non ricordare per ritrattare implicitamente. La colpevolezza è stata confermata anche grazie a prove oggettive come le lesioni e il rinvenimento dell'arma sporca di sangue.
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Rapina di notte: la minorata difesa fa scattare la condanna
L'Imputato è stato condannato per rapina e lesioni aggravate ai danni di una vittima. La polizia ha trovato la refurtiva addosso all'uomo, mentre i medici hanno certificato le ferite della persona offesa. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la qualificazione del reato e l'applicazione dell'aggravante della minorata difesa per aver agito di notte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che commettere una rapina di notte configura l'aggravante della minorata difesa, poiché l'oscurità ostacola concretamente la possibilità di difendersi o di ricevere soccorso. Di conseguenza, la condanna a due anni e sei mesi di reclusione è stata confermata, con l'aggiunta di una sanzione pecuniaria a carico del ricorrente.
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Rapina aggravata in concorso: la recidiva blocca gli sconti di pena
Due imputati, condannati in appello per rapina aggravata in concorso, lesioni e furti, hanno proposto ricorso in Cassazione. La difesa contestava il mancato bilanciamento favorevole delle attenuanti generiche rispetto alla recidiva e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la presenza della recidiva reiterata impedisce per legge la prevalenza delle attenuanti generiche. Inoltre, la pena era già stata fissata vicino ai minimi edittali. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva reiterata: aumento pena senza precedenti formali
L'Imputato, condannato per rapina aggravata, ha impugnato la sentenza contestando l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa sosteneva che tale aggravante richiedesse una precedente e formale dichiarazione di recidiva in una passata condanna definitiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per configurare la recidiva reiterata è sufficiente che il soggetto, al momento del nuovo reato, abbia accumulato più condanne definitive che dimostrino una sua maggiore pericolosità sociale. Non serve un precedente riconoscimento formale nei vecchi giudizi, ma basta una specifica valutazione del giudice sulla condotta complessiva del reo.
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Da furto a rapina impropria: la violenza per fuggire costa cara
Il Ricorrente veniva condannato per tentata rapina e lesioni aggravate dopo aver sottratto merce da un negozio e aver strattonato una guardia giurata per fuggire. La difesa contestava la regolarità del giudizio direttissimo e l'integrazione del reato di rapina impropria, sostenendo la mancanza di dolo specifico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza subito dopo il furto, finalizzato a evitare l'arresto o la denuncia, configura pienamente il reato di rapina impropria. Inoltre, eventuali vizi del rito direttissimo sono sanati dalla richiesta di rito abbreviato. Il Ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: cantiere o casa? La Cassazione decide
Un uomo si è introdotto in un immobile in ristrutturazione per rubare attrezzi da cantiere del valore di 1.500 euro. Il Tribunale ha applicato la custodia in carcere per il reato di furto in abitazione. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che un edificio disabitato per lavori non potesse considerarsi privata dimora. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la ristrutturazione dimostra il legame stabile del proprietario con la casa e la sua volontà di escludere terzi. Di conseguenza, anche se temporaneamente disabitata, l'abitazione in ristrutturazione mantiene la tutela penale della privata dimora, confermando la gravità del reato e la misura cautelare per l'autore del furto.
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