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Art. 390 Codice di Procedura Civile — Anno 2023

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Altri anni per Art. 390 Codice di Procedura Civile

Rinuncia al ricorso: addio a 200mila euro ma spese salvate
Il caso nasce dalla richiesta di una dipendente comunale che pretendeva oltre duecentomila euro per lo svolgimento di mansioni dirigenziali superiori rispetto al suo inquadramento formale. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, le parti hanno raggiunto un accordo amichevole. La ricorrente ha quindi presentato formale rinuncia al ricorso e il Comune ha accettato la compensazione delle spese legali. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando la compensazione delle spese e stabilendo che non è dovuto il raddoppio del contributo unificato, chiudendo definitivamente la vicenda senza vincitori né vinti.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: stop alla lite da un milione
Una società proprietaria di un complesso immobiliare ha concesso in affitto la propria azienda a un'altra società, poi fallita. A causa dell'inadempimento della proprietaria, il contratto è stato risolto e la stessa è stata condannata a restituire la cauzione e rimborsare i lavori di manutenzione. La proprietaria ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, ha presentato formale rinuncia al ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio senza applicare il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione non si applica in caso di rinuncia spontanea.
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Cessione di ramo d’azienda: l’azienda paga anche se non riassume
Un lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro il datore di lavoro originario per il pagamento degli stipendi arretrati. La richiesta nasceva dalla mancata riammissione in servizio dopo che il giudice aveva annullato la cessione di ramo d'azienda verso un'altra società. La Corte d'Appello ha confermato che il datore originario, una volta costituito in mora, deve pagare le retribuzioni e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare temporaneamente per l'acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha poi depositato una formale rinuncia, accettata dal lavoratore. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, confermando l'obbligo di pagamento a carico dell'azienda.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendi dovuti senza riammissione
Una lavoratrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'azienda originaria per il pagamento delle retribuzioni dovute dopo l'annullamento giudiziale della cessione di ramo d'azienda. L'azienda non l'aveva riammessa in servizio nonostante la decisione dei giudici. La Corte d'Appello ha confermato il diritto della lavoratrice a ricevere gli stipendi e non un semplice risarcimento. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, ha depositato un atto di rinuncia formale accettato dalla lavoratrice. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, compensando le spese di giudizio tra le parti come concordato.
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Computo dell’apprendistato: l’azienda rinuncia e i dipendenti vincono
I Lavoratori hanno ottenuto il riconoscimento dell'anzianità di servizio includendo il computo dell'apprendistato, superando le limitazioni del contratto collettivo. L'Azienda ha impugnato la decisione in Cassazione, ma ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dai dipendenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando che la rinuncia non comporta il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo nei casi di rigetto o inammissibilità. La decisione di merito favorevole ai dipendenti diventa così definitiva.
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Cessione di ramo d’azienda: stipendi dovuti senza riassunzione
Una lavoratrice ha ottenuto l'accertamento dell'illegittimità della cessione di ramo d'azienda effettuata dalla sua ex società datrice di lavoro. Dopo aver costituito in mora l'azienda, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni maturate tramite decreto ingiuntivo, confermato in appello. I giudici hanno stabilito che, una volta messa in mora l'azienda, questa deve pagare gli stipendi reali (natura retributiva) e non un mero risarcimento, anche se la lavoratrice ha continuato a lavorare temporaneamente per l'impresa acquirente. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dalla lavoratrice. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio con compensazione delle spese di lite.
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Cessione di ramo d’azienda nulla: stipendi dovuti senza riassunzione
Il caso nasce dall'annullamento giudiziale della cessione di ramo d'azienda da un'azienda cedente a un'altra. Il Lavoratore, non riammesso in servizio dall'azienda originaria nonostante l'annullamento, ha ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni non pagate. I giudici di merito hanno stabilito che, dopo la messa in mora, l'azienda originaria deve pagare gli stipendi e non un semplice risarcimento, anche se il dipendente ha continuato a lavorare per l'impresa cessionaria. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma ha successivamente rinunciato. La Suprema Corte ha dichiarato estinto il processo per rinuncia accettata.
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Cessione di ramo d’azienda: scontro sulle retribuzioni e rinuncia
Un lavoratore ha contestato la cessione di ramo d'azienda ritenendola illegittima. Il Tribunale ha ordinato il ripristino del rapporto di lavoro con l'azienda cedente. Il lavoratore ha poi ottenuto un decreto ingiuntivo per le retribuzioni maturate dopo la sentenza, nonostante avesse continuato a lavorare in via provvisoria per la società cessionaria. La Corte d'Appello ha confermato il diritto del lavoratore a ricevere le retribuzioni dall'azienda cedente costituita in mora. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima della decisione, ha depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dal lavoratore. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo con compensazione delle spese.
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Trasferimento interprovinciale docenti: la cattedra contesa
Una docente della scuola pubblica ha impugnato l'esito della mobilità per l'anno scolastico 2016/2017. L'insegnante lamentava il mancato trasferimento interprovinciale docenti verso la sede preferita, assegnata invece a colleghi con punteggio inferiore. La Corte di Cassazione ha rilevato che la causa coinvolge direttamente i diritti degli altri docenti assegnatari dei posti ambiti. Di conseguenza, si configura un'ipotesi di litisconsorzio necessario, ovvero la presenza obbligatoria di tutti gli interessati nel processo. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza d'appello. Il giudizio deve ricominciare dal primo grado per integrare il contraddittorio con tutti i controinteressati.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite se l’atto è nullo
Una società contribuente ha proposto ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Cassazione favorevole al Fisco. Nelle more del giudizio, gli avvisi di accertamento originari sono stati definitivamente annullati in sede di rinvio. Venuto meno l'interesse a proseguire la causa, la società ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte, applicando le semplificazioni introdotte dalla riforma Cartabia, ha dichiarato l'estinzione del giudizio senza necessità di accettazione della controparte e senza alcuna condanna alle spese, poiché l'Agenzia delle Entrate non ha svolto attività difensiva.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle liti inutili
Una Società ha proposto ricorso per revocazione contro un'ordinanza della Corte di Cassazione. Nel frattempo, gli avvisi di accertamento originari sono stati annullati nel giudizio di rinvio, eliminando l'interesse a proseguire la causa. La Società ha quindi presentato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte, applicando le nuove regole introdotte dalla Riforma Cartabia (D.Lgs. n. 149/2022), ha stabilito che per l'efficacia della rinuncia non è più necessario il visto della controparte, qualora l'udienza non fosse ancora fissata al 28 febbraio 2023. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio senza alcuna condanna alle spese, poiché l'Agenzia delle Entrate non ha svolto attività difensiva.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: stop senza raddoppio tasse
Una complessa controversia sull'affitto di un ramo d'azienda tra l'Affittuaria e l'Affittante giunge davanti alla Corte di Cassazione. Prima della decisione di merito, l'Affittuaria deposita telematicamente una formale dichiarazione di rinuncia. La Suprema Corte accoglie la richiesta e dichiara l'estinzione del processo. I giudici chiariscono inoltre che la rinuncia al ricorso in Cassazione non comporta il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo in caso di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione. Non essendoci stata attività difensiva da parte dell'Affittante, la Corte non provvede sulle spese di giudizio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: fisco battuto e lite estinta
Una società contribuente ha proposto ricorso per revocazione contro una decisione della Cassazione favorevole all'Agenzia delle Entrate. Successivamente, nel parallelo giudizio di rinvio, i giudici di merito hanno annullato definitivamente gli avvisi di accertamento originari. Di conseguenza, la società ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione per sopravvenuta carenza di interesse. La Suprema Corte, applicando le nuove norme del codice di procedura civile sul processo tributario, ha dichiarato l'estinzione del giudizio senza alcuna condanna alle spese, poiché l'amministrazione finanziaria non si era costituita in questa fase.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite col Fisco
Una contribuente, titolare di una ditta individuale, ha impugnato un avviso di accertamento per imposte non pagate. Dopo le decisioni sfavorevoli nei primi due gradi di giudizio, l'imprenditrice ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, avendo estinto interamente il debito tributario tramite un piano di rateizzazione, la contribuente ha depositato una formale rinuncia al ricorso per cassazione, notificandola direttamente all'Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa volontà e ha dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese tra le parti ed escludendo il raddoppio del contributo unificato.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla causa senza sanzioni
Un dipendente pubblico impugna la decisione della Corte d'Appello che aveva respinto la sua richiesta di trasferimento per mobilità. Successivamente, prima dell'udienza di discussione, il lavoratore presenta una formale rinuncia al ricorso per cassazione, regolarmente firmata e notificata all'amministrazione. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del giudizio. I giudici chiariscono che la rinuncia è un atto unilaterale non accettizio, che non richiede l'approvazione della controparte per essere efficace. Di conseguenza, le spese di giudizio vengono compensate tra le parti. Inoltre, la Corte esclude l'obbligo di versare il raddoppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo in caso di rigetto o inammissibilità del ricorso, e non quando il processo si estingue per rinuncia.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: estinzione senza spese
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale che aveva respinto l'opposizione alla liquidazione dei compensi a favore del Consulente Tecnico d'Ufficio. Prima dell'udienza, il Ricorrente ha presentato formale rinuncia al ricorso in Cassazione, e il Professionista ha accettato tale rinuncia. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio. Poiché vi è stata l'accettazione della controparte, la Corte non ha pronunciato alcuna condanna alle spese di giudizio, confermando che la rinuncia al ricorso in Cassazione è un atto unilaterale che estingue il processo a prescindere dall'accettazione, ma l'adesione della controparte evita la condanna alle spese.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite sui debiti
Un creditore ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Biella che aveva confermato l'omologazione del piano del consumatore proposto da una debitrice. Successivamente, il creditore ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte, preso atto della volontà della parte, ha dichiarato l'estinzione del giudizio ai sensi degli articoli 390 e 391 del codice di procedura civile. Considerata la complessità e la novità delle questioni giuridiche sollevate, i giudici hanno deciso di compensare interamente le spese di lite tra le parti, che dovranno quindi farsi carico dei propri costi di difesa senza ulteriori pendenze reciproche.
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Danno alla professionalità: dal risarcimento alla rinuncia
Il Lavoratore ha agito in giudizio contro l'Azienda per ottenere il risarcimento del danno alla professionalità derivante da demansionamento. La Corte d'Appello ha accertato la dequalificazione e ha condannato l'Azienda a risarcire il dipendente con una somma pari al 50% delle retribuzioni. Il Lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, ma successivamente ha presentato formale rinuncia al ricorso ai sensi dell'articolo 390 del codice di procedura civile. L'Azienda ha aderito alla rinuncia e l'ente assicuratore ha ricevuto regolare notifica. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia senza entrare nel merito dei motivi di ricorso.
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Rinuncia al ricorso: l’Ente pubblico si arrende e i cittadini vincono
Una Pubblica Amministrazione ha proposto ricorso per cassazione contro alcuni Cittadini e una Società Cooperativa in merito a una controversia di pagamento. Successivamente, l'ente pubblico ha depositato un formale atto di rinuncia al ricorso. I controricorrenti hanno accettato tale rinuncia. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio per intervenuta rinuncia al ricorso, stabilendo che non vi è luogo a provvedere sulle spese di lite, come previsto dalla legge in caso di accettazione della controparte. Di conseguenza, il processo si conclude senza una decisione sul merito della vicenda e senza condanna alle spese.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite sull’usucapione
Due privati hanno proposto ricorso in Cassazione contro il fallimento di un imprenditore per ottenere l'usucapione di un terreno, dopo il rigetto della domanda nei precedenti gradi di giudizio. A seguito della proposta di definizione agevolata per manifesta infondatezza, le parti hanno deciso di trovare un accordo transattivo. Entrambe le parti hanno depositato formale atto di rinuncia ai rispettivi atti difensivi con compensazione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. La rinuncia al ricorso per cassazione ha evitato l'applicazione della sanzione del raddoppio del contributo unificato, poiché l'estinzione non ha natura sanzionatoria.
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