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Art. 390 Codice di Procedura Civile — Anno 2022

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Altri anni per Art. 390 Codice di Procedura Civile

Scorrimento della graduatoria: la rinuncia chiude il caso
Una candidata, classificatasi ottava in un concorso pubblico per dirigente medico esteso a sette posti, ha richiesto l'assunzione rivendicando lo scorrimento della graduatoria dopo le dimissioni di un vincitore durante il periodo di prova. I giudici di merito hanno respinto la domanda, ritenendo che l'assunzione iniziale avesse esaurito gli effetti del bando. La candidata ha proposto ricorso in Cassazione, ma successivamente ha depositato un formale atto di rinuncia, accettato dall'azienda ospedaliera. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, senza condanna alle spese, confermando che la rinuncia accettata chiude il processo senza esaminare il merito della questione relativa allo scorrimento della graduatoria.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: chi abbandona paga le spese
Una società cooperativa e un privato propongono ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Corte di Cassazione. Successivamente, i ricorrenti presentano formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. Tuttavia, la parte controricorrente non sottoscrive l'accettazione di tale rinuncia. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del giudizio per intervenuta rinuncia, ma applica l'articolo 391 del codice di procedura civile. Di conseguenza, i giudici condannano i ricorrenti a pagare in solido le spese del processo, liquidate in cinquemila euro oltre accessori di legge. La decisione stabilisce che la mancata accettazione firmata della controparte impone la regolamentazione delle spese a carico di chi rinuncia.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia dell’azienda salva il posto
Una lavoratrice del settore aereo impugna il proprio licenziamento, intimato all'esito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara l'illegittimità del provvedimento, rilevando l'esistenza di un unico centro di imputazione tra la società datrice di lavoro e un'altra azienda del gruppo. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi doveva comprendere i dipendenti di entrambe le società. La Corte d'Appello ordina quindi la reintegrazione e il risarcimento del danno. Le società ricorrono in Cassazione ma successivamente notificano la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo e condanna le aziende al pagamento delle spese legali. La sentenza d'appello passa così in giudicato, confermando la reintegrazione della lavoratrice.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia e paga le spese
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dalla propria azienda, sostenendo che la selezione dei dipendenti da licenziare dovesse considerare anche un'altra società del gruppo, configurando un unico centro di imputazione. La Corte d'Appello le dà ragione, ordinando la reintegrazione e il risarcimento. Le società del gruppo propongono ricorso in Cassazione ma, successivamente, notificano la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara quindi estinto il processo per rinuncia, confermando di fatto la decisione d'appello favorevole alla lavoratrice. Le aziende rinuncianti vengono inoltre condannate al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore della lavoratrice, non avendo quest'ultima accettato la rinuncia senza spese.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia aziendale salva il posto
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dalla sua società datrice di lavoro. La Corte d'Appello dichiara l'illegittimità del recesso, accertando un unico centro di imputazione tra due società del gruppo. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi doveva comprendere i dipendenti di entrambe le aziende. La Corte d'Appello ordina la reintegrazione e il risarcimento. Le società propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente vi rinunciano. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per rinuncia e condanna le società al pagamento delle spese legali in favore della lavoratrice. La decisione d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo diventa così definitiva, confermando la vittoria della lavoratrice.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Un lavoratore è stato licenziato nell'ambito di una procedura di licenziamento collettivo avviata dalla sua azienda. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il provvedimento perché la platea dei lavoratori da considerare doveva includere anche i dipendenti di un'altra società del gruppo, configurando un unico centro di imputazione. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, ma ha successivamente notificato la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo, confermando l'illegittimità del licenziamento e condannando l'azienda al pagamento delle spese legali.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia aziendale dà la vittoria
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dalla sua azienda. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il provvedimento, rilevando un unico centro di imputazione tra due società del gruppo e ordinando la reintegrazione. La platea dei lavoratori andava infatti calcolata sull'intero gruppo e non solo sulla singola società formale. Le aziende propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente vi rinunciano. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per rinuncia, confermando in via definitiva l'illegittimità del licenziamento collettivo e condannando le società al pagamento delle spese processuali, ritenendo comunque infondati i motivi di ricorso presentati.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al processo senza spese
Una società ha proposto ricorso in Cassazione contro un'altra azienda. Successivamente, la società ricorrente ha depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione, che è stata regolarmente accettata dalla controparte. La Corte di Cassazione ha chiarito che la rinuncia accettata determina l'estinzione del processo. Per quanto riguarda le spese di lite, l'accettazione della controparte consente al giudice di non condannare la parte rinunciante al rimborso delle spese altrui. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato estinto il giudizio e ha disposto la compensazione delle spese tra le parti, stabilendo che ognuna paghi i propri costi di difesa.
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Rinuncia al ricorso: il datore cede e la colf vince 100mila euro
Una collaboratrice domestica ha ottenuto nei primi due gradi di giudizio il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e la condanna dei datori di lavoro al pagamento di oltre centomila euro per differenze retributive. I datori di lavoro hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e l'inquadramento contrattuale. Tuttavia, prima della decisione della Suprema Corte, il difensore dei ricorrenti ha depositato una formale rinuncia al ricorso, regolarmente accettata dalla controparte. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando in via definitiva la pronuncia di appello favorevole alla lavoratrice, senza alcuna condanna alle spese per questa fase del processo.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: Ministero sconfitto
Il Ministero della Salute ha impugnato una sentenza d'appello che lo condannava a pagare un indennizzo a favore di una cittadina. Tuttavia, dopo aver notificato l'atto, il Ministero non ha depositato il ricorso in cancelleria entro il termine perentorio di venti giorni. La cittadina ha quindi depositato il proprio controricorso chiedendo che venisse dichiarata l'improcedibilità. La Corte di Cassazione ha confermato che il mancato deposito tempestivo determina l'improcedibilità del ricorso per cassazione, rilevabile anche d'ufficio. Nonostante la successiva rinuncia della cittadina al giudizio, la Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso, disponendo la compensazione delle spese di giudizio tra le parti a causa del disinteresse manifestato.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo batte la lite
L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso contro la Società Contribuente e l'Agente della Riscossione. Successivamente, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo che prevedeva la rinuncia al contenzioso. Nonostante un iniziale errore materiale nell'indicazione del numero della cartella di pagamento, le parti hanno chiarito l'equivoco con una nota comune. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione, preso atto del mancato sbarramento della controparte e della sussistenza dei presupposti legali, ha dichiarato inammissibile il ricorso, disponendo la compensazione delle spese di giudizio.
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Definizione agevolata: ricorso inammissibile ma spese salve
Una contribuente ha impugnato una cartella di pagamento per sanzioni IVA. Durante il giudizio di Cassazione, la contribuente ha aderito alla definizione agevolata dei debiti tributari, chiedendo l'estinzione del processo. Tuttavia, l'atto di rinuncia non è stato regolarmente notificato all'Agenzia delle Entrate. La Corte di Cassazione ha stabilito che, sebbene la mancata notifica impedisca l'estinzione formale del processo, la richiesta dimostra comunque il venir meno dell'interesse della contribuente a proseguire la causa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, disponendo la compensazione totale delle spese di giudizio ed escludendo il pagamento del doppio contributo unificato.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite sul fisco
Una società impugnava l'avviso di rettifica dell'imposta di registro emesso dall'Agenzia delle Entrate, che aveva ricalcolato il valore dell'avviamento aziendale. Successivamente, la società ha depositato formale rinuncia al ricorso per cassazione, chiedendo la compensazione delle spese di lite. La Corte di Cassazione, preso atto della volontà della ricorrente e della notifica all'ufficio finanziario, ha dichiarato l'estinzione del giudizio ai sensi dell'articolo 390 del codice di procedura civile, disponendo che ciascuna parte sostenga le proprie spese di difesa.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop al doppio contributo
Un Comune e il suo ente di riscossione hanno impugnato la decisione che dimezzava un accertamento ICI su un terreno edificabile. Successivamente, i ricorrenti hanno depositato una formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il giudizio. I giudici hanno chiarito che, in caso di rinuncia, non si applica il raddoppio del contributo unificato. Questa misura sanzionatoria si applica infatti solo nei casi tipici di rigetto, inammissibilità o improcedibilità dell'impugnazione, non potendo essere estesa per analogia a causa della sua natura eccezionale.
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Rinuncia al ricorso: si estingue la causa senza doppia tassa
Un lavoratore ha impugnato il proprio licenziamento, ma i giudici di merito hanno respinto la domanda dichiarando nullo il contratto di lavoro originario. Durante il successivo giudizio in Cassazione, il lavoratore ha presentato una formale rinuncia al ricorso, accettata dall'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio con compensazione delle spese. I giudici hanno chiarito che la rinuncia al ricorso non comporta l'obbligo di pagare il doppio del contributo unificato, poiché tale sanzione si applica solo nei casi di inammissibilità originaria dell'impugnazione e non per cause sopravvenute come l'estinzione consensuale.
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Licenziamento collettivo: l’accordo cancella il ricorso
Un'azienda ha avviato una procedura di mobilità sfociata nel licenziamento collettivo di nove dipendenti. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimi i licenziamenti a causa di gravi vizi di comunicazione alle autorità e ai sindacati, condannando l'azienda a risarcire i lavoratori con diciotto mensilità. La società ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima dell'udienza, ha depositato un atto di formale rinuncia al ricorso, accettato dai lavoratori con accordo di compensazione delle spese. La Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il processo per rinuncia, rendendo definitiva la condanna risarcitoria a carico dell'azienda.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: stop alla lite senza spese
Gli eredi di una ricorrente deceduta hanno depositato un atto di rinuncia al ricorso in Cassazione. La controparte ha accettato tale dichiarazione. La Corte di Cassazione ha chiarito che la rinuncia al ricorso in Cassazione è un atto unilaterale recettizio che estingue il processo in modo automatico, senza necessità di accettazione altrui. L'adesione della controparte rileva esclusivamente per escludere la condanna alle spese del rinunciante. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio senza alcuna statuizione sulle spese legali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alle spese per gli eredi
Gli eredi del Ricorrente, subentrati a seguito del suo decesso, hanno presentato formale atto di rinuncia al ricorso per cassazione. Il Controricorrente ha accettato espressamente tale rinuncia. La Corte di Cassazione ha preso atto dell'accordo tra le parti e ha dichiarato l'estinzione del giudizio. In base alle norme del codice di procedura civile, l'accettazione della rinuncia da parte del controricorrente evita la condanna al pagamento delle spese legali. Di conseguenza, il processo si chiude definitivamente senza vincitori né vinti e ciascuna parte sostiene le proprie spese.
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Distanze legali tra edifici: accordo cancella la causa
Una proprietaria di locali commerciali ha citato in giudizio una società edile per la violazione delle distanze legali tra edifici, poiché la società aveva costruito un fabbricato a soli 102 centimetri dal confine. La società sosteneva che il piano di recupero urbanistico approvato dal Comune consentisse di derogare alle distanze minime. Dopo alterne vicende nei primi due gradi di giudizio, la proprietaria ha proposto ricorso in Cassazione. Prima della decisione finale, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo amichevole. Di conseguenza, la proprietaria ha depositato la rinuncia formale al ricorso. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia senza una decisione sul merito, con compensazione di fatto delle spese legali.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla causa senza spese
Il Richiedente asilo propone ricorso in Cassazione contro il rigetto della sua domanda di protezione internazionale. Prima dell'udienza, il Richiedente presenta una formale rinuncia al ricorso per cassazione, firmata insieme al proprio avvocato. La Suprema Corte, preso atto della regolare dichiarazione, dichiara l'estinzione del processo per rinuncia ai sensi dell'articolo 390 del codice di procedura civile, senza alcuna condanna alle spese poiché la controparte non ha svolto attività difensiva.
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