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Art. 38 Costituzione

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Previdenza complementare: no al rimborso diretto al lavoratore
Tre lavoratori hanno fatto causa al proprio datore di lavoro e all'azienda committente per ottenere la restituzione delle somme trattenute in busta paga e mai versate al fondo di previdenza complementare a cui avevano aderito. Dopo aver revocato la delega al versamento, i dipendenti pretendevano il pagamento diretto di tali importi. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dei lavoratori, stabilendo che le somme destinate alla previdenza complementare hanno natura previdenziale e non retributiva. Di conseguenza, il lavoratore non ha diritto a ricevere direttamente queste somme, ma può solo pretendere che il datore di lavoro le versi al fondo pensionistico o, in alternativa, chiedere il risarcimento del danno subito.
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Contributi previdenziali socio accomandante: il bivio dei giudici
Un socio accomandante si è opposto alla richiesta dell'INPS di pagare i contributi previdenziali calcolati anche sul reddito derivante dalla sua partecipazione in una società in accomandita semplice. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittima la pretesa dell'ente previdenziale. Davanti alla Corte di Cassazione, i giudici hanno rilevato un profondo contrasto interpretativo all'interno della giurisprudenza di legittimità: una tesi ritiene dovuti i contributi su tali redditi, mentre un'altra tesi lo esclude. Per risolvere questo contrasto sulla questione dei contributi previdenziali socio accomandante, la sesta sezione civile ha rimesso la causa alla quarta sezione per una decisione definitiva.
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Contribuzione volontaria: il ritardo di pochi giorni non la cancella
Un ex dipendente, ammesso alla contribuzione volontaria presso il Fondo Gas, ha pagato in ritardo di soli cinque giorni un bollettino trimestrale. L'Ente Previdenziale ha quindi annullato l'intera iscrizione del lavoratore al fondo, sostenendo la sua decadenza dal beneficio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che il ritardo nel pagamento di una singola rata non comporta la perdita del diritto alla contribuzione volontaria o alla pensione. L'unica conseguenza del versamento tardivo è l'inefficacia della copertura per quel singolo trimestre, con il conseguente diritto del lavoratore a ricevere il rimborso delle somme pagate in ritardo. Vince il lavoratore, che mantiene il diritto a proseguire i versamenti.
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Previdenza complementare: il datore paga dove ha sede il fondo
Un fondo di previdenza complementare ha chiesto un decreto ingiuntivo contro un'azienda per il pagamento di contributi omessi. L'azienda ha eccepito l'incompetenza territoriale, sostenendo che la causa dovesse essere radicata presso la propria sede. Il Tribunale ha accolto l'eccezione, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che per le controversie relative ai contributi dovuti dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare si applica il foro speciale. Di conseguenza, il giudice competente per territorio è quello del luogo in cui ha sede l'ente creditore che gestisce i contributi, e non quello della sede dell'azienda debitrice. Il ricorso del fondo è stato quindi accolto, confermando la competenza del Tribunale di Roma.
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Contributo soggettivo avvocati: solidarietà batte pro rata
Un avvocato in pensione, che ha continuato a esercitare la professione, ha contestato le pretese della Cassa Forense sul pagamento del contributo soggettivo avvocati e sul calcolo dei supplementi di pensione oltre il quinto anno dal pensionamento. Il professionista sosteneva che i contributi versati dovessero incrementare la sua pensione in base al principio del pro rata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il sistema previdenziale forense si fonda sul principio di solidarietà categoriale. Di conseguenza, non esiste un diritto automatico all'incremento della pensione per ogni contributo versato dopo il pensionamento, e l'obbligo contributivo resta valido per garantire la sostenibilità del sistema comune. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Tassazione separata del TFR: il fisco perde contro la regione
Un ex dipendente di un ente regionale siciliano, andato in pensione nel 2011, ha richiesto il rimborso delle maggiori imposte pagate sulla liquidazione. Il contribuente pretendeva l'applicazione della legge regionale siciliana n. 21/2003, che prevede un abbattimento fiscale del 50% sulle somme maturate fino al 2003 e del 26,04% su quelle successive. L'Amministrazione Finanziaria aveva invece applicato l'aliquota meno favorevole del 26,04% sull'intero importo. Dopo il silenzio-rifiuto del fisco, i giudici di merito hanno dato ragione al pensionato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'ufficio fiscale. I giudici hanno stabilito che la norma regionale tutela legittimamente i diritti quesiti nel passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, confermando il diritto alla corretta tassazione separata del TFR.
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NASpI lavoratori marittimi: diritto e regole UE
La Corte d'Appello conferma il diritto alla NASpI lavoratori marittimi per i residenti in Italia imbarcati su navi comunitarie. Anche se i contributi non sono stati versati in Italia, il Regolamento UE 883/2004 stabilisce che la prestazione deve essere erogata dallo Stato di residenza.
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Pensione spettacolo: vince l’INPS sul massimale pensionabile
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Istituto Previdenziale contro la decisione che escludeva l'applicazione del massimale pensionabile per un lavoratore dello spettacolo. Il Lavoratore chiedeva la riliquidazione del supplemento di pensione per la quota B (anzianità post 1992) senza il limite del tetto massimo giornaliero previsto dalla legge speciale. I giudici di legittimità hanno chiarito che il massimale pensionabile previsto dal d.P.R. n. 1420/1971 rimane pienamente operativo e non è stato abrogato. La Cassazione ha ribadito che non esiste un principio di necessaria corrispondenza tra i contributi versati e l'importo della pensione erogata, poiché il sistema previdenziale risponde a logiche di solidarietà collettiva e non di pura corrispettività commerciale. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Massimale pensionabile: la Cassazione taglia i supplementi ENPALS
Un Lavoratore dello spettacolo ha chiesto all'INPS la riliquidazione dei supplementi di pensione maturati presso la gestione ex ENPALS. Il Lavoratore sosteneva che per la quota di pensione successiva al 1992 non si dovesse applicare il limite massimo di retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello gli ha dato ragione, ma l'INPS ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che il massimale pensionabile previsto dalla legge speciale per i lavoratori dello spettacolo è pienamente operativo anche per la quota B della pensione. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per ricalcolare la pensione applicando il tetto massimo.
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Massimale pensionabile: l’INPS vince contro la lavoratrice
Una lavoratrice dello spettacolo ha chiesto la riliquidazione della propria pensione ex ENPALS, sostenendo che per la quota B non si dovesse applicare il limite massimo alla retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ma l'INPS ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che il massimale pensionabile previsto dalla legge speciale per i lavoratori dello spettacolo rimane pienamente operativo anche per le anzianità maturate dopo il 1992. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza d'appello e ha rinviato la causa per una nuova decisione conforme a questo principio, confermando la legittimità del tetto pensionistico.
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Spettacolo e contributi: si applica il massimale pensionabile
Un pensionato dello spettacolo chiedeva la riliquidazione dei propri supplementi di pensione maturati presso la gestione ex ENPALS, pretendendo che non venisse applicato il massimale pensionabile previsto dalla legge. La Corte d'Appello accoglieva la domanda, ma l'INPS ricorreva in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che per il calcolo della quota B di pensione dei lavoratori dello spettacolo iscritti prima del 1995 si applica il limite massimo della retribuzione giornaliera pensionabile. Non esiste infatti un principio di necessaria corrispondenza tra contributi versati e prestazioni erogate. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Massimale pensionabile: l’INPS blocca il ricalcolo della pensione
Un lavoratore dello spettacolo ha chiesto la riliquidazione della propria pensione ex ENPALS senza l'applicazione del limite massimo alla retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ma l'INPS ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che il massimale pensionabile previsto dalla legge si applica anche alla quota B della pensione per i lavoratori dello spettacolo iscritti prima del 1995. La Corte ha chiarito che non esiste un principio di necessaria corrispondenza tra i contributi versati e la pensione erogata, respingendo i dubbi di costituzionalità. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Massimale pensionabile: l’INPS blocca il ricalcolo dei lavoratori
Un lavoratore dello spettacolo ha chiesto la riliquidazione della propria pensione senza l'applicazione del limite massimo alla retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, escludendo il tetto per la quota di pensione maturata dopo il 1992. L'INPS ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che il massimale pensionabile previsto dalla legge speciale del 1971 si applica anche alla quota B della pensione per i lavoratori dello spettacolo iscritti prima del 1995. Non esiste infatti un principio di necessaria corrispondenza totale tra contributi versati e pensione erogata. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Massimale pensionabile: INPS vince sul ricalcolo del lavoratore
Un lavoratore dello spettacolo ha chiesto il ricalcolo della propria pensione ex ENPALS senza l'applicazione del limite massimo alla retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, escludendo il tetto per la quota di pensione maturata dopo il 1992. L'INPS ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, stabilendo che il massimale pensionabile si applica anche alla cosiddetta Quota B della pensione per i lavoratori dello spettacolo iscritti prima del 1995. La Suprema Corte ha chiarito che questo limite non è stato abrogato e serve a garantire l'equilibrio del sistema previdenziale, respingendo i dubbi di costituzionalità. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Pensione di vecchiaia: riforme e diritti dei professionisti
Un professionista ha contestato il calcolo della propria pensione di vecchiaia effettuato dalla Cassa di previdenza degli ingegneri e architetti. Il lavoratore riteneva illegittimo il nuovo regolamento della Cassa, che limitava la conservazione delle vecchie regole di calcolo a chi avesse maturato i requisiti entro tre anni dalla riforma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che non esiste un diritto acquisito a un determinato metodo di calcolo prima del pensionamento, ma solo un'aspettativa. La riforma della Cassa rispetta i principi di sostenibilità finanziaria e di solidarietà intergenerazionale. Di conseguenza, il professionista ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Neutralizzazione della contribuzione dannosa: stop ai tagli INPS
Un pensionato ha contestato la ricalcolazione della propria pensione di vecchiaia operata dall'Istituto Previdenziale, che aveva ridotto l'importo mensile a causa di una minore contribuzione in un determinato periodo lavorativo. Il pensionato ha richiesto l'applicazione della neutralizzazione della contribuzione dannosa per escludere dal calcolo i mesi a retribuzione ridotta, avendo già maturato i requisiti minimi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il principio di neutralizzazione si applica anche alle pensioni liquidate interamente con il sistema retributivo dopo il 1992. Tuttavia, l'esclusione è possibile solo se i contributi contestati sono superflui, cioè non necessari per raggiungere il diritto alla pensione. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per verificare questo specifico requisito.
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Riliquidazione della pensione: la decadenza non cancella il diritto
Un pensionato ha chiesto la riliquidazione della pensione di anzianità per ottenere un ricalcolo favorevole. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che fosse decorso il termine di decadenza di tre anni per l'intera pretesa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che la decadenza triennale non cancella l'intero diritto al ricalcolo, ma colpisce esclusivamente i singoli ratei arretrati oltre i tre anni precedenti alla domanda giudiziale. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Riliquidazione della pensione: il diritto non scade del tutto
Un pensionato ha chiesto la ricostituzione del proprio trattamento pensionistico per escludere dal calcolo alcune settimane di mobilita non vantaggiose. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda dichiarando la decadenza totale del diritto per il decorso del termine triennale. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che la decadenza prevista dalla legge non estingue il diritto alla riliquidazione della pensione in modo definitivo. Essa si applica solo come decadenza mobile, limitando la perdita esclusivamente ai ratei mensili maturati prima del triennio precedente alla domanda giudiziale. Il pensionato conserva quindi il diritto al ricalcolo per il futuro e per i tre anni antecedenti alla causa.
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Riliquidazione del trattamento pensionistico: salvi gli arretrati
Un pensionato ha chiesto all'INPS la ricostituzione della propria pensione di anzianità per escludere dal calcolo alcune settimane di mobilità svantaggiose. La Corte d'Appello ha respinto la domanda ritenendo prescritto l'intero diritto per decorso del termine triennale. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che la decadenza prevista dalla legge non estingue il diritto alla riliquidazione del trattamento pensionistico in sé. Al contrario, essa opera come decadenza mobile, limitando la perdita economica esclusivamente ai ratei maturati oltre i tre anni precedenti la domanda giudiziale. Di conseguenza, il pensionato conserva il diritto al ricalcolo della pensione per il futuro e al recupero delle differenze relative all'ultimo triennio.
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Riliquidazione del trattamento pensionistico: arretrati salvi
Un pensionato ha chiesto all'INPS la riliquidazione del trattamento pensionistico per escludere dal calcolo alcune settimane di mobilità svantaggiose. La Corte d'appello ha respinto la domanda, ritenendo che il pensionato fosse decaduto dal diritto per aver superato il termine di tre anni previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato. I giudici hanno stabilito che il decorso del termine di tre anni non cancella del tutto il diritto a ricalcolare la pensione. La decadenza colpisce unicamente le singole rate mensili scadute prima del triennio precedente alla causa. Il pensionato conserva quindi il diritto a ottenere l'adeguamento della pensione per il futuro e a recuperare gli arretrati degli ultimi tre anni. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio.
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