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Art. 38 Costituzione

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Indennità di mobilità: l’iscrizione alle liste non dà il pagamento
Un gruppo di lavoratori, licenziati senza l'avvio delle procedure di legge, ha richiesto l'iscrizione nelle liste di mobilità e l'indennità di disoccupazione. Successivamente, ha preteso in giudizio il pagamento dell'indennità di mobilità. L'INPS ha fatto ricorso, evidenziando che i lavoratori non avevano mai presentato la specifica domanda amministrativa per tale prestazione entro i termini di decadenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS. I giudici hanno chiarito che l'iscrizione nelle liste non fa sorgere automaticamente il diritto alla prestazione economica. Per ottenere l'indennità di mobilità è indispensabile presentare una preventiva domanda amministrativa all'ente previdenziale entro sessanta giorni. La mancanza di tale domanda determina l'improponibilità dell'azione giudiziaria, non sanabile in corso di causa. Di conseguenza, la domanda dei lavoratori è stata definitivamente respinta.
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Esenzione ICI: no allo sconto per le case popolari affittate
Il Comune Proprietario possedeva alloggi di edilizia residenziale pubblica nel territorio del Comune Impositore, concedendoli in locazione a cittadini in stato di emergenza abitativa. Il Comune Impositore ha emesso avvisi di accertamento per il pagamento dell'imposta sugli immobili per gli anni dal 2006 al 2010. Il Comune Proprietario ha richiesto l'esenzione ICI, sostenendo che gli alloggi svolgessero una funzione sociale e istituzionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'esenzione ICI spetta solo in caso di utilizzo diretto e immediato dell'immobile da parte dell'ente proprietario. La semplice locazione a terzi, anche se a canone sociale e per finalità di interesse pubblico, costituisce un utilizzo indiretto che esclude il beneficio fiscale. Il Comune Proprietario perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Massimale pensionabile ex ENPALS: INPS vince in Cassazione
Un pensionato dello spettacolo ha chiesto il ricalcolo della propria pensione ex ENPALS (Quota B), sostenendo che non si dovesse applicare il limite massimo di retribuzione giornaliera. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del pensionato, ma ha applicato la decadenza triennale per i ratei più vecchi. L'ente previdenziale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente, stabilendo che il massimale pensionabile ex ENPALS continua ad applicarsi anche al calcolo della Quota B per le anzianità maturate dopo il 1992. Ha inoltre confermato che la decadenza triennale si applica alle richieste di ricalcolo delle pensioni già in godimento, limitando il recupero delle somme arretrate ai soli tre anni precedenti la domanda giudiziale. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello.
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Riliquidazione della pensione: limiti temporali per gli arretrati
L'erede di un pensionato ha richiesto la riliquidazione della pensione per ottenere un importo maggiore basato su una retribuzione più alta riconosciuta in precedenza. La Corte d'Appello aveva escluso la decadenza triennale poiché la pensione era stata liquidata prima del 2011. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la decadenza triennale si applica anche ai trattamenti già in corso prima del 6 luglio 2011. Tuttavia, tale decadenza opera secondo il criterio della decadenza mobile: l'interessato perde solo il diritto ai ratei maturati oltre i tre anni precedenti alla domanda giudiziale, mentre conserva intatto il diritto al ricalcolo per il futuro e per le mensilità più recenti.
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Indebito assistenziale: la buona fede batte le pretese dell’INPS
L'Ente Previdenziale ha chiesto a una cittadina la restituzione delle somme ricevute a titolo di assegno sociale negli anni 2013, 2014 e 2015, sostenendo il superamento dei limiti di reddito. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente, applicando le regole ordinarie di restituzione. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della pensionata, stabilendo che in tema di indebito assistenziale il cittadino in buona fede è protetto dal principio del legittimo affidamento. La semplice conoscibilità teorica dei limiti di reddito non basta a costringere la persona a restituire le somme passate. Per imporre la restituzione prima del controllo formale, serve un aumento di reddito così evidente da rendere palese l'errore. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Indebito assistenziale: restituzione indennità
La Corte d'Appello conferma l'obbligo di restituzione per indebito assistenziale dopo che una visita di revisione ha negato l'indennità di accompagnamento. Nonostante la prosecuzione dei pagamenti per anni, la notifica valida del verbale interrompe la buona fede del percipiente.
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Ricalcolo della pensione: no alla decadenza totale per gli arretrati
Un pensionato ha chiesto all'Inps il ricalcolo della pensione per escludere alcuni contributi meno favorevoli e ottenere le differenze arretrate. La Corte d'Appello aveva dichiarato il ricorso inammissibile applicando una decadenza totale (tombale) di tre anni. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del pensionato, stabilendo che per le richieste di ricalcolo della pensione già riconosciuta si applica la decadenza mobile. Questo significa che il pensionato non perde il diritto al ricalcolo in sé, ma perde solo la possibilità di chiedere gli arretrati maturati più di tre anni prima dell'avvio della causa. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Indebito assistenziale: coniuge pensionato obbliga a restituire
L'Ente Previdenziale ha richiesto a una pensionata la restituzione di somme versate in eccedenza a titolo di assegno sociale. Il ricalcolo derivava dalla mancata comunicazione della nuova pensione percepita dal coniuge convivente, che superava i limiti reddituali di legge. La beneficiaria ha contestato la richiesta invocando la buona fede e la tutela dell'affidamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'omessa comunicazione di un incremento reddituale familiare così rilevante configura un comportamento consapevole assimilabile al dolo. Di conseguenza, viene meno la tutela dell'affidamento e si applica la disciplina dell'indebito assistenziale, che obbliga alla restituzione delle somme indebitamente percepite.
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Iscrizione automatica Cassa Forense: obbligo sì, rincari vietati
Un avvocato in pensione da magistrato si opponeva alla richiesta di contributi previdenziali da parte della Cassa Forense, eccependo l'assenza di reddito professionale e di aspettative pensionistiche. La Corte di Cassazione ha confermato che l'Iscrizione automatica Cassa Forense scatta per il solo fatto di essere iscritti all'Albo, indipendentemente dall'effettivo esercizio o dal reddito. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del professionista sotto il profilo processuale: la Corte d'Appello, aumentando l'importo dovuto rispetto a quanto stabilito in primo grado senza un appello incidentale della Cassa, ha violato il divieto di riforma in peggio (reformatio in peius). La causa è stata quindi rinviata per ricalcolare la somma dovuta nel rispetto di tale limite.
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Contributi previdenziali su utili societari: INPS perde
L'INPS pretendeva il pagamento dei contributi previdenziali su utili societari percepiti da un lavoratore autonomo, iscritto alla Gestione Commercianti come agente di commercio, derivanti dalla sua mera partecipazione al capitale di due società a responsabilità limitata (S.r.l.). Il lavoratore non svolgeva alcuna attività lavorativa in tali società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'INPS, confermando che i redditi da mera partecipazione in società di capitali costituiscono redditi di capitale e non redditi d'impresa. Di conseguenza, tali somme non rientrano nella base imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali dovuti all'ente previdenziale. Vince il lavoratore autonomo, che non deve pagare i contributi previdenziali su utili societari derivanti da soli investimenti finanziari.
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Contributi previdenziali socio accomandante: paga chi non lavora
Una lavoratrice autonoma, iscritta alla gestione commercianti INPS come agente di commercio, ha contestato la richiesta dell'ente previdenziale di pagare i contributi previdenziali socio accomandante calcolati anche sul reddito derivante dalla sua partecipazione in una società in accomandita semplice. La contribuente sosteneva che, non svolgendo attività lavorativa in tale società, quel reddito fosse di capitale e non d'impresa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per i soci di società di persone opera il principio della trasparenza fiscale. Di conseguenza, tutti i redditi derivanti da tali società sono qualificati fiscalmente come redditi d'impresa e devono essere inclusi nella base imponibile per il calcolo dei contributi previdenziali, a prescindere dall'effettivo svolgimento di attività lavorativa da parte del socio accomandante.
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Automatismo delle prestazioni: paga l’ente se il datore è moroso
Un lavoratore ha richiesto il pagamento del trattamento di fine rapporto (TFR). La Corte d'appello ha condannato il datore di lavoro poiché questo non aveva versato i contributi previdenziali alla fondazione previdenziale di categoria. La Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del datore di lavoro. I giudici hanno stabilito che l'ente previdenziale deve comunque erogare il TFR al dipendente, anche in caso di morosità del datore di lavoro. Trova infatti applicazione il principio dell'automatismo delle prestazioni, che tutela il lavoratore garantendogli la liquidazione spettante. L'ente previdenziale potrà successivamente agire contro il datore di lavoro per recuperare le somme non versate, ma non può negare il pagamento al lavoratore.
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Contributo previdenziale ENPAM: cliniche condannate per evasione
Una fondazione previdenziale ha richiesto a diverse società di capitali, operanti in regime di accreditamento sanitario, il pagamento del contributo previdenziale ENPAM pari al 2% del fatturato annuo per le prestazioni specialistiche eseguite da medici liberi professionisti. Le società non avevano comunicato i nominativi dei medici né versato le somme. La Corte di Cassazione ha chiarito che la base imponibile è il fatturato delle prestazioni rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale, con deduzioni forfettarie. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso della fondazione stabilendo che l'omessa comunicazione dei dati sul fatturato e sui medici non costituisce una semplice omissione, ma una vera e propria evasione contributiva, soggetta a sanzioni civili molto più severe. La causa è stata rinviata alla Corte d'appello per ricalcolare le sanzioni.
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Indebito assistenziale: l’assegno va restituito all’INPS
L'Ente Previdenziale ha richiesto a una cittadina la restituzione di oltre duemila euro erogati nel 2008 come assegno sociale, a causa del superamento dei limiti di reddito familiare. La Corte d'Appello aveva inizialmente dato ragione alla donna, ritenendo poco chiara la richiesta dell'ente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente, chiarendo che in materia di indebito assistenziale si applica la regola generale della restituzione delle somme non dovute (art. 2033 c.c.) se non vi sono norme speciali contrarie all'epoca dei fatti. Non essendoci tutele specifiche per il superamento dei limiti di reddito nel 2008, la richiesta di restituzione è legittima. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contributi INPS su utili societari: investire non è lavorare
L'Istituto Previdenziale ha richiesto a un Socio il pagamento di oltre trentatremila euro per contributi previdenziali calcolati anche sui guadagni derivanti dalla sua semplice partecipazione a una società a responsabilità limitata. Il Socio si è opposto, sostenendo che tali somme fossero semplici redditi di capitale, poiché egli non svolgeva alcuna attività lavorativa all'interno dell'azienda. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Socio, rigettando il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che i contributi INPS su utili societari non sono dovuti se il socio si limita a investire il proprio capitale senza lavorare nella società. Di conseguenza, i dividendi percepiti da un socio non operativo non rientrano nella base imponibile previdenziale.
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Pensioni e Contributo di solidarietà: stop ai tagli delle Casse
Un pensionato ha contestato la trattenuta effettuata sulla sua pensione dalla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti a titolo di Contributo di solidarietà tra il 2009 e il 2013. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di tale prelievo. I giudici hanno stabilito che le casse previdenziali privatizzate non possono imporre autonomamente trattenute sulle pensioni già liquidate per sanare i propri bilanci. Solo la legge dello Stato può imporre prestazioni patrimoniali obbligatorie ai sensi della Costituzione. Di conseguenza, la Cassa è stata condannata a restituire le somme indebitamente trattenute e a pagare le spese di giudizio.
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Contributo di solidarietà: la Cassa perde contro il pensionato
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della trattenuta applicata da una cassa di previdenza privata sulla pensione di un iscritto a titolo di contributo di solidarietà. L'ente previdenziale aveva trattenuto somme dal trattamento pensionistico per garantire l'equilibrio di bilancio. I giudici hanno stabilito che le casse professionali privatizzate non hanno il potere di imporre prelievi forzosi sulle pensioni già liquidate. Tale potere spetta esclusivamente al legislatore statale, nel rispetto della Costituzione. Di conseguenza, la Cassa deve restituire al pensionato tutte le somme indebitamente trattenute, oltre a pagare le spese legali del giudizio.
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Potere di accertamento della Cassa di previdenza: pensioni negate
Un professionista richiedeva la pensione di anzianità alla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti. L'ente rifiutava il riconoscimento di alcuni anni di iscrizione, rilevando che l'interessato aveva operato come amministratore unico e socio di maggioranza di una società, situazione incompatibile con la professione. La Corte d'Appello accoglieva la domanda del professionista, ritenendo che solo l'Ordine professionale potesse accertare tale incompatibilità. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che sussiste il pieno potere di accertamento della Cassa di previdenza sulla legittimità dell'esercizio professionale ai fini pensionistici, anche in assenza di un provvedimento dell'Ordine. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contribuzione figurativa: sì all’accredito senza limiti di tempo
Una lavoratrice ha svolto lavori di pubblica utilità presso un Comune dal 1999 al 2012. L'ente previdenziale si è opposto al riconoscimento dei contributi per l'intero periodo, sostenendo un limite massimo di dodici mesi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, stabilendo che la contribuzione figurativa spetta per l'intera durata dell'attività svolta. I giudici hanno equiparato la tutela dei lavoratori di pubblica utilità a quella dei lavoratori socialmente utili, escludendo qualsiasi limite temporale per l'accredito dei contributi necessari alla pensione.
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Principio del pro rata: perché la pensione può scendere
Un professionista ha fatto causa alla propria Cassa di previdenza per ottenere il ricalcolo della pensione di vecchiaia anticipata, decorrente dal 2008. Il lavoratore pretendeva l'applicazione delle vecchie regole di calcolo più favorevoli, invocando il principio del pro rata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per le pensioni liquidate dopo il 1° gennaio 2007, le Casse professionali privatizzate possono modificare i criteri di calcolo in senso peggiorativo per garantire l'equilibrio finanziario di lungo termine. Il principio del pro rata non è più un vincolo assoluto, ma va bilanciato con i criteri di gradualità e di equità tra generazioni. Di conseguenza, il professionista ha perso la causa e deve pagare le spese processuali.
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