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Art. 3 Convenzione EDU

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Regime di 41-bis: confermato il carcere duro senza colloqui
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del Regime di 41-bis per un detenuto condannato per omicidio e associazione mafiosa. Il ricorrente ha impugnato la decisione, lamentando la mancata notifica al difensore e l'assenza di elementi attuali sulla sua pericolosità sociale, evidenziando anche l'interruzione dei colloqui familiari da due anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata notifica perde rilevanza se il difensore presenta comunque il ricorso nei termini. Inoltre, la proroga del carcere duro non richiede la prova di un'affiliazione attiva attuale, ma una valutazione preventiva sul rischio di riattivazione dei contatti con il clan d'origine, ancora operativo sul territorio. Di conseguenza, il detenuto resta sottoposto al regime speciale e deve pagare le spese processuali.
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Proroga del regime differenziato: confermato il carcere duro
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime differenziato (noto come 41-bis) per Il Detenuto, affiliato di spicco di un clan mafioso e già condannato per gravi reati. Il Detenuto contestava il provvedimento, sostenendo che il suo ruolo fosse stato ridimensionato nel tempo e che la sua condotta in carcere fosse regolare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che la proroga del regime differenziato ha una funzione preventiva e non punitiva. Essa serve a impedire collegamenti tra il detenuto e l'organizzazione criminale d'appartenenza, ancora attiva sul territorio. Di conseguenza, Il Detenuto perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no al lavoro in famiglia
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali per scontare una pena residua di oltre quattro anni. La decisione si fonda sulla necessità di una graduale progressione nel trattamento rieducativo e sul fatto che il lavoro proposto si sarebbe svolto solo in ambito familiare, impedendo controlli efficaci. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dei principi di rieducazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il giudice può richiedere un ulteriore periodo di osservazione prima di concedere misure alternative, specialmente in presenza di una significativa capacità a delinquere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Protezione internazionale: tra leggi estere e rischio reale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3178/2022, ha affrontato il ricorso di un cittadino straniero contro il diniego della protezione internazionale. Il caso solleva questioni di diritto di particolare rilevanza riguardanti i criteri di valutazione del rischio individuale di persecuzione in relazione alla legislazione del Paese d'origine. Inoltre, l'ordinanza si concentra sui limiti del sindacato della Cassazione sull'idoneità e l'aggiornamento delle fonti informative sul Paese d'origine (COI) utilizzate dai giudici di merito. Data la complessità e l'importanza nomofilattica di stabilire confini chiari tra la valutazione del rischio individuale ("fumus persecutionis") e l'analisi del quadro normativo estero, il Collegio ha disposto la rimessione della causa alla pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Trattamento disumano e degradante: risarcimento tra spazi e prove
Il Detenuto ha richiesto i rimedi risarcitori per aver subito un trattamento disumano e degradante durante la carcerazione in diversi istituti, lamentando spazi ridotti (tra i 3 e i 4 metri quadrati), mancanza d'acqua e riscaldamento. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la domanda, riducendo la pena. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha chiarito che, per spazi tra i 3 e i 4 metri quadrati, il giudice deve compiere una valutazione multifattoriale e globale, considerando anche la brevità della detenzione e i fattori compensativi. Per questo motivo, la Corte ha annullato la decisione limitatamente ai dodici giorni trascorsi a Rebibbia, ordinando un nuovo esame, mentre ha confermato il resto del provvedimento, ribadendo che spetta all'Amministrazione smentire le allegazioni precise del detenuto.
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Ristoro per detenzione inumana: negato se c’è già un giudicato
Il Tribunale di sorveglianza ha parzialmente respinto la richiesta di un detenuto volta a ottenere il ristoro per detenzione inumana a causa di disservizi idrici e riscaldamento inefficiente in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto. La Corte ha chiarito che il giudicato esecutivo impedisce di riproporre questioni già decise, a meno che non sopravvengano fatti nuovi. Una diversa decisione del giudice su un altro detenuto in condizioni simili non costituisce un fatto nuovo, ma solo una differente valutazione soggettiva. Inoltre, le contestazioni sui disservizi idrici e sulla violazione della privacy per la presenza di uno spioncino nel bagno sono state ritenute generiche e prive di autosufficienza. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reclamo giurisdizionale del detenuto: vince la discrezionalità
Un detenuto sottoposto al regime di carcere duro (41-bis) ha presentato un reclamo lamentando che il suo trasferimento in una specifica area riservata avesse peggiorato le sue condizioni, riducendo la socialità e annullando le sue attività lavorative. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto la richiesta, ma il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che lo spostamento "orizzontale" all'interno dello stesso circuito penitenziario rientra nella discrezionalità dell'amministrazione. Di conseguenza, non essendoci la lesione di un vero e proprio diritto soggettivo, non è ammesso il reclamo giurisdizionale del detenuto, ma solo un reclamo generico non impugnabile. La decisione precedente è stata quindi annullata senza rinvio.
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Risarcimento per disumana detenzione: lo Stato perde il ricorso
Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso contro la decisione che riconosceva a un detenuto una riduzione della pena di 277 giorni e un indennizzo economico per aver subito condizioni di detenzione degradanti in diversi istituti penitenziari. Il Ministero contestava il calcolo dello spazio minimo in cella e la mancata valutazione dei fattori compensativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il diritto del detenuto al risarcimento per disumana detenzione. La Corte ha chiarito che il calcolo dello spazio deve sottrarre gli ingombri fissi e che i fattori compensativi devono coesistere tutti insieme se lo spazio scende sotto i tre metri quadrati. Inoltre, i motivi di ricorso del Ministero sono stati giudicati troppo generici.
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Spazio minimo in cella: lo Stato perde contro il detenuto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che riconosceva a un detenuto la riduzione della pena e un indennizzo economico per aver subito condizioni di detenzione degradanti in vari istituti penitenziari. Il Ministero contestava il calcolo dello spazio minimo in cella e la mancata valutazione dei fattori compensativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il calcolo dello spazio minimo in cella deve escludere gli arredi fissi e che, sotto i tre metri quadrati, i fattori compensativi devono coesistere tutti insieme (breve durata, condizioni dignitose e attività esterne). Il detenuto ottiene quindi definitivamente lo sconto di pena.
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Rimedi risarcitori per detenzione inumana: negati senza prove
Il Detenuto ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana a causa del sovraffollamento subito in diversi istituti penitenziari. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto parzialmente la domanda per la genericità delle accuse e la mancanza di prove specifiche sui fattori negativi della detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il richiedente deve indicare con precisione i fatti materiali e i singoli istituti in cui è avvenuta la violazione. Inoltre, lo spazio in cella tra i tre e i quattro metri quadrati non fa scattare automaticamente il risarcimento se vi sono fattori compensativi positivi, come le attività all'aperto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rimedio risarcitorio per detenzione inumana: nessun limite di tempo
Il Detenuto ha richiesto il rimedio risarcitorio per detenzione inumana subito durante la custodia cautelare tra il 2010 e il 2013. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta per decorrenza del termine di sei mesi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che per la custodia cautelare sofferta nel medesimo procedimento della pena in esecuzione si applica la riduzione della pena (rimedio in forma specifica) senza alcun termine di decadenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Regime detentivo speciale 41-bis: legittima la proroga del boss
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime detentivo speciale 41-bis per un detenuto ritenuto capo di un clan di stampo mafioso. Il provvedimento si basa su relazioni investigative che dimostrano la persistente operatività del clan e la capacità del detenuto di inviare messaggi all'esterno. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di attualità del pericolo e la violazione del principio di rieducazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga è legittima se motivata in modo logico e coerente. Inoltre, il regime speciale non viola la Costituzione, poiché non elimina le attività rieducative individuali, ma le adatta per impedire contatti pericolosi. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione inumana: negati i rimedi risarcitori in cella singola
Il Detenuto, ristretto in cella singola, ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana lamentando diverse criticità, tra cui la mancanza di acqua calda in cella, una temporanea contaminazione idrica e restrizioni su socialità e cottura dei cibi. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la domanda, ritenendo che i disagi non superassero la normale afflizione dello stato detentivo e non violassero l'art. 3 CEDU. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha valutato correttamente e in modo logico tutte le circostanze, e che il ricorso mirava inammissibilmente a una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni per trattenimento illegittimo: lo Stato paga
Un cittadino straniero, titolare di un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, è stato trattenuto ingiustamente presso un centro di identificazione ed espulsione a seguito di una rinuncia alla protezione firmata senza interprete. Il Giudice di Pace ha successivamente annullato il decreto di espulsione. La Corte d'Appello ha condannato il Ministero dell'Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per la privazione della libertà personale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Ministero. La Suprema Corte ha stabilito che l'illegittimità del trattenimento e la colpa della Pubblica Amministrazione determinano il diritto al risarcimento danni per trattenimento illegittimo, confermando la condanna dello Stato al pagamento delle spese processuali e del danno subito dallo straniero.
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Detenzione degradante: niente sconti se manca il vantaggio reale
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto che richiedeva un'ulteriore riduzione di pena per sette giorni di detenzione degradante trascorsi in uno spazio inferiore a tre metri quadrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse concreto. Infatti, anche aggiungendo i sette giorni contestati ai 696 già riconosciuti, il totale di 703 giorni non avrebbe dato diritto a nessun giorno in più di sconto di pena rispetto ai 70 già concessi, a causa delle regole di calcolo e arrotondamento dell'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario. L'impugnazione non può mirare alla sola esattezza teorica della decisione, ma deve garantire un beneficio pratico. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Imprescrittibilità dell’ergastolo: sconti di pena non salvano
Il Collaboratore di Giustizia, condannato a dieci anni di reclusione per concorso in un duplice omicidio aggravato da modalità mafiose commesso nel 1986, ha presentato ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione, poiché la concessione dell'attenuante della collaborazione aveva sostituito l'ergastolo con una pena temporanea, rendendo applicabile il vecchio e più favorevole calcolo dei termini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il principio dell'imprescrittibilità dell'ergastolo per i delitti punibili in astratto con la pena perpetua commessi prima della riforma del 2005, anche in presenza di attenuanti. Inoltre, ha escluso la minima partecipazione del ricorrente, avendo egli fornito le armi per il delitto. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Spazio minimo vitale in cella: letto singolo o a castello?
Il Ministero della Giustizia ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che riconosceva a un detenuto un risarcimento per condizioni di detenzione inumane. Il fulcro della controversia riguarda il calcolo dello spazio minimo vitale in cella. Il Tribunale aveva sottratto dalla superficie calpestabile anche lo spazio occupato da un letto singolo non a castello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che, mentre i letti a castello riducono significativamente la libertà di movimento e il volume d'aria sovrastante, il letto singolo non impedisce l'uso dello spazio superiore (ad esempio come seduta) e quindi non va sottratto dal calcolo dello spazio disponibile. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Trattenimento amministrativo dello straniero: stop se in pericolo
Un cittadino straniero, dopo aver scontato una condanna detentiva, viene sottoposto a trattenimento amministrativo dello straniero in un centro di permanenza per il rimpatrio. Il Giudice di Pace convalida la misura senza valutare il rischio concreto di trattamenti disumani in caso di rientro nel Paese d'origine, ritenendo definitivo il rigetto amministrativo della protezione internazionale. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che il giudice della convalida ha l'obbligo di verificare autonomamente le cause di inespellibilità, come il rischio di tortura o pena di morte, indipendentemente dall'esito della domanda di asilo. Il rigetto formale non esclude il dovere di accertare se il rimpatrio sia realmente praticabile.
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Spazio minimo in cella: la Cassazione tutela la dignità
Il Detenuto ha proposto reclamo per ottenere i rimedi risarcitori previsti dall'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario, lamentando la violazione dello spazio minimo in cella durante la detenzione nei carceri di Oristano e Taranto. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato la richiesta ritenendo lo spazio superiore a 3 metri quadrati, senza però detrarre l'ingombro del letto singolo e ignorando altre gravi carenze, come la mancanza di una porta per il bagno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, annullando il provvedimento. I giudici hanno stabilito che la motivazione del Tribunale era carente, poiché non ha valutato l'impatto degli arredi fissi e la mancanza di adeguati fattori compensativi, rimandando il caso per un nuovo esame.
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Mandato d’arresto europeo: negato il radicamento in Italia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro la decisione di consegnarlo alla Romania in esecuzione di un Mandato d'arresto europeo. Il ricorrente contestava le condizioni delle carceri romene e invocava il proprio radicamento in Italia per scontare la pena nel nostro Paese. I giudici hanno chiarito che le autorità romene hanno fornito garanzie concrete sul rispetto dello spazio minimo di tre metri quadrati in cella. Inoltre, la documentazione prodotta non dimostrava una presenza stabile in Italia per il periodo minimo richiesto di cinque anni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il provvedimento di consegna, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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