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Art. 3 Convenzione EDU

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Legittimità costituzionale dell’ergastolo: no allo sconto automatico
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione della Corte d'Assise d'Appello che aveva respinto la sua richiesta di sostituire la pena dell'ergastolo con trent'anni di reclusione. Il ricorrente sosteneva che la pena perpetua violasse il divieto di trattamenti disumani e degradanti previsto dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la piena legittimità costituzionale dell'ergastolo. I giudici hanno chiarito che la pena a vita non è contraria alla dignità umana poiché l'ordinamento prevede istituti, come la liberazione condizionale, che consentono al condannato di riacquistare la libertà dimostrando un effettivo percorso di rieducazione. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Mandato di arresto europeo: calcolo dello spazio minimo in cella
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro il diniego di consegna di un soggetto alla Romania in esecuzione di un Mandato di arresto europeo per corruzione. La Corte d'Appello aveva negato l'estradizione ritenendo che lo spazio vitale nelle carceri romene fosse inferiore ai tre metri quadrati minimi, calcolando lo spazio al netto di tutti gli arredi. La Cassazione ha chiarito la corretta modalità di calcolo dello spazio minimo: dal limite di tre metri quadrati per detenuto vanno esclusi solo gli arredi fissi, come letti ancorati o armadi pesanti, mentre vanno inclusi gli arredi mobili facilmente spostabili come tavoli e sedie. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Mandato di arresto europeo: tra sovraffollamento e consegna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro la decisione di consegna all'autorità giudiziaria della Romania, emessa in esecuzione di un mandato di arresto europeo per tentato omicidio. La difesa contestava le condizioni carcerarie dello Stato richiedente, lamentando il rischio di trattamenti disumani. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sullo spazio minimo in cella (almeno tre metri quadrati) deve considerare gli arredi e i fattori compensativi, come le ore trascorse fuori dalla cella e le attività ricreative garantite. Poiché lo Stato estero ha fornito idonee garanzie sul trattamento carcerario, il ricorso è stato rigettato, confermando la legittimità della consegna del soggetto alle autorità straniere.
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Risarcimento per disumana carcerazione: no ai termini scaduti
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per disumana carcerazione per un periodo di detenzione già interamente scontato tra il 2012 e il 2017. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda per tardività. Il Detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la successiva emissione di un provvedimento di cumulo delle pene avesse riaperto i termini per presentare la richiesta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'unificazione delle pene non riapre i termini per chiedere l'indennizzo per periodi di detenzione già conclusi sotto un diverso titolo esecutivo. Inoltre, per chi ha già finito di espiare la pena, la competenza spetta al Tribunale civile e non al Magistrato di Sorveglianza.
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Mandato di arresto europeo: ricorso tardivo blocca la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal difensore di un cittadino straniero contro la decisione della Corte d'appello di consegnarlo alle autorità belghe. La consegna era stata disposta in esecuzione di un mandato di arresto europeo per scontare una condanna a trentasette mesi di reclusione per furto aggravato. La Suprema Corte non ha esaminato i motivi di merito sollevati dalla difesa, tra cui il rischio di espulsione e il radicamento in Italia, poiché il ricorso è stato depositato oltre il termine perentorio di cinque giorni previsto dalla legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione inumana e degradante: cella idonea, ricorso respinto
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il rigetto della sua richiesta di risarcimento per detenzione inumana e degradante subita in cella. Lamentava una violazione dello spazio minimo vitale di tre metri quadrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice del rinvio si è attenuto ai limiti fissati dalla precedente sentenza di annullamento, calcolando correttamente lo spazio disponibile (oltre cinque metri quadrati netti in cella singola). Le ulteriori contestazioni del ricorrente su altri periodi detentivi e la richiesta di una perizia tecnica sono state ritenute generiche e precluse. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga del regime di 41-bis: sicurezza contro difesa del boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto, esponente di vertice di un clan mafioso, contro la proroga del regime di 41-bis. Il Tribunale di sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sul ruolo apicale del soggetto, su colloqui criptici con i familiari e sull'assenza di segni di ravvedimento. La difesa contestava l'uso di informative di polizia e la presunta disgregazione del clan. La Suprema Corte ha ribadito che la proroga del regime di 41-bis ha una finalità puramente preventiva e inibitoria, volta a impedire il ripristino dei collegamenti con l'esterno, e non richiede la prova di un'affiliazione attuale e attiva. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spazio minimo in cella: il letto singolo va sempre sottratto
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento per aver scontato la pena in celle sovraffollate. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato parzialmente la domanda, includendo nel calcolo della superficie disponibile lo spazio occupato dal letto singolo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che per determinare lo spazio minimo in cella (pari a tre metri quadrati a persona) occorre sottrarre anche la superficie occupata dal letto singolo. Questo arredo, infatti, riduce lo spazio calpestabile necessario al movimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione precedente e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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Ammissione alla semilibertà: no al trafficante che si giustifica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza all'ammissione alla semilibertà e alla detenzione domiciliare. Il ricorrente, condannato per associazione finalizzata al traffico di esseri umani e sfruttamento di donne, mostrava un atteggiamento volto a minimizzare le proprie responsabilità. I giudici hanno confermato la legittimità del diniego basandosi sui pareri negativi della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Distrettuale Antimafia, oltre che sulla relazione della Casa Circondariale che evidenziava la necessità di approfondire la personalità del soggetto. La Suprema Corte ha ribadito che l'ammissione alla semilibertà richiede una valutazione complessiva della personalità e un effettivo percorso di ravvedimento, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento inumano e degradante: negata l’acqua calda in cella
Il Detenuto ha proposto ricorso lamentando un presunto trattamento inumano e degradante durante la sua carcerazione in diversi istituti penitenziari. La contestazione riguardava principalmente l'assenza di acqua calda nei bagni delle celle e le precarie condizioni igieniche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancanza di acqua calda nella singola cella non viola i diritti del detenuto, purché sia garantita l'acqua fredda corrente in cella e l'accesso quotidiano a docce calde nei locali comuni. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento disumano e degradante: la Cassazione nega i danni
Il Detenuto ha proposto ricorso lamentando un trattamento disumano e degradante durante la carcerazione a Spoleto e L'Aquila. Le sue lamentele riguardavano l'assenza di una porta divisoria tra i servizi igienici e la camera di pernottamento, oltre alla presenza di uno spioncino nel bagno che violava la sua riservatezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la sorveglianza tramite spioncino risponde a esigenze di sicurezza e che la riservatezza era comunque garantita dal fatto che la cella fosse singola. Inoltre, le dimensioni e la ventilazione della cella rispettavano gli standard igienico-sanitari. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Mandato di arresto europeo: tra sovraffollamento e consegna sicura
Il caso riguarda un cittadino straniero, denominato Il Consegnando, destinatario di un mandato di arresto europeo emesso dalla Romania per scontare una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per contrabbando. Il Consegnando si è opposto alla consegna, lamentando il rischio di subire trattamenti disumani e degradanti a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche delle carceri romene. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della consegna. I giudici hanno evidenziato che la Romania garantisce standard detentivi adeguati, tra cui uno spazio minimo di tre metri quadrati in regime semiaperto, celle aperte durante il giorno e idonee condizioni igieniche. Tali elementi escludono qualsiasi pericolo concreto di violazione dei diritti fondamentali del detenuto.
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Mandato di arresto europeo: tra finta residenza e carcere estero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro la decisione di consegna all'autorità rumena in esecuzione di un mandato di arresto europeo per reati di truffa. Il ricorrente invocava il radicamento territoriale in Italia e il rischio di trattamenti inumani nelle carceri rumene. La Suprema Corte ha confermato che la residenza anagrafica inferiore a cinque anni non dimostra un legame stabile e reale con il territorio italiano. Inoltre, le informazioni fornite dallo Stato richiedente sul regime detentivo "semiaperto" e sui fattori compensativi escludono un serio pericolo di violazione dei diritti fondamentali. Di conseguenza, la consegna del soggetto è stata confermata, con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Mandato di arresto europeo: sì alla consegna senza prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la decisione di consegnarlo alla Germania in esecuzione di un mandato di arresto europeo per truffa continuata. La difesa lamentava il rischio di trattamenti inumani nelle carceri tedesche e la mancata richiesta di informazioni da parte dei giudici italiani. La Suprema Corte ha chiarito che spetta alla difesa allegare prove concrete e aggiornate su carenze sistemiche dello Stato estero. In assenza di tali elementi, il giudice non ha l'obbligo di avviare accertamenti d'ufficio. Di conseguenza, la consegna del soggetto è stata confermata.
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Regime di 41-bis: visite mediche tra sicurezza e dignità
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che vietava il controllo uditivo generalizzato durante le visite mediche di un detenuto sottoposto al Regime di 41-bis. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sorveglianza durante le visite mediche deve essere normalmente solo visiva (dall'esterno della stanza) per tutelare la dignità e la riservatezza della persona. L'estensione al controllo uditivo o la presenza visiva durante il denudamento non possono essere applicate in via automatica a tutti i detenuti in tale regime speciale, ma richiedono una motivazione specifica e individualizzata, legata a un concreto pericolo di violenza o fuga del singolo soggetto.
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Estradizione per sentenza contumaciale: basta che sia esecutiva
La Corte di Cassazione ha confermato l'estradizione verso l'Albania di un cittadino straniero condannato per reati di droga. Il ricorrente contestava il provvedimento lamentando di non aver mai saputo del processo estero e sostenendo che la firma sul mandato difensivo fosse falsa. Inoltre, evidenziava che la sentenza non fosse ancora definitiva. I giudici hanno stabilito che l'estradizione per sentenza contumaciale è legittima se lo Stato richiedente garantisce il diritto a un nuovo processo (re-trial). Nel caso specifico, la pendenza di un ricorso straordinario all'estero dimostra la presenza di adeguate tutele. Infine, la Cassazione ha chiarito che per concedere l'estradizione basta che la condanna sia esecutiva, non essendo necessaria l'irrevocabilità della decisione. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Regime carcerario 41-bis: dissociazione inutile contro il rigore
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime carcerario 41-bis per un esponente di vertice di un noto clan camorristico. Il detenuto aveva contestato il provvedimento sostenendo di essersi dissociato dall'organizzazione criminale durante un interrogatorio. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tale dissociazione non decisiva e potenzialmente strumentale a ottenere sconti di pena. La Suprema Corte ha chiarito che il regime carcerario 41-bis ha una funzione puramente preventiva e mira a impedire i contatti tra il detenuto e l'ambiente criminale esterno. Di conseguenza, non serve dimostrare l'affiliazione attuale, ma basta il ragionevole pericolo che il soggetto possa ristabilire i collegamenti con il clan se sottoposto al regime carcerario ordinario. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Regime carcerario 41-bis: confermato il rigetto per il boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa contro la proroga del regime carcerario 41-bis. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sulla sua attuale pericolosità, considerando il tempo trascorso e la risalenza dei reati. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità del provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. I giudici hanno chiarito che il regime carcerario 41-bis ha una finalità puramente preventiva e non punitiva, volta a impedire contatti con il clan di provenienza. Per la sua applicazione o proroga non serve dimostrare l'affiliazione attuale, ma basta la ragionevole presunzione del mantenimento dei legami criminali, desumibile dal pregresso ruolo di vertice e dall'assenza di elementi di effettivo ravvedimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime di 41-bis: no al ricorso del mafioso non capo
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per Il Detenuto, condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la decisione fosse priva di motivazione reale e non considerasse il suo ruolo non direttivo all'interno della cosca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime di 41-bis ha una finalità preventiva e inibitoria, volta a impedire contatti con l'esterno. Per l'applicazione della misura non serve un ruolo di comando, ma basta un forte legame con il gruppo criminale (affectio societatis). Di conseguenza, Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Regime carcerario 41-bis: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime carcerario 41-bis per un detenuto condannato per associazione mafiosa. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto il reclamo del detenuto, evidenziando il suo ruolo di vertice nella Sacra Corona Unita e la persistente vitalità del clan sul territorio. Il detenuto ha fatto ricorso sostenendo che la sua carcerazione dura da oltre trent'anni e che non vi sono prove di contatti attuali con l'esterno. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la proroga del regime speciale non richiede la prova di un'affiliazione attuale, ma si basa sulla valutazione preventiva del rischio che il detenuto possa riattivare i contatti con l'organizzazione criminale di provenienza, sfruttando la sua passata influenza. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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