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Art. 247 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

Altri anni per Art. 247 Codice di Procedura Penale

Sequestro probatorio dello smartphone: vietate le chat familiari
La Procura ha disposto il sequestro probatorio dello smartphone di un indagato per corruzione e turbativa d'asta in un appalto pubblico, acquisendo l'intera copia forense del dispositivo. Il decreto ordinava l'acquisizione generalizzata di tutte le comunicazioni, incluse le conversazioni private tra l'indagato e i suoi conviventi estranei all'inchiesta. L'indagato ha contestato la sproporzione e la natura esplorativa del sequestro digitale. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso: la ricerca su soggetti terzi non indagati è lecita se circoscritta all'arco temporale dei fatti contestati, ma è vietato acquisire le comunicazioni con i familiari stretti privi di legami con la procedura pubblica. I giudici hanno annullato senza rinvio il sequestro relativo ai colloqui familiari, imponendone la restituzione immediata e vietando il trattenimento di copie informatiche.
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Sequestro preventivo: neghi la somma ma perdi il ricorso
La polizia ha perquisito il negozio di parrucchiere intestato alla madre di un indagato per frodi informatiche. Sotto una botola del pavimento, gli agenti hanno trovato oltre 150.000 euro in contanti sigillati sottovuoto. Il giudice ha quindi disposto il sequestro preventivo del denaro, finalizzato alla confisca del profitto illecito. L'indagato ha contestato il sequestro sostenendo l'illegittimità della perquisizione in locali commerciali altrui e negando la titolarità della somma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. L'eventuale vizio della perquisizione non rende nullo il vincolo su cose che costituiscono corpo di reato. Inoltre, negando la proprietà del denaro e la disponibilità del locale, l'indagato non possiede alcun interesse concreto e attuale a contestare la misura cautelare, poiché dal suo eventuale annullamento non trarrebbe alcuna utilità personale.
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Sequestro probatorio di smartphone: indagini oltre i limiti
La Procura indagava due persone per truffa e rivelazione di segreto d'ufficio per presunte irregolarità in un concorso pubblico. Il pubblico ministero disponeva il sequestro probatorio di smartphone per estrarre chat ed email, estendendo la ricerca dei dati fino all'anno 2023. I reati contestati risalivano tuttavia al 2025 e le prime attività del concorso al 2024. Il Tribunale del riesame annullava il provvedimento per difetto di motivazione sull'arco temporale eccessivo. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del magistrato inquirente, confermando l'annullamento. Gli inquirenti hanno violato il principio di proporzionalità poiché non hanno spiegato le ragioni dell'acquisizione di file risalenti a due anni prima dei fatti contestati. Il sequestro probatorio di smartphone richiede criteri stringenti e precisi limiti temporali per tutelare la riservatezza dell'indagato.
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Sequestro probatorio del cellulare: indagini e privacy a confronto
L'indagata subiva il sequestro probatorio di due telefoni cellulari nell'ambito di un'indagine per presunto spaccio di sostanze stupefacenti. Il decreto del Pubblico Ministero disponeva l'acquisizione di tutta la messaggistica audio e video riconducibile, anche indirettamente, a termini gergali di cessione, senza indicare specifiche parole chiave o limiti temporali stringenti. Il Tribunale del Riesame confermava il sequestro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagata e ha annullato il provvedimento senza rinvio. I giudici hanno stabilito che il sequestro probatorio di dispositivi informatici non può trasformarsi in un'acquisizione massiva e indiscriminata di dati personali. L'autorità giudiziaria deve fissare criteri selettivi rigorosi, indicare la rilevanza dei file ricercati e prevedere tempi certi e ragionevoli per l'analisi e la restituzione dei dati non pertinenti. La Corte ha quindi ordinato l'immediata restituzione degli smartphone e delle copie digitali.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici e reati gravi
La Procura ha disposto il sequestro probatorio di dispositivi informatici e telefoni appartenenti all'amministratore di una società di servizi ambientali, indagato per reimpiego di capitali illeciti con l'aggravante mafiosa. L'indagato ha contestato il provvedimento, lamentando la violazione del principio di proporzionalità per l'assenza di un termine prefissato di selezione dei dati e la mancata indicazione iniziale di specifiche parole chiave. Il Tribunale del riesame ha confermato il vincolo reale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che, nelle indagini complesse, l'organo inquirente deve sequestrare l'intero supporto fisico per estrarre la copia forense senza alterazioni. Il decreto risulta legittimo se indica criteri di ricerca precisi, garantisce la futura restituzione dei dati estranei al reato e prevede una scansione operativa rigorosa.
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Sequestro probatorio e copia forense: quando la sintesi è valida
La Guardia di Finanza ha perquisito l'abitazione e lo studio di un professionista indagato per emissione di fatture per operazioni inesistenti. I militari hanno acquisito documenti contabili ed eseguito la copia forense dei dispositivi informatici. L'indagato ha contestato il sequestro probatorio lamentando difetti di motivazione e violazione di proporzionalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la validità della motivazione sintetica quando il nesso tra le carte societarie e la frode fiscale è immediato ed evidente. Inoltre, la semplice duplicazione informatica senza trattenimento fisico dei dispositivi non configura un sequestro autonomamente impugnabile. Il professionista ha subito la condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Sequestro probatorio di dati informatici: limiti e tutele
La Procura ha disposto la perquisizione e il sequestro probatorio di dispositivi digitali (computer, smartphone e memorie esterne) di un pubblico dipendente, indagato per corruzione e accessi abusivi alle banche dati della polizia. L'indagato ha impugnato il provvedimento, lamentando un sequestro indiscriminato e sproporzionato dell'intera memoria dei propri apparecchi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la piena legittimità della misura. Il pubblico ministero ha rispettato le garanzie difensive perché ha definito una precisa finestra temporale d'indagine, ha indicato i soggetti e i temi probatori da ricercare e ha fissato un termine di tre mesi per estrarre solo i dati pertinenti e restituire il resto. Il sequestro probatorio di dati informatici è dunque pienamente valido quando segue criteri mirati e prevede la restituzione dei file estranei.
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Sequestro di dispositivi informatici: limiti e regole valide
L'indagato ha impugnato il decreto con cui la Procura ha disposto il sequestro di dispositivi informatici durante una perquisizione per traffico di stupefacenti. La difesa lamentava l'acquisizione indiscriminata di tutti i dati digitali, l'assenza di criteri stringenti di cernita sul posto e la mancata prefissazione di un termine temporale per la selezione e restituzione dei file estranei. Il Tribunale del Riesame ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione. I giudici hanno stabilito che l'apprensione iniziale massiva è lecita se giustificata dalla complessità tecnica dell'estrazione immediata e se il pubblico ministero ha indicato preventivamente parole chiave e criteri di ricerca idonei a proteggere la riservatezza, affidando la selezione successiva a periti tecnici qualificati.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici: limiti e regole
Il Tribunale del riesame aveva annullato il sequestro probatorio di smartphone e scheda SIM disposto a carico di un indagato per intestazione fittizia di beni, contestando l'assenza di parole chiave nella ricerca e la natura esplorativa dell'analisi estesa a otto anni precedenti. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione dinanzi alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto parzialmente il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il sequestro probatorio di dispositivi informatici non richiede obbligatoriamente l'indicazione di parole chiave quando il decreto descrive i fatti in modo sufficientemente dettagliato da circoscrivere l'attività della polizia giudiziaria. Rimane invece vietata la ricerca indiscriminata volta a scoprire reati futuri o ipotetici privi di notizia di reato iniziale.
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Mancata convalida sequestro copia forense: vietata la trattenuta
Un cittadino ha subito una perquisizione con sequestro di smartphone e documenti cartacei ad opera della polizia giudiziaria. Il Pubblico Ministero non ha tempestivamente convalidato il sequestro nei termini di legge. In seguito all'istanza di restituzione della difesa, l'autorità giudiziaria ha restituito i supporti fisici originali, ma ha trattenuto le copie forensi digitali e le riproduzioni cartacee. L'indagato ha proposto opposizione, sostenendo che la mancata convalida sequestro copia forense rendesse illegittima anche la conservazione dei dati estratti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in assenza di un titolo cautelare valido ed efficace, è del tutto illegittimo trattenere o estrarre copie informatiche o cartacee. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza senza rinvio e ha ordinato l'immediata restituzione di tutte le copie sequestrate.
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Sequestro probatorio: i contanti in casa e l’onere della prova
Durante una perquisizione nell'abitazione di una coppia, le forze dell'ordine hanno sequestrato 9.100 euro in contanti trovati nella camera da letto. Il denaro apparteneva alla donna, ma il compagno era indagato per associazione a delinquere e spaccio. Il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro, sostenendo che la donna non avesse dimostrato la provenienza lecita della somma. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che il sequestro probatorio di denaro richiede che l'accusa dimostri il nesso di pertinenzialità tra la somma e il reato, nonché le specifiche esigenze investigative. I giudici non possono invertire l'onere della prova pretendendo che il terzo dimostri la liceità del denaro. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Sequestro del cellulare annullato: no alla pesca a strascico nei dati
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un sequestro probatorio del cellulare di un indagato. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro perché il decreto della Procura era 'totalizzante', cioè non specificava quali dati cercare né un preciso arco temporale. La Procura ha fatto ricorso, sostenendo l'impossibilità di definire criteri selettivi in anticipo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la motivazione del Tribunale era corretta. Un sequestro probatorio del cellulare non può essere una 'pesca a strascico' indiscriminata. Deve rispettare criteri di specificità e proporzionalità per essere legittimo. L'indagato ha quindi vinto la causa.
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Revisione per prove nuove: audio non basta, Ufficiale condannato
Un Ufficiale della Marina, condannato in via definitiva per concussione ai danni di un imprenditore, ha tentato di ribaltare la sentenza tramite una richiesta di revisione per prove nuove. La sua difesa si basava su una nuova perizia fonica delle registrazioni che lo incastravano, sostenendo che offrisse un'interpretazione alternativa e lecita della richiesta di denaro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: una diversa valutazione di prove già note non costituisce una 'prova nuova'. Per la Corte, la nuova perizia non era in grado di smontare il solido quadro probatorio della condanna originale, che resta quindi confermata.
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Pacco con Droga e Sequestro Probatorio: Indizi bastano per agire
Un uomo, indagato per importazione di droga, subisce un sequestro probatorio. Il suo nome era sul pacco contenente MDMA e un'utenza telefonica, indicata per la consegna, era stata localizzata vicino alla sua abitazione. L'indagato contesta il provvedimento, ritenendo gli indizi insufficienti. La Corte di Cassazione, però, respinge il ricorso. Stabilisce che per un sequestro probatorio non serve la prova piena della colpevolezza, ma basta il 'fumus commissi delicti', ovvero un fondato sospetto che un reato sia stato commesso. Gli elementi raccolti erano sufficienti a giustificare la misura per proseguire le indagini.
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Sequestro Probatorio Informatico: Legittimo Anche se Ampio
Un'indagata per riciclaggio di proventi mafiosi si oppone al sequestro dei suoi dispositivi informatici, ritenendolo una ricerca di prove generica e sproporzionata. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, stabilendo un principio fondamentale sul sequestro probatorio informatico. La Corte chiarisce che, soprattutto nelle indagini preliminari, il Pubblico Ministero può disporre un sequestro ampio di dati digitali. Questo è legittimo se il decreto spiega perché è necessario acquisire tutto il materiale per trovare le prove del reato. Non è indispensabile fissare in anticipo un termine preciso per l'analisi dei dati. L'indagata perde il ricorso.
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Sequestro Probatorio: Orologio e Vestiti Inchiodano il Sospetto
Un indagato per rapina aggravata contesta il sequestro probatorio di denaro, abiti e un orologio, sostenendo la mancanza di finalità probatoria. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, chiarendo che il sequestro è legittimo. Lo scopo era infatti accertare se i beni fossero la refurtiva descritta dalla vittima e se gli abiti corrispondessero a quelli ripresi dalle telecamere di sorveglianza. La Corte ha stabilito che esiste un legame diretto e concreto tra gli oggetti e la necessità di provare il reato. Pertanto, il sequestro probatorio è stato ritenuto uno strumento di indagine corretto e necessario per verificare il coinvolgimento dell'indagato.
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Privacy contro indagini: il sequestro di dispositivi informatici
La Suprema Corte conferma la legittimità del sequestro di dispositivi informatici nell'ambito di un'indagine per associazione a delinquere. La difesa contestava l'acquisizione indiscriminata di dati personali e l'eccessiva durata del vincolo sui device. I giudici chiariscono che l'apprensione fisica dell'intero contenitore hardware risulta indispensabile per estrarre i dati utili. Questa procedura garantisce la corretta catena di custodia a tutela dello stesso indagato. Il tempo necessario per la copia forense appare giustificato dalla complessità delle operazioni e dalla mole di informazioni. Il ricorso viene rigettato, ribadendo che il diritto alla privacy cede il passo alle indagini quando il decreto indica precisi criteri di selezione dei dati.
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Resistenza a pubblico ufficiale: stop ai ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per aver ostacolato una perquisizione domiciliare mediante violenza e minacce. Tale condotta integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano manifestamente infondati, in quanto miravano a una rilettura dei fatti già accertati e ignoravano il materiale probatorio rinvenuto nell'abitazione, confermando la legittimità della condanna e applicando una sanzione pecuniaria.
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Sequestro probatorio: quando serve la convalida?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un sequestro probatorio di preziosi rinvenuti in una cassetta di sicurezza, stabilendo che la convalida del Pubblico Ministero non è necessaria se il decreto originario è sufficientemente specifico. Nel caso analizzato, l'indicazione di 'oggetti in oro' all'interno di un luogo determinato è stata ritenuta idonea a circoscrivere l'attività della polizia giudiziaria, rendendo il sequestro un atto meramente esecutivo e non discrezionale. Il ricorso della difesa, basato sulla presunta inefficacia del vincolo per mancata convalida ex art. 355 c.p.p., è stato dichiarato inammissibile.
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Sequestro probatorio: limiti ai dati digitali
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un sequestro probatorio massivo di dispositivi digitali e documenti contabili nell'ambito di un'indagine per frode IVA e associazione a delinquere. Nonostante le contestazioni della difesa sulla genericità del decreto, i giudici hanno stabilito che l'acquisizione di grandi volumi di dati è valida se finalizzata a ricostruire dinamiche associative complesse, a condizione che il trattenimento dei beni sia limitato al tempo strettamente necessario per la selezione dei file rilevanti. La sentenza sottolinea che il nesso di pertinenza è garantito dal riferimento alle operazioni illecite descritte nel capo d'imputazione.
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