A seguito del tragico suicidio di un militare, la Procura disponeva perquisizioni e il sequestro probatorio di tutti i supporti informatici e dei documenti di due professionisti, ipotizzando il reato di istigazione al suicidio. Il provvedimento si basava sul sospetto che i due detenessero un video compromettente legato a una controversia condominiale. Gli indagati ricorrevano in Cassazione lamentando la genericità del decreto e l'assenza di motivazione sul nesso tra i beni e il reato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro probatorio richiede, a pena di nullità, una specifica motivazione che descriva la condotta ipotizzata e il nesso di pertinenzialità tra i beni e il reato. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento e ha ordinato l'immediata restituzione dei beni.
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