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Art. 2118 Codice Civile — Anno 2022

Altri anni per Art. 2118 Codice Civile

Recesso illegittimo locazione commerciale: Canoni dovuti o solo danni?
Un'azienda ha risolto anticipatamente un contratto di locazione commerciale senza i gravi motivi richiesti dalla legge. Il proprietario ha chiesto il pagamento dei canoni fino alla scadenza naturale. La Corte di Cassazione ha confermato che il recesso illegittimo locazione commerciale non scioglie automaticamente il contratto. Il locatore ha diritto all'adempimento (pagamento dei canoni), non solo al risarcimento del danno. La sentenza rigetta il ricorso del conduttore, condannandolo alle spese processuali.
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Indennità di preavviso nel fallimento: la Cassazione tutela i lavoratori
La Corte di Cassazione ha chiarito un importante principio sull'Indennità di preavviso nel fallimento. Un gruppo di lavoratori aveva chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per l'indennità di mancato preavviso, ma il Tribunale aveva negato. La Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che la dichiarazione di fallimento non è di per sé una giusta causa di licenziamento. Se il curatore fallimentare decide di sciogliere il rapporto di lavoro attraverso un licenziamento collettivo, l'azienda deve comunque pagare l'indennità di preavviso. Questa indennità ha natura indennitaria, non risarcitoria, e serve a mitigare le conseguenze della cessazione improvvisa del rapporto. I lavoratori hanno quindi diritto all'ammissione privilegiata al passivo fallimentare.
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Nullità dell’assunzione pubblica: stop a reintegra e preavviso
Una società a totale controllo pubblico, incaricata della gestione del trasporto locale, ha assunto un dipendente senza bandire una procedura selettiva trasparente e pubblica. In seguito, l'azienda ha interrotto il rapporto di lavoro eccependo la nullità dell'assunzione per violazione delle norme imperative sulle assunzioni nelle aziende a controllo pubblico. Il dipendente ha impugnato il licenziamento chiedendo la reintegrazione e l'indennità sostitutiva del preavviso. La Corte di Cassazione ha confermato la radicale nullità del contratto. L'assenza di selezione pubblica impedisce la nascita di un valido contratto di lavoro subordinato. Di conseguenza, il rapporto resta un mero fatto e non spetta alcuna indennità di preavviso al lavoratore.
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Licenziamento Illegittimo: Diritti del Lavoratore e Tutele Legali
La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha affrontato il tema del licenziamento illegittimo. Sebbene i dettagli specifici del caso non siano disponibili nel documento allegato, la sentenza si inserisce nel contesto della tutela del lavoratore contro la cessazione ingiustificata del rapporto. La decisione della Corte ha probabilmente ribadito principi fondamentali sulla validità del licenziamento, chiarendo i requisiti per la sua legittimità e le conseguenze in caso di accertata illegittimità, come la reintegrazione o l'indennizzo. Questo principio è cruciale per la protezione dei diritti dei lavoratori.
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Fallimento e indennità di mancato preavviso: la tutela
Un dipendente viene licenziato a seguito dell'interruzione delle attività decisa dal curatore di una società fallita. Il Tribunale esclude l'indennità di mancato preavviso dallo stato passivo, ritenendo il fallimento un fatto non colposo che non genera obblighi risarcitori. Il dipendente impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'errata qualificazione della somma richiesta. La Suprema Corte accoglie il ricorso del dipendente, stabilendo che il fallimento sospende il contratto ma non ne costituisce automatica causa di scioglimento immediato. Quando il curatore recede dal rapporto, il lavoratore conserva il pieno diritto alla liquidazione dell'indennità per via della sua natura economica assistenziale e non punitiva. I giudici riconoscono quindi l'intero importo del credito previdenziale e retributivo, collocandolo con rango privilegiato a carico della procedura.
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Licenziamento illegittimo: l’Azienda non prova la giusta causa, soccombe in Cassazione
Un Lavoratore ha contestato il proprio Licenziamento illegittimo, sostenendo l'assenza di giusta causa o giustificato motivo. L'Azienda ha difeso la legittimità del recesso, basandosi su presunte mancanze del dipendente. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'onere della prova della legittimità del Licenziamento illegittimo ricade sull'Azienda, la quale non ha fornito elementi sufficienti per giustificare la risoluzione del rapporto. La sentenza ha quindi confermato la natura illegittima del licenziamento, ribadendo i principi fondamentali in materia di tutela del lavoro.
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Agente vs Preponente: Il Recesso dal Contratto di Agenzia e i limiti della Cassazione
Un Agente ha impugnato una sentenza che gli negava le indennità di fine rapporto dopo il recesso dal contratto di agenzia. L'Agente sosteneva che il rapporto fosse continuato con un'altra società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la valutazione sull'interruzione del rapporto era un accertamento di merito, non riesaminabile in Cassazione. Inoltre, altri motivi di ricorso sono stati dichiarati inammissibili per mancanza di specificità. L'Agente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Licenziamento del dirigente: illegittimo se il motivo è fittizio
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso intimato da una banca a un proprio dirigente d'area. L'istituto di credito aveva giustificato il licenziamento del dirigente adducendo la riorganizzazione aziendale e la riduzione dei settori territoriali da quattro a tre. I giudici hanno accertato la natura pretestuosa e arbitraria della decisione. La banca ha infatti affidato le medesime funzioni a una risorsa inquadrata come quadro e assunto nuovo personale per gestire le aree residue. Tale condotta viola le regole di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto. Nonostante la libertà di recesso nei rapporti dirigenziali, la riorganizzazione aziendale non può celare il mero intento di estromettere un dipendente sgradito. La Suprema Corte ha pertanto rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando l'obbligo di versare l'indennità supplementare.
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Nullità del contratto di lavoro per assunzione senza concorso
Un dipendente assunto da un'azienda di trasporto locale a controllo pubblico perde l'impiego dopo l'accertamento di irregolarità nelle procedure di ingresso. La società contesta la validità dell'assunzione, avvenuta senza concorso e in assenza delle competenze richieste. Il lavoratore ricorre in giudizio domandando la reintegrazione o, in subordine, l'indennità sostitutiva del preavviso. La Corte di Cassazione respinge le richieste del ricorrente. I giudici confermano che l'assunzione priva di selezione comparativa trasparente viola norme imperative inderogabili. Tale violazione determina la nullità del contratto di lavoro fin dal momento della stipula. Il rapporto si qualifica come mera prestazione di fatto, revocabile liberamente e priva delle tutele ordinarie sul licenziamento e sul preavviso.
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Mobilità volontaria: licenziamento privato per ente pubblico economico
Un lavoratore, trasferito tramite mobilità volontaria da un Comune a un Consorzio (CISI), è stato licenziato per soppressione del posto. Il Tribunale di Napoli aveva rigettato il ricorso, ma la Corte d'Appello aveva dichiarato il licenziamento illegittimo, qualificando il CISI come ente pubblico non economico e applicando la disciplina del pubblico impiego. La Corte di Cassazione ha cassato questa decisione. Ha stabilito che la mera concessione di servizi a terzi non esclude la natura di ente pubblico economico di un consorzio, se scopi e fonti di entrata sono imprenditoriali. Pertanto, la mobilità volontaria nel pubblico impiego verso un ente economico comporta l'applicazione del diritto privato al rapporto di lavoro, rendendo legittimo il licenziamento ex art. 2118 c.c.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: indennizzo dovuto
Un dipendente viene licenziato per presunti legami con la criminalità organizzata emersi da un'informativa prefettizia. Il tribunale accerta l'assoluta insussistenza del fatto, ritenendo l'atto illegittimo. Nel frattempo, l'azienda comunica un secondo recesso per scadenza dell'appalto, continuando a retribuire il lavoratore fino al termine effettivo. I giudici di merito negano quindi qualsiasi risarcimento per il primo recesso, sostenendo l'assenza di un danno economico effettivo. La Corte di Cassazione ribalta la pronuncia e stabilisce che, a fronte di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo privo di fondamento reale, spetta comunque l'indennità risarcitoria minima di cinque mensilità. Tale indennizzo è dovuto per il semplice fatto dell'illegittima espulsione, a prescindere dalla continuità delle retribuzioni percepite prima della chiusura formale del rapporto.
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Indennità di Preavviso e Mobilità: la Cassazione chiarisce la Cumulabilità
Una lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento dell'indennità di mancato preavviso e del TFR nello stato passivo del fallimento dell'azienda. Il Curatore ha proposto ricorso, sostenendo l'incompatibilità e la non cumulabilità tra l'indennità di mancato preavviso e l'indennità di mobilità, poiché entrambe mirano a sostenere il lavoratore durante la ricerca di una nuova occupazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che l'istituto previdenziale non è esonerato dall'erogazione dell'indennità di mobilità per il periodo coperto dall'indennità di mancato preavviso, a meno che quest'ultima non sia stata effettivamente corrisposta. La sentenza conferma la cumulabilità delle indennità.
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Scatti di anzianità e apprendistato: il CCNL cede alla legge
La controversia nasce dalla richiesta di due lavoratori nei confronti della società datrice di lavoro operante nel settore dei trasporti ferroviari. L'azienda negava il riconoscimento del periodo svolto con contratto di tirocinio formativo ai fini della progressione economica. Il contratto collettivo nazionale e i successivi accordi aziendali escludevano infatti espressamente il periodo di formazione dal computo utile per gli aumenti retributivi periodici. I giudici di merito hanno dichiarato la nullità delle clausole contrattuali collettive per contrasto con la legge statale e hanno condannato la società a pagare le somme arretrate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda. Il tema centrale riguarda il rapporto tra scatti di anzianità e apprendistato, confermando che il periodo formativo deve essere integralmente conteggiato nell'anzianità di servizio quando il rapporto prosegue a tempo indeterminato.
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Anzianità di servizio e apprendistato: CCNL nullo se la nega
Una lavoratrice ha citato in giudizio l'azienda di trasporti per ottenere il riconoscimento del periodo di formazione iniziale ai fini economici. I contratti collettivi escludevano tale periodo dal calcolo degli aumenti periodici di stipendio. I giudici di merito hanno dichiarato nulle tali clausole contrattuali. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la contrattazione collettiva avesse la delega per regolare il trattamento retributivo. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'azienda. La legge impone il principio inderogabile secondo cui l'anzianità di servizio e apprendistato formano un percorso unico e continuo quando il rapporto prosegue a tempo indeterminato. Il contratto collettivo non può azzerare l'esperienza pregressa né negare gli scatti retributivi maturati durante il tirocinio.
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Anzianità di servizio apprendistato: nulli i tagli dei contratti
Alcuni lavoratori hanno agito in giudizio contro la propria azienda datrice di lavoro per ottenere il pieno riconoscimento economico dell'attività svolta durante il periodo formativo. L'azienda applicava accordi collettivi che riducevano il calcolo di tali mesi ai fini degli scatti stipendiali. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità delle clausole contrattuali collettive che escludevano o limitavano il computo del periodo formativo. La legge considera obbligatorio il calcolo integrale di tale fase lavorativa in caso di continuazione del rapporto a tempo indeterminato. Il datore di lavoro deve quindi riconoscere l'intera anzianità di servizio apprendistato e pagare tutte le differenze retributive maturate dai dipendenti fin dal momento dell'assunzione iniziale.
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Licenziamento del dirigente: crisi d’impresa e costi
La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità del recesso intimato a un manager aziendale da parte degli organi della procedura concorsuale. La controversia è scaturita dalla decisione della curatela fallimentare di risolvere il rapporto di lavoro del manager per esigenze di contenimento dei costi di gestione, avocando a sé i compiti direttivi strategici durante la fase di liquidazione. Il manager ha impugnato il provvedimento, sostenendo la natura ritorsiva e discriminatoria dell'espulsione, oltre alla carenza di adeguate ragioni economiche e organizzative. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze, chiarendo che la soppressione della posizione e la redistribuzione interna delle mansioni direttive integrano pienamente la nozione di giustificatezza. Di conseguenza, il licenziamento del dirigente è stato ritenuto valido, con condanna del ricorrente alle spese processuali.
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Licenziamento del dirigente: illegittimo ma senza preavviso?
Un'azienda licenziava un proprio manager. Il Tribunale accertava l'illegittimità del recesso e condannava l'impresa a versare un indennizzo risarcitorio. Il dirigente proponeva appello per ottenere l'indennità sostitutiva del preavviso e l'adeguamento dell'indennità supplementare. La Corte d'Appello aumentava l'indennità supplementare ma negava il preavviso, sostenendo a sorpresa la sussistenza di una giusta causa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del dipendente: una volta accertata l'illegittimità del recesso in primo grado, e non essendo stata impugnata dall'azienda, tale aspetto è definitivo. I giudici di secondo grado non potevano rivalutare la legittimità del recesso per negare l'indennità di preavviso. In caso di licenziamento del dirigente accertato come illegittimo, spettano sia il preavviso sia l'indennità supplementare.
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Cessione del contratto di lavoro e consenso tacito
La controversia nasce dall'impugnazione avanzata da un dipendente contro il trasferimento di un impianto produttivo tra due società. Il lavoratore chiedeva la continuità del rapporto e la reintegrazione presso la società cedente, contestando la legittimità del passaggio aziendale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha stabilito che la firma del nuovo contratto con la società cessionaria e lo svolgimento effettivo dell'attività lavorativa per un anno integrano una valida cessione del contratto di lavoro per fatti concludenti. L'eventuale invalidità del trasferimento d'azienda non impedisce il perfezionamento del passaggio contrattuale individuale liberamente accettato dal lavoratore. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Assunzione per chiamata diretta: nullo il contratto pubblico
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento intimato da una società pubblica di trasporto, la quale aveva rilevato la nullità originaria del contratto di lavoro. La dipendente era stata inserita in organico tramite selezione priva di evidenza pubblica. La lavoratrice sosteneva la piena validità del rapporto lavorativo, evidenziando il possesso dei requisiti professionali e la tardiva entrata in vigore dei vincoli legali di concorso rispetto alla sua data di ingresso. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del contratto. I giudici hanno chiarito che l'assunzione per chiamata diretta viola i regolamenti interni aziendali sulla trasparenza e l'imparzialità delle selezioni. Il possesso delle competenze individuali non sana l'assenza di un iter concorsuale trasparente. L'invalidità totale dell'atto esclude qualsiasi diritto all'indennità di preavviso.
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Collocazione in CIGS: lite tra azienda e lavoratore chiusa
Un lavoratore ha contestato la sua illegittima collocazione in CIGS protrattasi per oltre nove anni. I giudici di merito hanno accolto la domanda del dipendente, condannando l'azienda al risarcimento del danno mediante il pagamento delle differenze tra la normale retribuzione e l'integrazione salariale percepita. La società ha impugnato la decisione in Cassazione con diciannove motivi. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo e depositato un verbale di conciliazione. La Suprema Corte ha preso atto della transazione, dichiarando la cessata materia del contendere e disponendo l'integrale compensazione delle spese.
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