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Art. 2118 Codice Civile — Anno 2026

Altri anni per Art. 2118 Codice Civile

Reintegra e indennità sostitutiva del preavviso: trattenuta valida
Un Lavoratore, licenziato dall'Azienda, incassa l'indennità sostitutiva del preavviso. Successivamente, il giudice dichiara illecito il licenziamento, ordina la reintegra nel posto di lavoro e stabilisce un risarcimento. L'Azienda eroga il risarcimento sottraendo però l'indennità sostitutiva del preavviso già versata. Il Lavoratore avvia un'esecuzione forzata per la differenza. La Corte di Cassazione accoglie le ragioni dell'Azienda: la reintegra annulla il presupposto del licenziamento, facendo nascere solo dopo il credito restitutorio per l'indennità sostitutiva del preavviso. Trattandosi di un fatto sopravvenuto, il Datore di Lavoro può legittimamente operare la compensazione in sede di opposizione all'esecuzione.
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Indennità sostitutiva del preavviso: paga anche il committente
Un lavoratore addetto alle pulizie ha perso l'impiego presso la ditta appaltatrice per la cessazione della commessa, venendo poi riassunto dall'impresa subentrante. La precedente datrice di lavoro non ha versato l'indennità sostitutiva del preavviso. Il dipendente ha agito in giudizio ottenendo la condanna dell'azienda committente al pagamento della somma in solido con l'appaltatore. L'azienda committente ha ricorso in Cassazione sostenendo che la cessazione fosse consensuale e che l'indennità non rientrasse nella garanzia dell'appalto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la risoluzione deriva dalle scelte organizzative del datore e che l'indennità sostitutiva del preavviso rientra pienamente nella responsabilità solidale del committente prevista dalla legge, in quanto emolumento strettamente connesso alla mancata percezione della retribuzione durante il periodo di recesso.
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Indennità sostitutiva del preavviso e cambio appalto: chi paga
Un lavoratore addetto alle pulizie ferroviarie viene riassorbito da un'altra impresa a seguito di un cambio appalto, proseguendo le mansioni senza interruzione. La cooperativa uscente non gli versa l'indennità sostitutiva del preavviso. Il dipendente chiede il pagamento in solido al vecchio datore, al consorzio e alla società committente. La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi delle aziende e conferma che l'indennità sostitutiva del preavviso spetta anche se il lavoratore viene riassunto subito, poiché la cessazione deriva da un recesso unilaterale dell'impresa uscente. La Suprema Corte stabilisce inoltre che la società committente risponde in solido per tale spettanza, data la natura retributiva e indennitaria del compenso.
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Responsabilità solidale committente: preavviso garantito
Un gruppo di lavoratori ha richiesto il pagamento dell'indennità sostitutiva del preavviso a seguito della cessazione del rapporto con l'impresa appaltatrice durante una vicenda di cambio appalto. I giudici di merito hanno condannato in solido l'impresa uscente e L'Azienda committente. Quest'ultima ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'indennità non rientrasse tra i trattamenti retributivi garantiti dalla legge. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la responsabilità solidale committente si estende anche all'indennità sostitutiva del preavviso. Questo emolumento ha infatti natura retributiva e ristora la mancata percezione del salario a causa della cessazione immediata del rapporto decisa dal datore di lavoro.
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Consulente o Dirigente: quando scatta il Lavoro Subordinato
Un professionista ha collaborato per nove anni con una società mediante contratti di consulenza e fatturazione con partita IVA. Il lavoratore ha agito in giudizio per ottenere il riconoscimento della natura subordinata e dirigenziale dell'incarico, avendo diretto stabilmente il settore finanziario aziendale. La società ha sostenuto l'autonomia della prestazione, la qualifica di commercialista dell'incaricato e l'assorbimento di ogni spettanza nei compensi già versati. La Corte di Cassazione ha confermato l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato di livello dirigenziale. I giudici hanno valorizzato l'inserimento continuativo nell'organizzazione, l'assenza di rischio d'impresa e il potere di rappresentanza esterna. L'Azienda deve quindi pagare il TFR e l'indennità sostitutiva del preavviso.
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Sgravi contributivi negati dopo il contratto di apprendistato
Uno studio professionale assume una lavoratrice a tempo indeterminato dopo aver interrotto con lei, pochi mesi prima, un rapporto di apprendistato professionalizzante. Il datore di lavoro richiede l'applicazione dell'esonero previdenziale previsto per le nuove assunzioni stabili. L'ente previdenziale nega il beneficio e richiede il pagamento dei contributi ordinari. La legge vieta infatti l'agevolazione se il dipendente ha svolto un lavoro a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti. I giudici di merito danno ragione allo studio, escludendo l'apprendistato da tale divieto. La Corte di Cassazione ribalta la decisione e accoglie il ricorso dell'ente. L'apprendistato è a tutti gli effetti un contratto a tempo indeterminato. Di conseguenza, il datore di lavoro perde definitivamente il diritto agli sgravi contributivi.
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Compenso per Mansioni Aggiuntive: Vittoria del Dirigente
Un dirigente ricopriva il ruolo di presidente e, per un certo periodo, anche quello di direttore generale di un ente sanitario poi entrato in amministrazione straordinaria. A seguito del recesso anticipato dal contratto a tempo determinato, il lavoratore ha richiesto l'ammissione al passivo per diverse spettanze, compreso il compenso per mansioni aggiuntive svolte oltre il contratto originario. Il Tribunale ha respinto quest'ultima pretesa definendola generica, poiché basata sul parametro retributivo del successore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto: accertato l'incarico extra e l'effettivo svolgimento delle prestazioni, il giudice non può rigettare la richiesta, ma deve quantificare equitativamente il compenso dovuto a tutela della retribuzione proporzionata.
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Pensione anticipata lavoratori precoci: sì anche dopo la prova
Il Lavoratore ha richiesto l'accesso alla pensione anticipata lavoratori precoci dopo essere stato licenziato per il mancato superamento della prova. L'Istituto Previdenziale ha negato il beneficio, sostenendo che la fine del rapporto in prova non costituisse un vero licenziamento. La Corte d'Appello ha dato ragione all'ente pubblico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il recesso del datore di lavoro durante il periodo di prova è a tutti gli effetti un licenziamento individuale. Di conseguenza, tale evento genera uno stato di disoccupazione involontaria che dà diritto alla pensione anticipata lavoratori precoci. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Dimissioni per giusta causa: se tardive, il lavoratore paga
Un dipendente di banca si dimetteva oltre sei mesi dopo aver subito un trasferimento e un demansionamento illegittimi, invocando le dimissioni per giusta causa per non rispettare un lungo periodo di preavviso pattuito nel contratto. La Corte di Cassazione ha stabilito che, nonostante l'illegittimità del comportamento dell'azienda, il notevole ritardo nella reazione del lavoratore viola il principio di immediatezza. Questo principio è un requisito fondamentale per le dimissioni per giusta causa. Di conseguenza, il recesso è stato considerato valido ma non supportato da giusta causa, obbligando il lavoratore a pagare all'azienda l'indennità per il mancato preavviso.
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Indennità di preavviso: Accordo sindacale batte Contratto
Alcuni lavoratori di una compagnia aerea, licenziati a seguito di una procedura collettiva, hanno fatto causa all'azienda. Contestavano un accordo sindacale che aveva ridotto il loro preavviso a soli 5 giorni, chiedendo una maggiore indennità sostitutiva del preavviso. Sostenevano che il diritto a un preavviso più lungo, previsto dal CCNL, fosse un diritto acquisito e non modificabile. La Corte di Cassazione ha dato torto ai lavoratori. Ha stabilito che il diritto al preavviso non è un diritto 'quesito' (cioè già consolidato) sin dall'assunzione, ma sorge solo al momento del licenziamento. Di conseguenza, un accordo collettivo stipulato prima del recesso può legittimamente modificarne la durata, anche in senso peggiorativo per il lavoratore. L'azienda ha vinto la causa.
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Licenziamento Dirigente Blocco Covid: Azienda Rinuncia in Cassazione
Un'azienda aveva licenziato un dirigente per ragioni economiche durante la pandemia, sostenendo che il divieto di licenziamento non si applicasse a questa categoria di lavoratori. Il caso è arrivato fino alla Corte di Cassazione, che ha sollevato una questione alla Corte Costituzionale. A seguito della decisione di quest'ultima, l'azienda ha rinunciato al ricorso. La Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del processo, confermando di fatto la vittoria del lavoratore. La vicenda chiarisce l'applicabilità del **licenziamento dirigente blocco Covid** anche a questa figura professionale.
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Cambio Appalto: Niente Indennità Preavviso con Riasunzione?
Un lavoratore, addetto alle pulizie ferroviarie, al termine di un appalto cessa il rapporto con la vecchia azienda e viene immediatamente assunto dalla nuova, senza interruzioni. L'azienda uscente non paga l'indennità sostitutiva del preavviso, sostenendo che si tratti di una risoluzione consensuale e non di un licenziamento, dato che il lavoratore non è mai rimasto disoccupato. Il lavoratore, invece, la richiede. La Corte di Cassazione, riconoscendo l'importanza della questione per l'uniformità del diritto, non emette una decisione finale ma rinvia il caso a una pubblica udienza per un esame più approfondito. La questione sul diritto all'indennità sostitutiva del preavviso in caso di riassunzione immediata resta quindi aperta.
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Contratto di apprendistato: il rischio del ritardo nel recesso
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento avvenuto al termine di un contratto di apprendistato professionalizzante durato tre anni. Il ricorrente sosteneva che la prestazione lavorativa fosse proseguita per due giorni oltre la scadenza naturale del termine, determinando così la trasformazione automatica del rapporto in un contratto a tempo indeterminato ordinario. Dopo i rigetti nei primi due gradi di giudizio, la questione è giunta in Cassazione. La Suprema Corte, rilevando l'importanza della questione interpretativa riguardante l'esatto momento in cui il datore di lavoro può esercitare il recesso 'al termine' del periodo formativo, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Il caso è stato rimesso alla pubblica udienza per definire se una minima prosecuzione dell'attività lavorativa impedisca o meno il recesso libero previsto dalla legge.
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Differenze retributive: azienda condannata e ricorso respinto
Una società in liquidazione è stata condannata a pagare oltre 200.000 euro a un ex dipendente per differenze retributive, TFR e indennità di preavviso. Il datore di lavoro ha presentato ricorso in Cassazione lamentando errori nel calcolo delle somme, in particolare l'inclusione dei ratei di tredicesima nel preavviso e dello straordinario nel TFR. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i motivi di ricorso. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare le assenze del lavoratore spetta al datore e che la mancata contestazione specifica delle motivazioni dei giudici di merito preclude il riesame in sede di legittimità. La decisione conferma la condanna basata sulla parola_chiave differenze retributive.
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Apprendistato e sgravi: la Cassazione apre il dibattito
La Corte di Cassazione affronta il tema della spettanza degli sgravi contributivi per l'assunzione di un lavoratore precedentemente occupato con contratto di apprendistato. Il caso nasce dall'opposizione di uno studio professionale contro l'Istituto previdenziale, che aveva negato l'esonero contributivo previsto dalla Legge di Stabilità 2015. La questione centrale riguarda la natura giuridica dell'apprendistato: se esso debba essere considerato un rapporto a tempo indeterminato già consolidato, precludendo così nuovi incentivi, o se la facoltà di recesso al termine della formazione lo renda assimilabile a un rapporto precario. Data la rilevanza della questione, la Corte ha rinviato la causa alla pubblica udienza.
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Procedura disciplinare autoferrotranvieri: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che non ogni irregolarità nella procedura disciplinare autoferrotranvieri comporta automaticamente la nullità del licenziamento. Analizzando il caso di un dipendente licenziato per gravi condotte extralavorative, la Corte ha chiarito che l'omissione della relazione scritta, prevista dall'art. 53 del R.D. 148/1931, non invalida il provvedimento se le indagini sono svolte direttamente dal direttore e se il diritto di difesa del lavoratore è stato pienamente garantito. La sentenza privilegia un approccio sostanziale, riservando la sanzione della nullità solo alle violazioni procedurali qualificate che ledono effettivamente e irrimediabilmente il diritto di difesa.
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Licenziamento autoferrotranvieri: regole procedurali
Un lavoratore del settore trasporti impugna il licenziamento disciplinare per vizi procedurali. La Cassazione analizza la normativa speciale per gli autoferrotranvieri (R.D. 148/1931), distinguendo tra violazioni procedurali sostanziali, che causano la nullità del licenziamento, e irregolarità formali. In questo caso, né la tardiva costituzione del Consiglio di Disciplina né la concentrazione di alcune funzioni istruttorie in un unico soggetto sono state ritenute lesive del diritto di difesa, portando al rigetto del ricorso del lavoratore e alla validazione del licenziamento.
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Trasferimento d’azienda e TFR: la Cassazione decide
Un lavoratore si dimette per essere immediatamente assunto da una nuova società che prosegue la stessa attività. L'INPS nega l'intervento del Fondo di Garanzia per il TFR. La Corte di Cassazione conferma che si tratta di un trasferimento d'azienda fraudolento, finalizzato a eludere la legge. Di conseguenza, il nuovo datore di lavoro è responsabile per il TFR maturato e l'operazione è inefficace.
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Trasferimento d’azienda: no al Fondo Garanzia INPS
Analisi di un'ordinanza della Cassazione sul caso di un presunto trasferimento d'azienda mascherato da dimissioni di massa e successive riassunzioni. La Corte ha stabilito che, in caso di operazione elusiva volta a scaricare il TFR sul Fondo di Garanzia dell'Ente Previdenziale, quest'ultimo può legittimamente negare il pagamento, confermando la responsabilità solidale della società cessionaria.
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