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Art. 133 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Furto e particolare tenuità del fatto: stop ai pluripregiudicati
Un uomo ha subito una condanna per furto a quattro mesi di reclusione e duecento euro di multa, nonostante la prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. L'imputato ha impugnato la decisione sostenendo che i giudici avrebbero dovuto applicare la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Secondo la difesa, il riconoscimento delle attenuanti risultava incompatibile con il rigetto del beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha confermato la condanna penale. I giudici supremi hanno chiarito che l'esclusione della pena richiede sia l'esiguità dell'offesa sia la non abitualità della condotta. Il casellario giudiziale dell'uomo registrava almeno sette condanne pregresse per reati simili, tra cui furti, rapine e ricettazioni. Questa serialità dimostra una condotta pienamente abituale e preclude ogni esenzione da responsabilità.
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Particolare tenuità del fatto e furto con precedenti penali
L'Imputato ha subito una condanna per tentato furto aggravato a otto mesi di reclusione e quattrocento euro di multa. Il difensore ha presentato ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione della particolare tenuità del fatto e contestando la misura dello sconto di pena per il tentativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'imputato registrava numerosi precedenti specifici contro il patrimonio, tra cui quattro furti e due rapine. Questa reiterazione esclude il requisito della non abitualità della condotta, indispensabile per cancellare la punibilità. La Cassazione ha confermato la condanna definitiva e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pene sostitutive negate tra furto e precedenti
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per furto in abitazione a due anni e sei mesi di reclusione. Il condannato contestava la credibilità della persona offesa e lamentava il mancato riconoscimento delle pene sostitutive introdotte dalla riforma penale. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Da un lato, la valutazione sull'attendibilità dei testimoni spetta solo ai giudici di merito e non è censurabile in Cassazione se priva di contraddizioni manifeste. Dall'altro, per negare le pene sostitutive il giudice non deve analizzare ogni singolo parametro di legge, ma può fondare la decisione su un solo elemento ostativo, quale la presenza di precedenti per reati contro il patrimonio e la totale assenza di ravvedimento.
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Tentato furto con borsa schermata: no alla non menzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato furto con borsa schermata all'interno di un negozio. L'imputato ha contestato il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e il diniego del beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale, invocando la propria condizione lavorativa e la presenza di tre figli. I giudici hanno respinto le doglianze dichiarando il ricorso inammissibile. L'adozione di una borsa schermata e l'accurata scelta del negozio dimostrano una chiara premeditazione e una spiccata capacità a delinquere. La Cassazione ha chiarito che il giudice di merito può legittimamente negare la non menzione del casellario anche qualora abbia accordato la sospensione condizionale della pena. I due istituti perseguono scopi autonomi e richiedono valutazioni differenti sul pericolo di reiterazione delittuosa.
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Guida senza patente di notte: pena severa confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi di arresto e tremila euro di ammenda per un uomo colpevole del reato di guida senza patente. L'imputato contestava l'entità della pena inflitta dai giudici territoriali, lamentando un ingiustificato scostamento dal minimo previsto dalla legge. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola manifestamente infondata. La decisione di aumentare la sanzione base trova piena giustificazione sia nei precedenti penali registrati nel casellario dell'automobilista, sia nella spiccata pericolosità della condotta. Il conducente guidava infatti di notte, lungo una strada provinciale e trasportando tre passeggeri. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Commisurazione della pena tra sconto concesso e ricorso respinto
L'imputato ha ottenuto in appello una consistente riduzione della condanna per reati di droga: i giudici hanno riqualificato il fatto nel reato di lieve entità, abbassando la sanzione a un anno e otto mesi di reclusione e tremila euro di multa. Nonostante lo sconto, l'imputato ha presentato ricorso lamentando una scorretta commisurazione della pena e contestando la mancanza di una motivazione approfondita. La Corte di Cassazione ha giudicato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che il magistrato non deve analizzare ogni singolo parametro di legge, ma può limitarsi a valorizzare gli elementi determinanti, come la quantità della sostanza sequestrata. Per l'imputato la sanzione è rimasta definitiva, con l'ulteriore condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e attenuanti generiche: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e due mesi di reclusione per un imputato colpevole di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori. La controversia riguardava il tema del reato continuato e attenuanti generiche. In una precedente pronuncia, la Suprema Corte aveva chiesto ai giudici di merito di considerare il buon comportamento processuale per ricalcolare gli aumenti di pena per tutti gli episodi contestati. La Corte d'appello ha quindi motivato la quantificazione degli aumenti per ogni singolo reato satellite in base alla specifica gravità delle condotte. L'imputato ha presentato un ulteriore ricorso sostenendo il mancato rispetto delle indicazioni della Cassazione. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile e condannando il ricorrente a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate per lo sblocco tardivo del cellulare
La Corte d'Appello ha condannato l'imputato a due anni e quattro mesi di reclusione e diecimila euro di multa per detenzione di stupefacenti destinati allo spaccio, quantificati in quasi mille dosi singole. I giudici di merito hanno negato le circostanze attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo di aver collaborato con la giustizia mediante la consegna del codice di sblocco del proprio telefono e chiedendo un trattamento sanzionatorio più mite. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. Il collegio ha evidenziato che l'imputato ha fornito la password del cellulare solo dopo la nomina del perito, attuando un comportamento elusivo. Il ricorso inammissibile ha comportato per il condannato l'obbligo di pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Commisurazione della pena: ricorso inammissibile e sanzione pecuniaria
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per cessione di stupefacenti di lieve entità alla pena di otto mesi di reclusione e tremila euro di multa. La difesa contestava la commisurazione della pena, lamentando carenze motivazionali in merito all'equità della sanzione, al riconoscimento della recidiva e al bilanciamento con le attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno respinto l'impugnazione dichiarandola manifestamente infondata: la decisione di merito risulta congruamente motivata e priva di vizi logici, avendo fatto corretta applicazione degli indici legali sulla gravità del reato e sulla capacità a delinquere. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Dosimetria della pena: legittima la sanzione senza dettagli
La Corte d'Appello condannava l'imputato a due anni di reclusione e duemila euro di multa per spaccio di lieve entità, dopo aver concesso le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla recidiva e lo sconto per il rito alternativo. L'imputato presentava ricorso per Cassazione contestando il difetto di motivazione sulla dosimetria della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione base si attesta al di sotto della media edittale o vicino al minimo, il magistrato non ha alcun obbligo di fornire una motivazione analitica e dettagliata sui singoli criteri di calcolo. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese del procedimento insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: negate dopo la ritrattazione
L'imputato ha subito una condanna a un anno e due mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti di lieve entità. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della sanzione e il diniego delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che l'uomo avesse ammesso i fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è consentito discutere per la prima volta in Cassazione la quantificazione della pena se il tema non faceva parte dei motivi di appello. Inoltre, il giudice nega legittimamente le circostanze attenuanti generiche in assenza di fattori positivi, dato che l'incensuratezza non basta più e una confessione ritrattata non giustifica alcuno sconto. L'imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti per reato di spaccio negate: confermata la sanzione
La Corte d'appello confermava la condanna contro l'imputato a nove mesi di reclusione e duemilacinquecento euro di multa per detenzione di cinque grammi di cocaina. L'imputato proponeva ricorso per cassazione chiedendo le attenuanti per reato di spaccio, contestando il mancato riconoscimento del lucro di speciale tenuità e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il ricorrente ha riproposto le stesse argomentazioni già respinte nei gradi precedenti senza contrastare la motivazione dei giudici d'appello. La quantità di sostanza, il prezzo pattuito e i precedenti penali contro il patrimonio impedivano ogni sconto ulteriore. L'imputato perde la causa e deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: l’insulto non è fatto di lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un cittadino per il delitto di oltraggio a pubblico ufficiale. L'imputato aveva rivolto insulti a sfondo sessista contro alcune operatrici di polizia durante un intervento di servizio. Contestualmente, l'uomo aveva incitato i propri connazionali radunati nei paraggi a protestare contro le forze dell'ordine. La difesa ha chiesto l'assoluzione per particolare tenuità del fatto e contestato la quantificazione della pena. I giudici hanno respinto ogni richiesta e dichiarato inammissibile il ricorso. La gravità delle offese di genere e il tentativo di scatenare disordini collettivi escludono qualsiasi lieve entità della condotta. Il ricorrente deve versare le spese del procedimento e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva e attenuanti generiche: condanna ferma per evasione
Un uomo condannato per il delitto di evasione ha presentato ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello. Il ricorrente ha contestato la violazione di legge e i vizi di motivazione in merito alla recidiva e attenuanti generiche negate dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che i precedenti penali e la condotta dell'imputato dimostrano una spiccata pericolosità sociale e la chiara volontà di violare le norme. Inoltre, la valutazione sulle attenuanti costituisce un giudizio di fatto insindacabile se privo di contraddizioni. L'imputato ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver promosso un'impugnazione priva di fondamento.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso generico e pena minima
L'Imputato contesta la condanna per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale confermata dalla Corte d'Appello. Nel ricorso per Cassazione, la difesa lamenta l'assenza del dolo, l'insussistenza del reato e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. L'impugnazione si limita a una generica contestazione dei fatti senza muovere critiche concrete alla motivazione della sentenza precedente. Inoltre, la Corte ribadisce che il giudice di merito non deve fornire una motivazione analitica sulla misura della pena quando la sanzione si attesta sui minimi di legge previsti dal codice penale. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente il ricorso e riceve la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Interruzione di pubblico servizio al cimitero: Cassazione conferma
Due imputati hanno bloccato per alcune ore le operazioni di seppellimento ed esumazione delle salme all'interno di un'area cimiteriale. La protesta è cessata soltanto dopo l'arrivo dei carabinieri. I giudici di merito hanno condannato entrambi per il reato di interruzione di pubblico servizio, escludendo il beneficio delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna e ha dichiarato inammissibili i ricorsi difensivi. Secondo la Suprema Corte, la paralisi dell'attività cimiteriale per diverse ore arreca un danno concreto e apprezzabile alla regolarità di una prestazione essenziale. I ricorrenti dovranno inoltre versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: il ricorso generico costa caro all’imputato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per il reato di evasione, aggravato dalla recidiva. L'uomo si era allontanato illegittimamente dal luogo in cui doveva rimanere ristretto e aveva successivamente presentato ricorso lamentando difetti di motivazione sia sull'accertamento della propria colpevolezza sia sull'applicazione dell'aggravante della recidiva. I giudici supremi hanno giudicato l'impugnazione totalmente inammissibile a causa della genericità delle censure sollevate dalla difesa, la quale non ha contrastato in modo puntuale le argomentazioni dei giudici di merito. La Corte d'appello aveva fondato l'aumento di pena sul curriculum criminale dell'imputato, caratterizzato da numerose condanne anche recenti e per reati simili. Oltre a subire la conferma definitiva della pena, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese di lite e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche e precedenti penali: ricorso inammissibile
Un uomo condannato per il reato di evasione ha presentato ricorso per contestare il mancato riconoscimento dello sconto di pena. L'imputato lamentava una motivazione solo apparente alla base del rifiuto delle attenuanti generiche da parte della Corte d'Appello. I giudici di secondo grado avevano negato il beneficio valorizzando la presenza di numerosi precedenti penali a carico del soggetto. La Corte di Cassazione ha rigettato l'impugnazione dichiarandola inammissibile. Il giudice di merito ha pieno potere discrezionale nella valutazione degli elementi sul disvalore della condotta e sulla personalità del colpevole. Il semplice richiamo ai precedenti penali passati basta a giustificare in modo logico e sufficiente il diniego delle circostanze di favore. L'imputato perde la causa e subisce la condanna al versamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bilanciamento tra recidiva e attenuanti: no ai ricorsi di fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava il giudizio espresso dalla Corte di Appello relativo al bilanciamento tra recidiva e attenuanti generiche, sostenendo un vizio di motivazione nella determinazione della pena. I giudici di legittimità hanno ribadito che la quantificazione della pena e la valutazione dei fattori attenuanti o aggravanti spettano esclusivamente al giudice di merito. La Corte territoriale aveva adeguatamente giustificato la propria decisione evidenziando la pericolosità dell'azione, l'uso iniziale di false generalità e un'ammissione di colpevolezza tardiva e obbligata. A causa dell'inammissibilità del ricorso, l'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa testimonianza: minacce in carcere senza prove
Un testimone ritratta le precedenti dichiarazioni durante un processo penale. L'autorità giudiziaria condanna l'uomo per il reato di falsa testimonianza. L'imputato presenta ricorso in Cassazione per giustificare la propria condotta. Il ricorrente sostiene di aver mentito a causa di gravi minacce di morte ricevute da altri detenuti in carcere. Egli invoca lo stato di necessità e chiede la concessione delle attenuanti generiche. I giudici supremi bocciano l'impugnazione. La difesa non ha fornito alcuna prova concreta sui presunti ricatti carcerari. La Corte conferma inoltre il rifiuto delle attenuanti a causa dei precedenti penali dell'uomo. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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