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Art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 — Sezione Lavoro Civile

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Lavoro tra coniugi: prova rigorosa per la subordinazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 2364/2026, ha stabilito che il lavoro tra coniugi si presume gratuito. Per dimostrare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, il coniuge-lavoratore deve fornire una prova rigorosa della subordinazione, come un orario fisso, una retribuzione mensile e la soggezione al potere direttivo dell'altro coniuge. Nel caso di specie, una donna che lavorava nella gioielleria del marito separato non è riuscita a fornire tale prova, vedendosi negato il riconoscimento del rapporto di lavoro e le relative spettanze economiche.
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Prescrizione crediti lavoro pubblico: quando decorre?
Una lavoratrice del settore pubblico, dopo aver ottenuto la riqualificazione del suo contratto da autonomo a subordinato, ha visto le sue richieste di differenze retributive parzialmente negate. La Corte di Cassazione ha confermato che la prescrizione crediti lavoro nel pubblico impiego decorre durante il rapporto e non dalla sua cessazione, negando l'applicabilità del cosiddetto 'metus' (timore del licenziamento) tipico di alcuni rapporti privati.
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Mansioni superiori: no a inquadramento superiore
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un lavoratore, autista soccorritore, che richiedeva il riconoscimento di mansioni superiori e le relative differenze retributive. La Corte ha stabilito che, per l'inquadramento in una categoria superiore, non è sufficiente svolgere compiti complessi, ma è necessario dimostrare autonomia decisionale e assunzione di responsabilità per il risultato, elementi che nel caso di specie erano assenti, essendo l'attività di mero supporto al personale sanitario.
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Mansioni superiori: no a inquadramento superiore
Un lavoratore, impiegato come autista soccorritore, ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e il conseguente inquadramento in un'area contrattuale più elevata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. Secondo la Corte, le attività svolte dal lavoratore, pur essendo qualificate, erano di mero supporto al personale sanitario e prive dell'autonomia decisionale e della responsabilità per il risultato finale che caratterizzano il livello superiore richiesto.
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Mansioni superiori: no a inquadramento superiore
Un lavoratore, impiegato come autista soccorritore, ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e le relative differenze retributive, sostenendo che il suo ruolo rientrasse nell'Area B anziché nell'Area A. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la decisione del tribunale di merito. La Corte ha stabilito che le mansioni del lavoratore erano di mero supporto al personale sanitario e prive dell'autonomia e della responsabilità che caratterizzano l'inquadramento superiore. La decisione si fonda sul cosiddetto "giudizio trifasico", che confronta le mansioni effettivamente svolte con i profili professionali definiti dai contratti collettivi.
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Mansioni superiori: la responsabilità è decisiva
Un dipendente pubblico, operante come autista soccorritore, ha richiesto il pagamento di differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per il riconoscimento del diritto non è sufficiente svolgere compiti più complessi, ma è necessario dimostrare di aver assunto la maggiore responsabilità che caratterizza il livello superiore. La mancanza di prova su questo specifico punto è risultata decisiva per il rigetto della domanda.
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Mansioni superiori: prova e responsabilità del risultato
Una lavoratrice ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori come autista-soccorritore, ma la sua domanda è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, sottolineando che per ottenere un inquadramento superiore non basta svolgere compiti più elevati, ma è necessario dimostrare la loro prevalenza e, soprattutto, l'assunzione della responsabilità per i risultati, elemento chiave che distingue le diverse categorie professionali secondo il contratto collettivo.
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Risarcimento danno somministrazione: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10575/2024, ha respinto il ricorso di un Comune, confermando la condanna al risarcimento del danno in favore di una lavoratrice per l'illegittimo utilizzo di contratti di somministrazione a termine. La Corte ha ribadito che, nel pubblico impiego, pur non essendo possibile la conversione del rapporto in tempo indeterminato, spetta al lavoratore un danno presunto, con valenza sanzionatoria, in linea con la normativa nazionale ed europea. L'illegittimità derivava dalla genericità della causale apposta ai contratti.
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Contratti a termine: no a proroghe oltre 36 mesi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10553/2024, ha respinto il ricorso di un ente pubblico, confermando l'illegittimità della successione di contratti a termine con una dipendente per un periodo superiore a 36 mesi. La Corte ha stabilito che le normative nazionali invocate dall'ente per giustificare le proroghe, finalizzate ad assicurare la continuità dei servizi, non possono derogare al limite massimo di durata, in quanto devono essere interpretate conformemente alla direttiva europea 1999/70/CE, che mira a prevenire l'abuso di tali contratti. Di conseguenza, è stata confermata la condanna al risarcimento del danno in favore della lavoratrice.
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Progressione orizzontale: il diritto alla promozione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10459/2024, chiarisce la natura del diritto alla progressione orizzontale nel pubblico impiego. Quando una procedura selettiva, basata su un bando assimilabile a un'offerta al pubblico, si conclude con la formazione di una graduatoria, il dipendente vanta un diritto soggettivo pieno alla promozione, non una mera pretesa risarcitoria per perdita di chance. Di conseguenza, il giudice ordinario può ordinare all'amministrazione di completare l'iter e riconoscere l'inquadramento superiore.
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Progressione professionale: diritto senza approvazione?
Una dipendente pubblica ha richiesto il riconoscimento di una progressione professionale basata su una procedura selettiva. L'ente datore di lavoro si opponeva, sostenendo che la mancata approvazione formale della graduatoria finale impedisse il sorgere del diritto. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto alla progressione professionale sorge con il superamento della selezione e l'utile collocazione in graduatoria, a prescindere dalla successiva approvazione formale da parte dell'organo amministrativo. Di conseguenza, ha respinto sia il ricorso dell'ente che quello della lavoratrice, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Assegno sociale: 10 anni di soggiorno continuativo
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10450/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina straniera contro il diniego dell'assegno sociale. La decisione si fonda sulla mancata prova del requisito del soggiorno continuativo in Italia per almeno dieci anni, un onere che grava interamente sul richiedente e non può essere superato da brevi assenze non debitamente contestualizzate nei gradi di merito.
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Cessata materia del contendere: accordo e fine del caso
A seguito di un licenziamento, annullato in appello, le parti hanno proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio, hanno raggiunto un accordo transattivo. La Suprema Corte, preso atto dell'accordo, ha dichiarato la cessata materia del contendere, annullando di fatto gli effetti della sentenza impugnata e compensando le spese legali.
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Ricorso nullo: l’onere di specificità dell’attore
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione che rigettava le richieste di alcuni lavoratori precari contro un Ministero e un'agenzia pubblica. Il motivo principale è stato il ricorso nullo per eccessiva genericità: i lavoratori non avevano specificato in modo dettagliato le mansioni svolte, impedendo al giudice di valutare le loro pretese. La sentenza sottolinea l'importanza dell'onere di allegazione a carico di chi agisce in giudizio, un dovere che non può essere colmato dal giudice.
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Contratto a termine: quando è legittimo lo ius variandi
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un contratto a termine per un esattore autostradale, anche se impiegato con orari e in sedi diverse da quelle indicate. La Suprema Corte ha chiarito che tali variazioni rientrano nel potere organizzativo del datore di lavoro (ius variandi) e non invalidano la causale del contratto, purché la prestazione resti coerente con la ragione originaria dell'assunzione, come l'aumento del traffico estivo.
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Licenziamento collettivo: criteri di scelta e onere
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo. L'azienda aveva limitato la scelta dei lavoratori da licenziare solo a quelli della sede in chiusura, senza estendere la comparazione a tutti i dipendenti con mansioni omogenee nell'intera organizzazione. La Corte ha ribadito che, in assenza di un accordo sindacale sui criteri, la platea dei licenziandi deve includere l'intero complesso aziendale, respingendo le giustificazioni della società basate su un presunto rifiuto al trasferimento dei dipendenti.
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Criteri di scelta licenziamento: la Cassazione decide
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura collettiva, ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha annullato il licenziamento, ritenendo i criteri di scelta licenziamento utilizzati dall'azienda generici e discrezionali. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha confermato la decisione, respingendo il ricorso dell'azienda e ribadendo il principio fondamentale secondo cui tali criteri devono essere sempre oggettivi, trasparenti e verificabili.
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Criteri licenziamento collettivo: Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un licenziamento collettivo, giudicando illegittimi i criteri di scelta adottati da un'azienda perché generici e discrezionali. La sentenza sottolinea che i criteri di licenziamento collettivo devono essere oggettivi, trasparenti e verificabili, non potendo basarsi su vaghe descrizioni di competenze o macchinari, per garantire un controllo effettivo e tutelare i lavoratori. L'onere di dimostrare la corretta applicazione di tali criteri spetta interamente al datore di lavoro.
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Ricorso inammissibile: Cassazione e onere della prova
Un dipendente pubblico ha impugnato la sentenza di secondo grado che rigettava le sue richieste di reinquadramento superiore, risarcimento per demansionamento e mobbing, e annullamento di sanzioni. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la genericità delle critiche mosse alla sentenza d'appello e la mancata autosufficienza dei motivi, che miravano a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Uso aziendale e cessione: il bonus si mantiene?
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione d'azienda, un beneficio economico derivante da un uso aziendale consolidato presso la società cedente deve continuare a essere erogato ai lavoratori trasferiti. L'obbligo cessa solo se l'azienda acquirente dimostra di applicare un proprio contratto collettivo aziendale che sostituisca integralmente quello precedente. In questo caso, le società acquirenti non hanno fornito tale prova, vedendo così respinto il loro ricorso e confermato il diritto dei lavoratori al premio feriale.
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