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Lieve Entità — Anno 2026

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Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Porto ingiustificato di coltello: la fuga aggrava la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il porto ingiustificato di coltello a serramanico. L'uomo era stato fermato dalle forze dell'ordine fuori dalla propria abitazione e aveva tentato la fuga. I giudici hanno confermato la condanna, escludendo l'attenuante della lieve entità del fatto a causa dei precedenti penali specifici dell'imputato e della sua condotta elusiva durante il controllo. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta al giudice di merito e che la fuga dimostra la pericolosità del comportamento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto di oggetti atti ad offendere: condanna per armi in auto
Due cittadini sono stati condannati per il porto di oggetti atti ad offendere, avendo con sé senza giustificato motivo una mazza da baseball, un coltello a serramanico e un taglierino. Gli oggetti erano nascosti in una botola sotto il sedile dell'auto, immediatamente accessibili, mentre i soggetti seguivano un camion con andatura anomala. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei due imputati, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che non si può applicare l'attenuante della lieve entità. Per stabilire la gravità del fatto, infatti, non basta guardare le dimensioni degli strumenti, ma occorre valutare il contesto complessivo, come il numero di armi, la loro pronta disponibilità e la condotta di guida sospetta. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di coltello: la scusa del figlio non evita la multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il porto abusivo di coltello senza giustificato motivo. L'uomo sosteneva che l'utensile servisse per un'attività da svolgere con il figlio, ma i giudici hanno ritenuto tale giustificazione generica e non provata al momento del controllo. La Suprema Corte ha chiarito che, per valutare la lieve entità del fatto, non basta considerare le dimensioni dell'oggetto, ma occorre esaminare il contesto temporale, le modalità dell'azione e la personalità del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina di lieve entità: la violenza esclude lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per tentata rapina. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della tentata rapina di lieve entità, introdotta dalla Corte Costituzionale nel 2024. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta esclusivamente al giudice di merito. Nel caso specifico, i giudici d'appello avevano già escluso l'attenuante a causa della violenza gratuita esercitata sulla vittima, superiore a quella necessaria per la fuga. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel traffico di stupefacenti: esclusa con 3 kg
L'Imputato è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per traffico di stupefacenti. Ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità nel traffico di stupefacenti, la concessione delle attenuanti generiche e una diversa valutazione delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo di droga pari a tre chilogrammi e il coinvolgimento di più territori escludono la lieve entità nel traffico di stupefacenti. Inoltre, i precedenti penali specifici impediscono la concessione delle attenuanti generiche. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso, vede confermata la condanna e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per chi vende ai domiciliari
Il Ricorrente, già agli arresti domiciliari, è stato condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, essendo stato trovato in possesso di 198 dosi di cocaina e 806 dosi di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di spaccio di lieve entità e contestando l'aumento di pena per la recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'elevato numero di dosi e la commissione del fatto durante la detenzione domiciliare escludono categoricamente la minore gravità del fatto. Di conseguenza, Il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando l’hotel diventa centrale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione per un uomo sorpreso in una camera d'albergo con sostanze stupefacenti. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo la mancanza di prove sulla sua partecipazione attiva. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La quantità di droga sequestrata, equivalente a oltre duecento dosi medie e con un valore stimato di cinquemila euro, unita alla presenza di materiale per il confezionamento in serie, esclude l'applicazione della circostanza attenuante. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: no se l’attività è continuata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nel reato di spaccio. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione di merito, escludendo l'attenuante a causa dell'elevato numero di cessioni, della durata della condotta (oltre un anno e mezzo, anche durante la pandemia) e della facile reperibilità degli spacciatori. La Corte ha ribadito che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità negato: la Cassazione conferma le condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. I ricorrenti chiedevano la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'elevato numero di clienti, la pluralità delle piazze di spaccio, la durata della condotta (dal 2021 al 2023) e l'ingente quantitativo di droga escludono l'ipotesi attenuata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: la contabilità condanna il pusher
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti (nello specifico, eroina). La difesa chiedeva di qualificare il fatto come semplice uso personale, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto insindacabili le prove raccolte nei gradi precedenti, tra cui le dichiarazioni di un acquirente, il sequestro di strumenti per il confezionamento (bilancino e forbici) e i fogli con la contabilità dell'attività illecita. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso generico costa caro in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per spaccio di lieve entità. I giudici di secondo grado avevano già ridotto la pena a un anno, due mesi e sei giorni di reclusione, oltre a 800 euro di multa, riqualificando il reato originario. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando la colpevolezza e la severità della pena. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non si confrontavano con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: ricorso inutile contro la pena ridotta
L'Imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità a tre mesi e quattro giorni di reclusione, oltre a una multa di 540 euro. La Corte di Appello ha ridotto la pena originaria, discostandosi leggermente dal minimo edittale a causa dei precedenti penali specifici del soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessività della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché le contestazioni della difesa miravano a una rivalutazione del merito, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: la contabilità nega lo sconto
L'Imputato è stato condannato per la detenzione illecita di circa 24 grammi di cocaina e 130 grammi di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nel reato di spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione complessiva esclude la minima offensività del fatto. Elementi come la diversità delle sostanze, il possesso di materiale per il confezionamento e un taccuino con la contabilità dell'attività illecita dimostrano una spiccata capacità di diffusione sul mercato. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti a fini di spaccio: condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato contestava la destinazione allo spaccio della cocaina sequestrata. I giudici hanno confermato la condanna basandosi su elementi concreti: il quantitativo di droga, la suddivisione in dosi, il nascondiglio utilizzato, il possesso di denaro senza un lavoro giustificato e l'atteggiamento sospetto durante il controllo delle forze dell'ordine. La Cassazione ha ribadito che la valutazione di queste prove spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: incastrato dalla torcia
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti dopo essere sfuggito a un controllo di polizia. Gli agenti, ripercorrendo la via di fuga, hanno rinvenuto un involucro di cocaina e hanno poi sorpreso l'indagato mentre tornava sul posto cercando qualcosa con la torcia del telefono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti è logica e coerente, respingendo il tentativo della difesa di proporre una diversa lettura delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per spaccio continuato di hashish e marijuana. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche e chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione dei dialoghi intercettati spetta al giudice di merito se logica. Inoltre, la qualificazione di spaccio di lieve entità è stata esclusa a causa della fitta rete di clienti, della disponibilità di diverse droghe e della professionalità della condotta. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Droga in carcere: no alla lieve entità dello spaccio
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per aver tentato di introdurre hashish in un istituto penitenziario per consegnarlo a un detenuto. La difesa ha impugnato la sentenza chiedendo la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio (art. 73, comma 5, d.P.R. 309/90). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che non si può applicare la lieve entità dello spaccio a causa del peso significativo della droga, dell'elevata percentuale di principio attivo e delle modalità professionali della condotta, elementi incompatibili con una minima offensività del fatto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Consumo di gruppo di stupefacenti: no se ci sono 395 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di marijuana. L'imputato sosteneva che la sostanza fosse destinata a un consumo di gruppo di stupefacenti e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva a causa del possesso di 395 dosi droganti e di materiale per il confezionamento. Per configurare il consumo di gruppo di stupefacenti, è necessaria la prova di un accordo preventivo e dell'identità certa dei partecipanti fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione degli arresti domiciliari: 38 minuti costano il carcere
L'Indagato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, si è allontanato da casa per circa 38 minuti a causa di una lite familiare, presentandosi poi spontaneamente dai Carabinieri. Il Tribunale del Riesame ha aggravato la misura disponendo la custodia in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che la violazione degli arresti domiciliari comporta automaticamente il trasferimento in carcere, a meno che il fatto non sia di lieve entità. Nel caso specifico, l'allontanamento ingiustificato non è stato ritenuto di lieve entità, confermando così la legittimità della custodia cautelare in carcere.
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Coltivazione di stupefacenti: no alla lieve entità per maxi serre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la coltivazione di stupefacenti. L'imputato gestiva una piantagione di 2700 piante di cannabis in una serra di 2500 metri quadri. La difesa chiedeva di qualificare il fatto come di "lieve entità" e contestava la severità della pena. I giudici hanno chiarito che l'enorme estensione della coltivazione esclude automaticamente la lieve entità, anche se l'aggravante dell'ingente quantità era stata esclusa per un campionamento insufficiente delle piante. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice, che ha ampiamente motivato la decisione basandosi sulla gravità concreta del fatto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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