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Lieve Entità — Anno 2026

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Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità escluso se la rete è strutturata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da un soggetto condannato per cessione continuata di stupefacenti e per aver diretto una rete di vendita illecita. L'imputato chiedeva la riqualificazione dei fatti nella fattispecie di spaccio di lieve entità, facendo leva sulle singole cessioni inferiori a un grammo di sostanza. I giudici hanno respinto la richiesta, sottolineando che l'attività si inseriva in un'organizzazione strutturata, con pusher stipendiati a tremila euro al mese, veicoli dedicati e alloggi forniti ai collaboratori. La complessità logistica e la diffusività del commercio escludono la natura occasionale della condotta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e l'aggravante direttiva, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per spaccio
L'Indagato ha presentato ricorso contro la conferma della custodia cautelare in carcere per una serie di cessioni di sostanze stupefacenti. La difesa contestava i gravi indizi, eccependo periodi di assenza dall'Italia e una presunta confusione con il fratello, oltre a invocare la lieve entità del fatto e l'eccessiva severità della misura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili i riconoscimenti fotografici degli acquirenti e concreto il pericolo di reiterazione del reato, data la recidiva, lo stato di tossicodipendenza e l'assenza di redditi leciti. Anche nell'ipotesi di cessioni non occasionali di lieve entità, la carcerazione preventiva resta compatibile e necessaria per contenere il rischio di fuga e di recidiva.
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Lieve entità spaccio: stop allo sconto con 900 dosi
L'Imputato è stato fermato con oltre 464 grammi di hashish, dai quali erano ricavabili circa 918 dosi singole. Le forze dell'ordine hanno trovato anche una cospicua somma di denaro contante non giustificata e strumenti per il confezionamento. L'accusa ha contestato la detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'indagato ha richiesto il riconoscimento dell'ipotesi attenuata del fatto di lieve entità spaccio e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici di merito hanno respinto la richiesta a causa della rilevanza quantitativa e qualitativa della droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna e ordinando il pagamento delle spese processuali e di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fini di spaccio: prova e confisca del denaro
Una persona veniva fermata in auto con 1,8 grammi di cocaina suddivisi in quattro dosi e bustine di cellophane nel cruscotto. I giudici di merito la condannavano a dieci mesi di reclusione e 1.600 euro di multa per detenzione a fini di spaccio di lieve entità, disponendo la confisca del denaro trovato. L'imputata ricorreva per cassazione sostenendo l'uso personale, l'eccessività della sanzione e l'illegittimità della confisca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. Il possesso di materiale per il confezionamento, il reddito insufficiente a giustificare l'acquisto di una scorta e un recente precedente arresto provano la colpevolezza. La detenzione a fini di spaccio resta accertata con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità spaccio: stop a sconti di pena per piazze organizzate
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità spaccio e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato che la gestione organizzata di una piazza di spaccio, la suddivisione della cocaina e del crack in dosi pronte alla vendita e la complessiva condotta escludono categoricamente il fatto di lieve rilevanza penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando l'imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso: deposito errato e carcere fermo
L'Indagato, sottoposto alla custodia cautelare in carcere per detenzione di ingenti quantitativi di stupefacenti (due chili di marijuana e due etti di hashish) e contraffazione di banconote tramite stamperia clandestina, propone impugnazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Il ricorso sostiene la lieve entità dello spaccio, la mancanza di perizia sulle banconote false e contestazioni sulle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso. Il deposito è avvenuto presso la cancelleria del giudice per le indagini preliminari errato e non del Tribunale del Riesame. Inoltre, le doglianze sono generiche: l'ingente droga esclude la lieve entità, la contestazione sulle banconote è del tutto nuova e le attività illecite svolte in casa rendono inidonei gli arresti domiciliari. L'Indagato perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostanze stupefacenti di lieve entità: no al taglio di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per reati in materia di droga. L'imputato richiedeva il riconoscimento delle sostanze stupefacenti di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le richieste a causa del grande quantitativo di farmaci sequestrati, pari a oltre tremila compresse tra Tramadolo e Tapentadol. La Polizia Giudiziaria ha inoltre dimostrato la sistematicità dello spaccio e l'elevato volume di affari. La Cassazione ha stabilito che la valutazione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina aggravata o furto: lo smartphone rubato con violenza
Un uomo ha sottratto con la forza uno smartphone a una passante, facendola cadere a terra e provocandole lesioni personali. La difesa ha chiesto di declassare il reato in furto con strappo e di applicare l'attenuante della lieve entità in ragione del modesto valore economico del dispositivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'imputazione per rapina aggravata e lesioni aggravate. I giudici hanno chiarito che l'uso della forza fisica diretta contro la vittima impedisce la riqualificazione in semplice furto. Inoltre, il riconoscimento della lieve entità non dipende unicamente dal valore del bene rubato, ma richiede una valutazione globale della condotta e delle sue conseguenze. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità e droga in auto: la condanna
L'Imputato è stato fermato dalla polizia mentre si trovava alla guida della propria autovettura in compagnia di un altro soggetto. Durante il controllo, gli agenti hanno rinvenuto all'interno del veicolo un pacchetto di sigarette nascosto contenente cannabis suddivisa in undici dosi già confezionate. Il quantitativo complessivo permetteva di ricavare circa settantacinque dosi medie. I giudici di merito hanno riconosciuto la responsabilità penale dell'automobilista per il reato di spaccio di lieve entità, escludendo la destinazione all'uso personale. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione ed errori di diritto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna penale e il pagamento delle spese processuali.
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Spaccio di lieve entità: la quantità esclude lo sconto
Il Ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza di condanna per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato chiedeva il riconoscimento dello spaccio di lieve entità per il possesso di circa 576 grammi di hashish suddivisi in cinque panetti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato come il principio attivo sequestrato, pari a oltre 101 grammi, consentisse di ricavare circa 4.000 dosi singole. Un quantitativo così elevato, destinato a un numero vasto di acquirenti, smentisce la natura ridotta dell'attività illecita. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a un versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di sostanze stupefacenti: i ricorsi in Cassazione
Diversi soggetti hanno presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello che confermava le loro condanne per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e per singoli episodi di cessione. Gli imputati lamentavano la presenza di un precedente giudicato, la mancanza di prove oltre le intercettazioni e chiedevano il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'organizzazione stabile, la continuità dello spaccio e l'uso di linguaggio criptico precludono sia il divieto di doppio giudizio sia l'attenuante della lieve entità. Tutti i ricorrenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Lieve entità nello spaccio: cocaina, dosi e contanti la negano
L'Imputato è stato condannato per traffico illecito di sostanze stupefacenti a tre anni di reclusione e tredicimila euro di multa, dopo il sequestro di duecentosessanta grammi di cocaina, materiale per il confezionamento e oltre duemilaseicento euro in contanti. La difesa ha presentato ricorso per ottenere la qualificazione del fatto come lieve entità nello spaccio, contestando inoltre la mancanza di una perizia chimica quantitativa e qualitativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il quantitativo rilevante, gli strumenti per dosare la droga e il denaro denotano un'attività criminale stabile e strutturata, incompatibile con la fattispecie attenuata. Inoltre, la Corte ha ribadito che il solo esito del narcotest è sufficiente per accertare la natura della sostanza.
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Lieve entità negli stupefacenti esclusa per ingente peso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato alla pena di due anni di reclusione e seimila euro di multa per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva il riconoscimento della lieve entità negli stupefacenti e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici supremi hanno confermato la decisione della Corte di Appello, stabilendo che il rilevante quantitativo sequestrato, pari a due virgola sette chilogrammi di hashish con oltre quattrocento grammi di principio attivo puro, impedisce la qualificazione della condotta come fatto lieve. Il quantitativo accertato dimostra un inserimento in un circuito di spaccio significativo, giustificando il rigetto del ricorso e la condanna al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio e applicazione della recidiva: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un soggetto condannato per cessione di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa contestava l'aumento di pena derivante dall'aggravante dei precedenti penali e il mancato riconoscimento delle attenuanti. I giudici hanno confermato la piena legittimità dell'applicazione della recidiva, evidenziando che i precedenti specifici dimostrano una persistente pericolosità sociale e la prosecuzione consapevole dell'attività criminale. Anche il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto corretto, considerata la gravità della condotta e il rinvenimento di denaro contante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di lieve entità in materia di sostanze stupefacenti. La difesa ha quindi presentato ricorso davanti alla Suprema Corte lamentando una carenza di motivazione in merito alla mancata assoluzione. La Corte di Cassazione ha esaminato la doglianza e l'ha ritenuta priva di elementi specifici di fatto e di diritto. I giudici hanno quindi dichiarato la inammissibilità del ricorso per cassazione. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Porto di oggetti atti ad offendere: no alla tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un cittadino per il reato di porto di oggetti atti ad offendere. Le forze dell'ordine avevano fermato l'uomo a bordo di un'auto dopo una manovra sospetta. Durante la perquisizione notturna, gli agenti hanno rinvenuto nella sua tasca un coltello a serramanico con lama di nove centimetri e un involucro di droga, senza alcuna giustificazione valida. Il ricorrente ha contestato la decisione di merito chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici supremi hanno respinto la richiesta: il tentativo di sottrarsi al controllo e il contesto notturno impediscono il beneficio. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di armi improprie: esclusa la tenuità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di arresto e ottocento euro di ammenda per un uomo accusato del reato di porto abusivo di armi improprie. L'imputato portava fuori dalla propria abitazione una lama di dimensioni significative. La difesa ha chiesto l'assoluzione per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità impedisce in radice l'applicazione della causa di non punibilità. Un fatto particolarmente tenue richiede infatti un disvalore ancora inferiore rispetto a un fatto lieve. Le dimensioni dell'oggetto escludevano qualsiasi marginalità del pericolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: pena alta e confisca legittima
L'Imputato è stato condannato per la cessione di venti grammi di cocaina, con riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha rideterminato la pena a tre anni e due mesi di reclusione oltre a seimila euro di multa. Il giudice ha negato il minimo edittale e le attenuanti generiche a causa dei precedenti specifici. Ha inoltre disposto la confisca del denaro contante e degli smartphone usati per l'attività illecita. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo della sanzione e il mancato dissequestro dei beni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di merito ha motivato correttamente la pena e la confisca degli strumenti del reato. L'Imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Crick durante la lite: porto di oggetti atti ad offendere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il porto di oggetti atti ad offendere. L'imputato aveva utilizzato un crick per auto durante un violento litigio con un'altra persona. Lo scontro fisico aveva provocato lesioni personali a entrambi i contendenti. La difesa chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto per ridurre la sanzione. I giudici di legittimità hanno respinto la richiesta e dichiarato inammissibile il ricorso. La tipologia dell'arnese impiegato e il contesto violento dell'aggressione escludono qualsiasi attenuante legata alla scarsa rilevanza dell'episodio. L'imputato deve quindi pagare le spese processuali e versare una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due imputati sono stati condannati a oltre quattro anni di reclusione e diciottomila euro di multa per cessione e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. I condannati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e chiedendo la riqualificazione della condotta in spaccio di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, la Corte ha escluso la minore gravità del fatto per la presenza di elementi sintomatici di una condotta professionale, organizzata e non occasionale, confermando le pene inflitte e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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